I comandamenti di Lorenzo – di Manuele Bertoli

Mancano 5 minuti a mezzanotte. Il capo del DECS affronta a muso duro uno dei suoi principali avversari (accanto a Morisoli, Zambelloni, Rigozzi, ecc.).  Va tutto bene ed è tutto giusto. Ognuno ha diritto di dire la sua.

Ma il punto fondamentale è un altro, ed è precisamente questo. Senza l’atto decisivo dei Referendisti Bertoli l’avrebbe fatta franca e avrebbe vinto senza colpo ferire.

Vi sto dicendo che Bertoli perderà? Nemmeno per sogno. Dico anzi che, se vincerà, io sarò il primo a rendergli omaggio. La Scuola che verrà, approvata dal sovrano, assumerà un valore molto più grande, che ideologhi, funzionari e volenterosi galoppini non avrebbero potuto in alcun modo conferirle.

Forza Manuele, non dovremo più attendere a lungo.

* * *

MANUELE BERTOLI  (dal suo sito)

Dopo aver dato degli stupidi o servili a tutti sul Mattino di oggi (16 sett., ndR), al PLRT, al PPD, a Gabriele Gendotti, a Luigi Pedrazzini, al Corriere del Ticino, alla Regione, ai leghisti che in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio hanno detto SÌ, Lorenzo Quadri, che naturalmente di scuola se ne intende più di una Montessori, sfida addirittura Mosè e ci propone i suoi 10 comandamenti. Siccome sono in viaggio e ho un poco di tempo (sto tornando dalla visita a SwissSkills a Berna), mi permetto di riportarveli e di commentarli. Dunque, La scuola che verrà non andrebbe sperimentata perché:

1) Produce un livellamento verso il basso delle competenze degli scolari ticinesi.

Lorenzo ha certezze granitiche e ha paura di fare l’esperienza e vedere se le cose stanno davvero così o se le sue teorie saranno clamorosamente smentite. La storia ci dice che quando si sosteneva lo stesso concetto ai tempi dell’unificazione di scuole maggiori e ginnasio nella scuola media, il mitico abbassamento del livello generale non si è prodotto. Anzi. Il Ticino, unico Cantone che ha la scuola secondaria unificata, ha ottimi risultati per gli allievi migliori ed è tra i primissimi in tutte le classifiche sui titoli di maturità o accademici.

2) Sostituisce la parità di partenza con la parità d’arrivo.

Quella della parità di arrivo è una simpatica scempiaggine che Lorenzo si dev’essere sognato. La parità di partenza è la base della riforma, ma ne è un obiettivo anche l’accompagnamento degli allievi verso il miglior risultato possibile per ciascuno.

3) Propone una scuola non svizzera.

Qui Quadri ha ragione. Non vogliamo una controriforma, non vogliamo tornare ad una scuola che separa gli allievi a 10 anni sulla base di grossolanità, come accade purtroppo negli altri Cantoni. Questo sistema in Ticino l’abbiamo abbandonato 40 anni fa e non lo vogliamo di certo reintrodurre.

4) Propone la creazione della scuola pubblica socialista.

Questa è folcloristica, anche perché diversi Paesi comunisti proponevano anch’essi una scuola basata sulla selezione, che per fortuna non è la nostra tradizione. La scuola pubblica ticinese è da molti anni inclusiva, è di tutti ed è giusto che sia così. Non è il colore politico del capo del Dipartimento che connota questa ed altre istituzioni, il nostro sistema politico per fortuna non lo permette.

5) Trasforma la scuola da istituzione a servizio sociale.

Questa è surreale. Il progetto La scuola che verrà investe nei docenti, dando loro le condizioni per essere vicini agli allievi. I bravi docenti potranno così operare meglio. Non c’è nulla che si riferisce alla socialità in questo progetto, che è eminentemente educativo.

6) Propone di rendere ancora più egualitarista la scuola ticinese, che è già la più egualitarista della Svizzera.

Lorenzo, fammi capire: vogliamo rendere la scuola meno equa e più discriminatoria? Abbiamo un sistema equo che funziona e vogliamo renderlo iniquo? Sulla base di quali criteri oscurantisti?

7) Propone l’utilizzo di allievi come cavie umane (e se la sperimentazione fallisce, chi si assume la responsabilità)?

Gli allievi delle sedi sperimentali, che faranno lo stesso programma degli altri allievi ma avranno più vicinanza con i loro docenti, non rischiano certo di essere seguiti peggio di oggi. Se l’esperienza non dovesse dare risultati migliori di quelli attuali sarò io a prendermene la responsabilità, significherà che le misure proposte non si saranno dimostrate efficaci per fare dei passi avanti, ma in ogni caso gli allievi non subiranno alcuna ripercussione negativa.

8) La sperimentazione non è affatto tale, ma è la partenza della riforma: il rapporto taroccato alla fine dei tre anni sperimentali è già programmato (inoltre, a dimostrazione della totale opacità dell’operazione: nemmeno si sa quale istituto verrà incaricato di stilarlo, e con quali indicatori).

Questo è un insulto al Gran Consiglio, che certamente sarà chiamato e vorrà dire la sua al termine dei tre anni sperimentali, e alla ricerca svizzera, che è di prima qualità a livello mondiale. L’istituto che farà la valutazione lo deciderà il Consiglio di Stato e sarà esso stesso a dirci come intende procedere. Vogliamo insegnare ai ricercatori il loro mestiere?

9) I costi saranno stratosferici e ci sarà un’esplosione della burocrazia: 7 milioni per la sperimentazione e 35 milioni all’anno per l’implementazione in caso di approvazione popolare. Costi che evidentemente pagherà il contribuente. Intanto però, adducendo misure di risparmio, il Dipartimento taglia sulle risorse per casi difficili. Quindi si risparmia sulla pelle degli allievi più fragili, danneggiando loro, le loro classi ed interi istituti scolastici. Poi però al DECS i grandi scienziati in pedagogia, che mai hanno messo piede in un’aula, si sciacquano la bocca con “l’inclusione”.

Le risorse per i casi difficili non sono mai state tagliate, sono state riallocate e concentrate per renderle più efficaci, e la riforma è stata progettata da persone che nella scuola hanno passato molti anni e in parte ancora ci lavorano direttamente. La spesa in caso di generalizzazione sarà di 25 milioni per il Cantone, meno dell 1% di quanto esso spende e circa quanto concesso ai contribuenti più abbienti con l’ultimo pacchetto fiscale e sociale; non ci porterà certo al top della spesa pro capite per l’educazione, ma faremo un bel passo avanti. Lo stesso dicasi per i 9 milioni di spesa per i Comuni.

10) La riforma spinge tutti verso il liceo, svilendo la formazione professionale.

Questa è particolarmente bella. Con la riforma i criteri di accesso alle scuole post-obbligatorie rimangono gli stessi, anzi, togliendo i livelli A e B finalmente si toglie l’impressione, profondamente sbagliata, che le scuole professionali siano scuole di seconda scelta, valorizzandole più di oggi.

Caro Lorenzo, come novello Mosè vali poco. Il tuo decalogo è un’accozzaglia di fandonie che non vale nemmeno la carta su cui è scritto.

Manuele Bertoli, consigliere di Stato