Bambina di 11 anni sparita dal centro per rifugiati di Adliswil

L’Ufficio della Migrazione di Zurigo ha confermato che, a seguito della domanda di asilo definitivamente respinta da Berna, ad una famiglia tagika è stato imposto la scorsa settimana di lasciare la Svizzera per far ritorno in Lithuania, paese dove si erano fermati dopo essere fuggiti nel 2015 dal Tajikistan.

La polizia cantonale in borghese, aveva prelevato lunedì scorso il padre della famiglia dal centro per rifugiati di Adliswill. Il giorno seguente, lui con la moglie e con la figlia 11enne sarebbero stati imbarcati su un aereo diretto a Villnius, città responsabile della loro procedura di asilo secondo il regolamento di Dublino. Il giorno dopo tuttavia al centro per rifugiati non vi era più traccia della bambina e quindi non è stato possibile eseguire l’espulsione.

L’avvocato della famiglia, Lena Weissinger, dice di vedere un chiaro legame tra la scomparsa della ragazza e i modi usati dalla polizia cantonale.  “La brusca separazione dal padre alla vigilia dell’estradizione ha traumatizzato la ragazzina, una volta di più le autorità zurighesi non hanno rispettato i diritti fondamentali dei fanciulli”. Il centro per rifugiati zurighesi viene continuamente criticato per questo.

L’avvocato Weissinger, ha incontrato la donna e la figlia dopo l’arresto del marito. “Sitora sembrava apatica, come se fosse assente”, ha affermato. Non è la prima volta che il centro di Adliswil, che ospita più di ottanta persone tra famiglie e donne sole, finisce in prima pagina. In un precedente caso di persone eritree, nonostante la non idoneità al volo certificata da un medico, una giovane donna e la sua figlia di appena un anno sono state messe su un aereo per l’Italia. Weissinger, racconta anche di altri casi: come quello di una famiglia russa con quattro figli piccoli. Quando la famiglia venne espulsa la donna era incinta di sei mesi. “Con le espulsioni dal centro di Adliswil, i diritti dei bambini sono praticamente ignorati e la polizia cantonale “agisce con estrema brutalità”.

“Nella maggior parte dei casi, i rinvii vengono effettuatu nelle prime ore del mattino senza preavviso. Quindi, i bambini vengono svegliati dal loro sonno impreparati e in nessun modo mentalmente pronti per affrontare la situazione”, ha affermato Weissinger.

Urs Betschart, capo del servizio di migrazione risponde personalmente: “L’espulsione non poteva essere eseguita perché la figlia non è stata rilevata al momento dell’arrivo della polizia al centro di emergenza per i rifugiati e il padre ha rifiutato di tornare in Lituania. In generale, le regole sul rimpatrio sono moderate e proporzionate. Le accuse riguardanti le azioni della polizia cantonale sono infondate”.

E pensare che il lavoro dell’uomo in Tajikistan era quello di cacciare i terroristi per conto del Dipartimento della criminalità organizzata del Ministero dell’Interno; era stato inoltre promosso come capo ispettore. La storia della loro fuga inizia dalla capitale, quando un numero sempre maggiore di persone stavano lasciando il paese a maggioranza musulmana. Presto perse il lavoro, e dopo un’odissea che li conduce separatamente in Lituania, tutti e tre atterraronoo in Svizzera e fecero richiesta di asilo.

“La decisione di respingere la domanda di asilo della famiglia corrisponde ad una condanna a morte”, dice la moglie. Ad aggravare la situazione c’è un problema si salute psichica, l’uomo prende dei farmaci ed è stato ricoverato all’ospedale psichiatrico universitario con diagnosi di disturbo da stress post-traumatico. I medici, in un rapporto, raccomandano una terapia traumatica urgente perché vi è un serio rischio di suicidio se la situazione di stress dovesse aggravarsi.

Le responsabilità dell’accaduto sembrano rimbalzare tra i vari portavoce degli enti preposti alla migrazione. Gli attivisti hanno appeso dei volantini in tutta la zona ma al momento la ragazzina è ancora dispersa da dodici giorni.

La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia è molto chiara: i bambini rifugiati devono essere trattati come bambini e non come rifugiati. La madre ha fatto sapere all’autorità che se Sitora riappare, non resterà un secondo di più in Svizzera.