In difesa di Philippe Plein.  Contro l’ipocrisia del femminismo – di Liliane Tami

La campagna provocatoria di Philippe Plein è stata condannata quasi da tutti: femministe, partiti politici, opinionisti, blogger. Ospitiamo qui, anche per incrinare l’adirata unanimità, una voce “fuori dal coro”. Non c’è nulla di male a non essere d’accordo con la soverchiante maggioranza; a mostrarsi “politicamente S-corretti”.

La visione della donna che pervade l’articolo – “nata per donare vita e amore” – è antica e molti di noi la portano ancora nel cuore.

Questa è un’opinione controcorrente all’estremo. Si può pubblicare? In un clima di libertà, sì.

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Premessa: io sono fiera d’appartenere al gentil sesso. E disprezzo il femminismo. Quindi posso criticare tranquillamente questo movimento, mentre se fossi un uomo non potrei farlo perché verrei messo alla gogna pubblica.

foto Wiki commons

Negli scorsi giorni la pubblicità di Philippe Plein è stata ferocemente attaccata dalle femministe perché rappresenta una fotografia molto scenografica di una donna morta. Ebbene, se quella pubblicità avesse avuto come soggetto un uomo anziché una donna, avrebbe forse sollevato il medesimo scalpore? Credo proprio di no. Io ritengo molto più umiliante per una donna l’arte di Marina Abramovic o di Milo Moirè. Loro sì che stimolano alla violenza contro la donna: vedendole fare certe cose oscene/ sanguinose/ pornografiche in nome dell’ ”arte” (ma quale arte?) mi verrebbe voglia di prenderle a schiaffi chiedendo loro se non hanno un po’ di pudore e di rispetto per sé stesse. Certe femministe,  col loro comportamento volgare, rozzo, maleducato e  provocatorio, fanno violenza contro la femminilità, composta in egual misura da bellezza e maternità. Le manifestazioni femministe ANTI-TRUMP, dove donne imbruttite, obese, vestite da meretrici e volutamente sgraziate urlano come bertucce rabbiose, sono atti di violenza contro la figura archetipica della donna, nata per donare vita ed amore.

L’ipocrisia della crociata contro la pseudo-violenza sulle donne della pubblicità è la medesima di chi in passato votò Barack Obama solo perché nero. Allo stesso modo anche le quote rosa sono un’ingiustizia, perché non premiano le persone in base ai successi professionali bensì in base al sesso d’appartenenza. Con le quote rosa, una donna viene premiata solo perché donna, e allo stesso modo l’incriminata pubblicità violenta viene condannata solo perché ha come oggetto una donna.  Anche il neologismo “femminicidio” è l’apoteosi dell’ipocrisia: questa parola, infatti, non fa che allargare il divario che le femministe vogliono gettare tra l’uomo e la donna. Giuditta quando decapitò Oloferne e Salomè quando chiese la testa di Giovanni Battista commisero forse maschicidio? Non mi sembra proprio.  La parola “femminicidio” è stata inventata dalle femministe invidiose del pene ( o, citando Sigmund Freud, private di esso) che vogliono gettare discordia tra il gentil sesso e l’uomo. La parola femminicidio contiene in sé piagnistei vittimistici e voglia di fare sentire in colpa i maschi. La donna che la sente o la legge, infatti, viene spinta a sentirsi vittima e ad odiare l’uomo. E’ forse questo che le femministe radicali vogliono? Portare alla guerra tra i sessi ? I due sessi dovrebbero, invece, coesistere armoniosamente nella consapevolezza delle loro ontologiche differenze e dei loro ruoli biologici. L’uomo e la donna sono fatti strutturati biologicamente in modo diverso, nel maschio predomina il testosterone e la competizione professionale e la donna, essendo progettata per allevare la prole con cui preservare la specie, tende ad essere più propensa alla cura del prossimo, alla dolcezza e all’altruismo. Maschio e femmina, nonostante il politically correct, sono fatti per amarsi nella loro complementarietà, nella loro differenza. E per assurdo, proprio le femministe paladine dell’uguaglianza, che rinnegano le loro qualità date da Madre Natura tali la grazia, i fenormoni e le ghiandole mammarie,  si sono lamentate della pubblicità non per la violenza in sé ma solo per il fatto che il soggetto fosse di sesso femminile.

 Liliane Tami (Mädchen Kondwiramour)