La parola cultura, ha un plurale – di Vittorio Volpi

Nel 21° secolo, solo ora, alcuni si accorgono che nonostante il mondo sia globalizzato, le culture rimangono diverse e lo rimarranno nonostante tutto. E queste culture, come sosteneva Publio Cornelio Tacito – il grande storico romano – non cambiano con il passare dei mesi e degli anni, “ma cambiano con il passare dei secoli”.

Di ciò la storia recente ci ha dato ampia prova. Ha fatto scalpore, ad esempio, lo scandalo della pubblicità di Dolce e Gabbana in Cina. La disapprovazione cinese ha causato un imbarazzo nel “Paese di Centro”; problema che con ogni probabilità costerà caro all’azienda.

I fatti: una bella modella cinese mangia la pizza con i bastoncini, cosa esteticamente discutibile. Poi appare di fronte a lei un grosso “cannolo siciliano” con una voce fuori campo che dice “troppo grande per te?” Sfido chiunque a non pensare al doppio senso. Forse da noi una simile scena passerebbe inosservata e magari farebbe anche sorridere, ma la Cina non condivide la nostra stessa cultura. È un paese confuciano nel profondo, è governata da un partito unico-comunista- e relativamente nuovo alle nostre culture consumistiche.

È un paese che ha avuto per millenni una sua cultura profonda e sofisticata ben lontana dalla nostra.

Ho rivisto ancora una volta nei giorni scorsi il film “L’ultimo Imperatore” di Bertolucci. Un vero capolavoro! Difficile rendersi conto che quello che vediamo nella “città proibita”, un mondo lontano, ancestrale, le migliaia di eunuchi, la vita di Pu-Yi, siano così vicine a noi nel tempo.In fondo, si svolge fra il 1910 e il 1960.

Che distanza culturale rispetto alla nostra vita durante lo stesso periodo in Occidente! E ci ricorda che per noi, figli di Aristotele, padre del principio di non contraddizione, cresciuti con un pensiero individualista, analitico e lineare, poco abbiamo in comune con realtà confuciane (Cina, Giappone, Corea) caratterizzate da un modo di pensare circolare (tutto ritorna) e olistico (l’insieme che conta).

Dovrebbe essere ragionevole che chi fa business in paesi come la Cina, il Giappone, etc, . dove la forma conta anche più della sostanza, si documenti con la lettura di buoni testi e soprattutto si avvalga di bravi consulenti locali per evitare dei lisci pericolosi. Sembra una stupidaggine, ma a titolo banale di esempio, spesso in Giappone non c’è il quarto piano in un ascensore : perché la pronuncia di “quattro” è anche un suono di morte (o simile)….

Sorprende nel vedere invece che aziende che vendono i loro manufatti in tutto il mondo non abbiano ben afferrato nel 21mo secolo l’importanza dell’adattamento culturale. Un saggio di grande valore: “Il Tao e Aristotele” dello studioso Richard E. Nisbett, arriva a concludere che: “culture diverse non solo incidono sul modo di pensare, ma anche sui comportamenti”. Ed il saggio bene illustra in modo convincente la sua tesi con molti esempi e ricerche.

Il tutto si applica anche al modo di esprimersi, la pubblicità, le comunicazioni, non solo nel mondo, ma anche fra di noi. Basti vedere foto di specie di stupri collettivi (nella moda) oppure l’uso esagerato “morboso” di donne nella pubblicità. Senza essere bacchettoni, ma le femministe, non protestano?

Lasciando perdere i casi particolari, ritorniamo ad argomenti più seri. Cinque secoli fa, un grande uomo del Rinascimento, Alessandro Valignano, responsabile delle missioni dei gesuiti in Asia, sbarcò in Giappone nel 1579. Contrariamente a quello che si fa spesso, “rimase muto come una statua” per più di un anno per scrivere in seguito, a Nagasaki, “Il cerimoniale per i missionari in Giappone”. Un vero capolavoro di sociologia comportamentale.

Valignano, vista l’enorme differenza culturale fra noi ed i giapponesi (che Francesco Saverio aveva definito “un mondo alla rovescia”), definì un approccio culturale molto valido ed adattabile anche ai tempi nostri. Questo magnifico saggio dovrebbero leggerlo e meditare anche i non religiosi: quelli che fanno business, diplomazia, pubblicità e comunicazioni.

Il gesuita disegnò un modello straordinario: il metodo della “inculturazione ed adattamento”. Postulava che bisogna studiare la cultura altrui a fondo. Non solo la lingua. Cercando punti d’incontro, e fin dove possibile, adattarsi senza mai perdere la propria identità.

Matteo Ricci, allievo del Valignano, adottò il modello, in Cina, con successo. Per questo, per i cinesi, il gesuita Ricci è rimasto nei secoli “il grande amico dell’Occidente”. La sua tomba a Pechino è stata rispettata persino durante la Rivoluzione Culturale ed è visitabile tuttora nel parco del Palazzo dell’addestramento dei quadri del Partito Comunista Cinese.

Il mantra infine è: che è erroneo credere che ciò che è valido a Milano, sia adattabile ed accettabile a Toronto o a Pechino. Non è così….

Purtroppo, la parola “cultura”, ha un plurale.

Vittorio Volpi