246 persone che si nominano tra loro – di Tito Tettamanti

Si riaprono le danze per il Consiglio federale (titolo originale)

“La nostra sana diffidenza contadina ci fa preferire la solida modestia del mediocre”

Le dimissioni dei consiglieri federali Leuthard e Schneider-Ammann ci offrono l’opportunità di fare qualche riflessione sulle modalità di nomina del Governo in Svizzera.

Innanzitutto constatiamo che il collegio dei grandi elettori, cioè i membri dei due rami del Parlamento, sono al contempo in effetti gli eligendi. Praticamente escluso che il nuovo eletto non sia uno dei loro, cioè un parlamentare, unica eccezione quella di qualche consigliere di Stato molto conosciuto ed introdotto. La Costituzione prevede che qualunque cittadino/a svizzero/a possa porre la propria candidatura ma sostanzialmente la realtà è un’altra. Da un lato dobbiamo notare che così facendo la scelta di coloro che possono aspirare ad entrare in Governo si riduce a 246 persone che si nominano tra di loro. Dall’altro va riconosciuto che conoscendosi si riducono i rischi di salti nel buio. Non godiamo dei vantaggi dell’osmosi degli USA dove personalità di spicco passano dall’economia e dalle università alla politica per qualche anno per poi ritornare agli affari o agli studi ampliando notevolmente la rosa dei papabili. Vi è da dire che da noi vige il sistema del Parlamento di milizia per cui, salvo qualche eccezione, abbiamo deputati che vivono anche la vita economica del Paese. Semmai la lacuna più grave è la mancanza diffusa di esperienza internazionale in un periodo nel quale rapporti e relazioni internazionali sono essenziali.

Vi è inoltre in Parlamento una chiara antipatia per i primi della classe. La nostra sana diffidenza contadina ci fa preferire la solida modestia del mediocre. Si potrebbe dire che si punta sull’usato (conosciuto) sicuro. È una nostra specificità che però ci ha evitato quelle sorprese che noi svizzeri non amiamo. I consiglieri federali superdotati alla Furgler vengono rispettati ma non sono la norma, né sono particolarmente graditi.

Si sono introdotti però riti preelettivi e usanze che ritengo discutibili. Infatti, ormai si fanno gli hearing, le audizioni all’americana nelle quali le singole frazioni sottopongono i candidati a un fuoco di fila di questioni. Esercizio con il quale il Parlamento forse vuole far valere la propria superiorità, vuol sottolineare il proprio potere di nomina, ma per me quasi sempre inutile. Da un lato perché i candidati sono colleghi parlamentari di vecchio corso di cui si sa tutto, compreso il numero delle scarpe, che hanno votato cento volte esprimendo il loro indirizzo; e le loro convinzioni (o tentennamenti) sono stranote. Dall’altro l’inutilità sta nell’ipocrisia (spesso) delle risposte ondivaghe e assicurazioni inutili perché, se eletti, immediatamente dimenticate.

Parimenti perplessi lascia l’abitudine (ormai l’obbligo) per il partito proponente di presentare non il candidato ma due o addirittura tre candidati lasciando la scelta agli avversari. Pericoloso sistema perché (purtroppo) gli avversari politici cercheranno di votare per il candidato più vicino alle proprie idee e quindi probabilmente più lontano a quelle del suo partito, o peggio ancora (già successo) per quello più debole, meno efficiente. Oltretutto è dubbio che un tentennante o indeciso rappresentante di una corrente politica possa diventare un consigliere federale determinato. Ricordo che molti anni fa descrivevo la debolezza di una candidatura ticinese di un partito avversario ad un importante esponente del Parlamento. Risposta come battuta ma in parte molto cinica: «Meglio per noi». Al che ho ribattuto: «Meglio per voi ma peggio per la Svizzera». Un partito, pur con tutti i condizionamenti e le lotte interne (le peggiori) dovrebbe sentire la responsabilità di designare il miglior candidato possibile.

Sono imperativi che i maneggioni della politica ritengono inutili, ma che se disattesi continuamente e crassamente minano la fiducia nella politica, nei partiti e pure purtroppo nella democrazia. Il popolo è meno sciocco di quanto si pensi e sa distinguere tra il candidato di valore e quello frutto di accordi da retrobottega. Libero ovviamente il Parlamento di non votare poi un nome proposto ma inaccettabile se le ragioni fossero serie e quindi obbligare a rivedere la proposta.

Sicuramente queste considerazioni di uno fuori dai giochi, il richiamo a principi e valori parranno ingenui, utopici, ormai – si dice – la politica è quella che è e così via. Tant’è vero che, così facendo per decenni, si sono poi avute le recenti batoste subite dai partiti al potere e di massa in Germania, Francia, Italia, Spagna e mi limito ai quattro maggiori.

Tito Tettamanti

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