18 giugno 1815 – Cambronne, il gigante di Waterloo – A 203 anni dall’immensa battaglia

Waterloo

Colville secondo alcuni, Maitland secondo altri, gridò loro: “Arrendetevi, valorosi francesi!” Allora Cambronne rispose: “Merda!”

Poiché il lettore francese ci tiene ad essere rispettato, la parola forse più bella che un francese abbia mai detto non può essergli ripetuta. È vietato scaricare il sublime nella storia; ma, a nostro rischio, infrangiamo questo divieto. Dunque, fra tutti quei giganti vi fu un titano, Cambronne. Dire quella parola e poi morire: cosa v’è di più grande? Poiché voler morire è morire e non fu colpa di quell’uomo se, mitragliato, sopravvisse.

Colui che ha vinto la battaglia di Waterloo non è Napoleone messo in rotta, non è Wellington, che alle quattro ripiega e alle cinque è disperato, non è Blücher che non ha affatto combattuto; colui che ha vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Poiché fulminare con una parola simile il nemico che v’uccide, significa vincere.

Dar questa risposta alla catastrofe, dire siffatta cosa al destino, dare codesta base al futuro leone, gettar codesta ultima battuta infaccia alla pioggia della notte, al muro traditore d’Hougomont, alla strada incassata d’Ohain, al ritardo di Grouchy e all’arrivo di Blücher; esser l’ironia nel sepolcro, fare in modo di restar ritto dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell’ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumer questa vittoria in una parola impossibile a pronunciare, perder terreno e conquistare la storia, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza eschilea.

(tratto da “I miserabili”)