Quando arriva la crisi? – di Tito Tettamanti

Ormai quando ci si incontra alla stretta di mano non fa più seguito la domanda di rito: «Come sta?» È sostituita dall’interrogativo: «Quando arriva la crisi?». Non sono un economista ma con gli economisti condivido l’abilità nello sbagliare le previsioni. A proposito della prossima crisi però ho tre risposte sicure: non c’è dubbio che verrà, non si sa però quando, né da dove. Sfido chiunque a contraddirmi.

Il noto economista di New York Nouriel Roubini per contro, ha già individuato l’anno: il 2020. È diventato un ascoltatissimo «guru» nel 2007 perché allora l’ha imbroccata. Se coglie nel segno anche stavolta, oltre che un ottimo economista è anche un uomo veramente fortunato. Perché il 2020? Perché sino ad allora avrà un impatto determinante la riforma fiscale di Trump ed il conseguente deficit fiscale, e la crescita economica scenderà in seguito sotto il 2%. Sono considerazioni sensate ma numerosissime altre variabili, dalla crisi dei Paesi emergenti all’esito della guerra dei dazi, specie con la Cina, a possibili cedimenti dell’economia cinese, a un muscoloso intervento degli USA nei confronti dell’Iran con un occhio rivolto alla campagna per la rielezione di Trump, all’esito delle elezioni europee del 2019, a possibili crisi o meno della polveriera italiana e ancora, ancora, ancora possono rompere le uova nel paniere a Roubini.

Personalmente ho sempre diffidato dagli affari fatti solo con i debiti, specie se ottenuti a tassi economicamente ingiustificati. Sarà che non sono abbastanza intelligente per capire il nuovo modo di fare affari, ma che i debiti a livello mondiale siano saliti dallo scoppio della crisi nel 2008 da 140 mila miliardi agli odierni quasi 250 mila miliardi (250.000.000.000.000!) di US$, ciò che corrisponde al 318% del PIL mondiale, lo trovo preoccupante perché non accompagnato da una sana equivalente crescita dell’economia.

Da noi in Svizzera la massa monetaria in circolazione è passata dal 2008 (anno della crisi) al 2018 da 45 a 552 miliardi di franchi. Una moltiplicazione per 12, mentre il nostro PIL nello stesso periodo è aumentato solo del 13% da 600 a 680 miliardi. In un simile scenario uno si aspetta una violenta spinta inflazionista in Svizzera, ma al contrario l’indice dei prezzi è addirittura diminuito.

Parimenti considero preoccupante il gonfiamento dei bilanci delle Banche centrali, conseguenza anche dei Quantitative Easing (QE) – americano, europeo e giapponese – con i quali si sono iniettati nel circuito economico migliaia di miliardi che non hanno ottenuto lo sperato rilancio dell’economia. Autorevoli economisti giudicano l’impatto modesto, ma è servito a mantenere a galla, in Europa, Stati decotti (e anche imprese) con tassi di favore, mettendo il costo di questa politica a carico dei risparmiatori e anche mortificando i possibili utili delle banche, utili necessari tra l’altro per equilibrare gli inevitabili rischi nelle essenziali attività volte a dare liquidità al mercato.

Con il suo QE che termina a fine 2018 la Banca centrale europea ha immesso sui nostri mercati più di 2 mila miliardi di euro (oltre a 746 miliardi di euro per il TLTRO, prestito alle banche condizionato al finanziamento clienti), la FED negli USA 4.500 miliardi di dollari. Gli euro sono serviti purtroppo a permettere agli Stati europei straindebitati di non attuare le misure strutturali necessarie, alle imprese decotte di stare a galla, a qualche banca non particolarmente solida di mantenere tra gli attivi crediti sostanzialmente in sofferenza, ad operatori economici di affrontare investimenti rischiosi e giustificati solo dai tassi irrealisticamente bassi, a creare una bolla nei valori immobiliari (le case rendono di più non perché sono aumentati gli affitti ma perché si sono ridotti massicciamente gli oneri ipotecari) e parimenti una bolla negli investimenti in borsa.

Sono sempre stato diffidente nei confronti dei debiti facili, oggi considero che stiamo ballando sul ponte del Titanic. Mi auguro che quando ci scontreremo con l’iceberg costruito dalla politica e dalle banche centrali avremo la decenza e il buon gusto di non battezzarlo «economia di mercato».

D’altro canto Vito Tanzi e Ludger Schuknecht (entrambi precedentemente al Fondo monetario internazionale) nel loro documentatissimo libro «La spesa pubblica nel XX secolo» sostengono che la crescita della spesa pubblica è derivata dal cambiamento di opinioni circa il ruolo dello Stato nell’economia e constatano come «la rapida espansione della spesa tra il 1960 e il 1980 è notevole perché avvenne quando la maggior parte dei Paesi non era impegnata in uno sforzo bellico, non c’era depressione, e gli sviluppi demografici erano in genere favorevoli sotto il profilo fiscale. Quell’espansione riflette soprattutto il citato cambiamento di atteggiamento».

Ma anche i privati, le famiglie hanno cambiato atteggiamento, continuamente incitati al consumo con ogni forma di credito all’acquisto. Compra oggi e pagherai quando puoi. Si dice ciò sostenga i consumi e quindi benefici l’economia, sarà vero ma il doping permette qualche vittoria di tappa ma danneggia il fisico.

Posso permettermi di dire che ho nostalgia di quella società borghese che temeva i debiti e faceva del loro pagamento un punto d’onore?

Tito Tettamanti

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