Essere arbitri del proprio destino: le grandi mostre sull’ottocento in Italia di Cristina T. Chiochia

Essere arbitri del proprio destino. Basta guardare un unico quadro, quello di Hayez dal titolo “La meditazione” , per comprendere quanto per gli italiani questo concetto sia sempre stato importante: una vestale, che impugna una croce con l’iscrizione della date della guerra di Indipendenza Italiana del 1848. Quasi un monito per le future generazioni. E forse, proprio per comprendere meglio le dinamiche della sua storia e di questo monito che porteranno poi a quella che sarà l’esperienza della Prima guerra Mondiale, arrivano in Italia due grandi mostre: “Romanticismo” alle Gallerie D’Italia e al Museo Poldi Pezzoli di Milano, che come recita il comunicato stampa, è la prima mostra mai realizzata sul contributo italiano al movimento romantico (che ha cambiato la sensibilità di un’epoca quella della prima metà dell’ottocento e del suo immaginario collettivo) ed a Novara presso il recuperato Castello Visconteo Sforzesco, la mostra  “Ottocento in collezione. Dai Macchiaioli a Segantini”.  In questo autunno in Italia, è la storia la vera protagonista di riflessioni e dibattiti artistici ( quella storia ottocentesca che si dissolverà con l’avvento della Prima Guerra Mondiale e che in soli tre anni e mezzo vide morire oltre 650.000 italiani e quasi circa un milione e mezzo vennero feriti e mutilati distruggendo una intera generazione d’Italia),  arrivano quindi queste due belle mostre, quasi a sintesi di un principio: comprendere meglio la sensibilità umana, aiuta a diventare uomini migliori e capire meglio la realtà nel suo evolversi, anche nel suo lato oscuro, diventare quindi davvero, arbitri del proprio destino.
Un monito per le future generazioni? Forse, o solo un esempio per i contemporanei di qualsiasi epoca e nazionalità.
E se a Milano, in mostra, come recita il comunicato stampa “[…]ci sono i dipinti dei maggiori interpreti della pittura romantica: Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Giovanni Carnovali detto Il Piccio, Massimo d’Azeglio, Giovanni Migliara, Angelo Inganni, Giuseppe e Carlo Canella, Ippolito Caffi, Salvatore Fergola, Giacinto Gigante, Pitloo, Domenico Girolamo Induno”. Sono le sculture a stupire, maestri come Lorenzo Bartolini, Pietro Tenerani e Vincenzo Vela. “[…]Non mancano anche i grandi artisti di diversa nazionalità”, attivi in Italia in quel periodo (non si dimentichi l’importanza Europea dei Grand Tour nella formazione dei giovani), “ecco quindi Caspar David Friedrich, Franz Ludwig Catel, Jean-Baptiste Camille Corot, William Turner, Friedrich von Amerling, Ferdinand Georg Waldmüller, Karl Pavlovič Brjullov” e che permettono  nell’interessante percorso espositivo, di approfondire “le relazioni intercorse tra il Romanticismo italiano e quello europeo”. Nella mostra di Novara invece, a cura di Sergio Rebora ed Elisabetta Staudacher, affiancati dal comitato scientifico (Luisa Martorelli, Fernando Mazzocca e Aurora Scotti Tosini) è la rappresentazione di quel mondo a colpire. Una mostra organizzata da METS Percorsi d’arte in collaborazione con la Fondazione Castello di Novara, col patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Novara, con il sostegno di Banco BPM (main sponsor) e di Fondazione CRT.  La mostra infatti, si propone  come un lungo itinerario di “sintesi”, di circa 80 capolavori tra cultura e scultura tra cui: Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Giovanni Fattori, Carlo Fornara, Domenico e Gerolamo Induno, Silvestro Lega, Angelo Morbelli, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Giovanni Segantini, Federico Zandomeneghi, e come recita il comunicato stampa “che testimonia l’importanza storica del fenomeno del collezionismo nello sviluppo delle arti in Italia, dall’Unità nazionale ai primi anni del Novecento”.
L’arte quindi che diventa espressione di un mondo, di autenticità. di storia.
La storia delle arti figurative in Italia nel secondo Ottocento che “s’intreccia, infatti, con le vicende dei raccoglitori di opere d’arte e, più in generale, del mecenatismo culturale”. In Italia, infatti dopo il 1860, s’intensifica “il fenomeno del collezionismo di dipinti e sculture da parte di una sempre più ampia fascia di pubblico, composta in prevalenza da esponenti della borghesia delle imprese e dei commerci e delle professioni civili. Importanti per la diffusione anche commerciale dei dipinti e delle sculture, si rivelano le rassegne annuali promosse nelle grandi città dalle istituzioni accademiche e dalle Società Promotrici, vere e proprie vetrine che permettono di conoscere l’evoluzione dell’attività dei pittori e degli scultori, nonché momenti di confronto tra la produzione di artisti di diversa estrazione culturale, ma anche – e soprattutto – occasioni per incrementare le raccolte attraverso acquisti e assegnazioni sociali.
Sull’esempio della Francia (Goupil) e dell’Inghilterra (Dowdeswell, Colnaghi, Pisani), in questi anni nasce anche in Italia il mercato dell’arte organizzato in empori e in gallerie, come quella fondata a Milano negli anni settanta del XIX secolo dai fratelli Vittore e Alberto Grubicy – forse la più significativa sul territorio nazionale – che orienta i collezionisti nelle loro scelte e nella composizione delle loro raccolte”. Due mostre quindi profondamente differenti ma con l’unico filo conduttore di presentare una società in evoluzione e che di lì a poco, sarebbe stata spazzata via dagli orrori della prima guerra mondiale, così differente da tutte le altre perchè figlia di un nuovo modo di essere, vivere e sentire […]”. Vedere quindi queste mostre significa quindi compiere un viaggio nella storia Italiana a ritroso e comprendere forse, anche meglio la storia contemporanea, per percepire quel senso forte di “italianità”che altro non è che essere “arbitri del proprio destino”. Da segnalare il bel catalogo che accompagna la mostra di Novara, edizioni METS Percorsi d’arte con testi dei curatori e molto materiale e schede storico-critiche create da grandi protagonisti del settore.
Cristina T. Chiochia