Cina e Giappone: il miracolo di Donald – di Vittorio Volpi

È l’incipit di un articolo del blog di Claudio Landi.  Un sito molto specializzato sull’Asia che seguo con attenzione.

Sostiene che le mosse di Trump sui dazi alla Cina stanno creando molta tensione nei paesi limitrofi. A causa degli atteggiamenti ballerini della politica estera dell’amministrazione di Trump, le posizioni  dei paesi che gravitano in Estremo Oriente si stanno sempre più orientando verso scelte strategiche “pro o contro” la Cina.

La politica cinese sostiene programmi militari massicci ed è molto assertiva nell’affermare la sua predominanza sui vari territori contesi fra gli altri con  Giappone, Corea, Filippine. Di fatto costringe i governi di questi paesi a prendere una decisione:

  • Fare kowtow alla Cina così come avveniva secoli fa da parte dei paesi tributari verso il “paese del centro”.  Kowtow si può definire come “inginocchiarsi e toccare con la testa il suolo come atto di sottomissione e rispetto”.
    In sintesi allinearsi ai voleri della Repubblica Popolare,

oppure,

  • Prendere tempo per vedere se gli USA continueranno a considerare l’Estremo Oriente come una loro zona strategica  di presenza ed influenza.
  •  E contemporaneamente  però tentare di mantenere un buon rapporto e allargare le amicizie con quei paesi che fino all’ultimo non faranno kowtow: ad esempio,  India, Australia, Indonesia. È il caso del Giappone.

La politica di Donald accelera i kowtow ai danni della neutralità.  Le tensioni che crea con Pechino per la battaglia doganale, sulle restrizioni tecnologiche, creano molta insicurezza.  Alla fine,  tutti hanno capito che il grande scontro geopolitico dei prossimi 20 anni sarà appunto quello fra la Cina e Washington.  Nessuno potrà rinunciare  a esercitare la sua egemonia in quello che sarà il centro di gravità dell’economia capitalistica mondiale del 21mo secolo.

Una delle condizioni che, inter alia,  la Nord Corea richiederebbe in cambio della denuclearizzazione, è la conclusione di un trattato di pace, ma anche, s’intende, il ritiro del contingente USA nella Corea del Sud.Facile prevedere lo shock in Estremo Oriente se le trattative con il “rocket man” di Pyongyang dovessero concludersi con il ritiro dei 30 mila marines  che stazionano in Corea del Sud.

Il Giappone è nettamente contrario a tale mossa che potrebbe minare la stabilità militare  che dura da 75 anni: dall’armistizio fra le due Coree dopo una sanguinosa guerra civile nel  1953.

È evidente che Pechino sia rapido ad approfittare delle debolezze di Trump. Il 28 di questo mese  infatti,  il primo ministro giapponese Shinzo Abe, sarà a Pechino per discutere anche di RCEP,( la partnership economica regionale dell’Asia). Un progetto cinese che intende aggregare in una rete commerciale  i paesi limitrofi.

Se Trump non avesse cancellato il suo impegno nel TPP (Trans Pacific Partnership),  iniziativa regionale in chiave anticinese, il Giappone sarebbe  rimasto sulle sue. Ma la incomprensibile defaillance USA ha spiazzato Abe che si era molto impegnato a smussare gli angoli a casa sua per accomodare Washington.

Il riavvicinamento del  Giappone a Pechino, non significherà  sicuramente  una conversione a 180 gradi; non ancora perlomeno.  Ma è certamente indicativo che, attesa l’imprevedibilità della politica estera americana, si rendano necessarie “polizze di assicurazione”. Ciò, per ora, “non elimina minimamente la forte rivalità strategica fra Cina e Giappone”.  L’avversione  e l’inimicizia fra di loro, è storia vecchia e profonda .

La prima grande operazione militare nipponica  per sottomettere la Cina (kara iri) risale agli ultimi decenni del 1500. E come potranno i cinesi dimenticare i massacri dell’ultima lunga  guerra giocata sul territorio cinese? E l’eccidio di Nanchino? Come i delitti del nazismo, occorreranno secoli prima che si possa dimenticare.

Ma la politica è la politica: date le incertezze americane, il Giappone non può che cercare un riavvicinamento alla Cina. Anche perché senza  l’appoggio americano (l’ombrello atomico),  il Giappone è un paese indifendibile. Privo di fonti di energia e per ora al lumicino nel nucleare dopo Fukushima.

Per fermare il Giappone sarebbe sufficiente bloccare  lo stretto di Malacca ;  dove passano  centinaia di petroliere  che portano LNG e petrolio al Sol Levante.E il Giappone non potrebbe che “alzare le braccia”.

È vero che il futuro, ma ormai anche il presente dell’Estremo Oriente come base centrale dell’economia mondiale. è un’opportunità reale e  formidabile; ma  tutte le cose preziose, sono ambite dai forti…. E la Cina lo è.

Vittorio Volpi