A Pisa aria di Tempesta con la compagnia Aterballetto – di Cristina T. Chiochia

Può diventare la Tempesta di Shakespeare un’opera danzata? Pare di sì. Almeno nella vicina Italia la pensano così. Un’opera spesso edita tramite le parole, ora viene offerta in Italia (ed in Europa) al pubblico attraverso la musica e la danza, in una sorta di “filodiffusione” sonora che accarezza i corpi, a volte amplificandone i movimenti, altre volte in modo silenzioso, sino ad annullarsi e lasciando però sempre “intravedere” lo spessore del testo originario fatto di pieni e di vuoti. Senza volerne fare un esperimento scenico fine a se stesso, è questo quello che è successo in un teatro di tradizione famoso, come quello di Pisa questa sera, quando è andata in scena “La tempesta” di Aterballetto.Aterballetto è una compagnia di balletto contemporaneo italiana, nata nel 1979 a Reggio Emilia e vanta produzioni di grande successo attraverso la “leggibilità” della danza.

Ed è questo quello che è stato fatto anche per questo spettacolo, fortemente voluto in cartellone dal direttore artistico pisano, Silvano Patacca. Ma cosa c’è alla base di questo spettacolo di tanto affascinante? “Nello studiare il testo un’immagine mi ha condotto all’altra (come succede nella storia di Shakespeare, in un continuo effetto domino), dando la possibilità all’immaginazione di espandersi.” così il comunicato stampa nelle parole di Giuseppe Spota e così, sul palcoscenico del Teatro Verdi di Pisa, gremito di giovani danzatrici e bambine delle scuole di danza cittadine che , con occhi intensi e sognanti, aspettavano di accendere un sogno, il loro sogno, insieme all’inizio dello spettacolo sul palcoscenico. Un viaggio lungo un sogno, dunque, esattamente come la giornata descritta da Shakespeare, in cui i personaggi della storia sul palcoscenico pisano, si evolvono per passi ritmici danzati e coreografati invece che con le parole, ma ugualmente intensi, in un susseguirsi di coreografie sulla musica (del cantante del gruppo musicale italiano dei Negroamaro, Giuliano Sangiorgi) in modo amplificato dalla sonorità delle casse, sparse un pò in tutto il teatro. “La tempesta” coreografata da Spota , come recita il comunicato stampa, affronta una sfida, ovvero mettere alla prova la capacità. La capacità dei danzatori che a volte si aggrappano ad oggetti ed a corpi, spostano oggetti ed “incrostano” i paesaggi -che siano essi un albero dal quale liberarsi o le onde del mare realizzate con delle travi specchiate; la capacità dei danzatori che raccontano senza pantomima la narrazione teatrale di Shakespeare “illuminando le storie ed i personaggi in modo orginale”. Una originalità che parte decisamente dal tessuto narrativo della storia ma che innesca nei suoi personaggi principali, in particolare Miranda e Ariel, una forza espressiva nuova proprio per i corpi danzati , in particolare quelli femminili, con una forza quasi “generatrice” che a volte si spingono verso l’alto (come il personaggio di Ariel sostenuto in aria da altri due danzatori), altre pesantemente verso il basso (come il personaggio di Miranda sostenuto come peso morto per lungo tempo nella prima parte dal danzatore che interpreta Prospero). La chiara leggibilità della vicenda ripercorre quindi diversi piani rendendola però molto più corale e senza appassionarsi molto agli aspetti della vicenda: piano reale e irreale che interagiscono in modo appassionato e, sul finale, anche il piano di comunicazione con il pubblico viene accennato, fino ad essere annullato nella scelta del finale con il dare le spalle al pubblico. Ci sono anche omaggi a celebri lavori sul testo del Bardo inglese -che aprono e chiudono come un sipario immaginario le sorti della vicenda- addirittura facendo uscire di scena Ariel dalla platea – come nella Tempesta di Strehler . Creando quindi davvero degli spazi “immaginativi inconsueti” ma noti al pubblico perchè evocativi, di sicuro fascino. Si segnala anche la scelta delle scenografie “danzanti” con i ballerini ed i costumi di Francesca Messori che permettono, insieme alle luci di creare la magia del luogo.

Un mondo antico raccolto nelle sorti di un naufragio di un’isola e raccontato in un lasso di tempo ridotto a poche ore del giorno, ma che sa farsi sempre più globale come la storia della Tempesta di Shakespeare racconta da centinaia di anni e che, grazie anche ad intuizioni come questa di Giuseppe Spota ed i suoi bravissimi ed energetici ballerini ,diventa davvero “l’isola lasciata da Prospero”. quasi diventasse sempre più in questo modo, l’ isola dell’eterno dramma della “redenzione” umana e del suo lato più oscuro, ovvero il “peccato” che nel personaggio-danzatore dell’uomo mostro, Calibano, trova il suo punto coreografico più alto insieme a quello di Miranda. Nell’ultima scena, quando offre le sue spalle al pubblico, la sua staticità evoca quasi la fine di un percorso emozionale, fatto di salti, danze e coreografie complesse, e che così pare quasi un unico gesto, un singolo atto di speranza, per cosa? Chissà. Da vedere.

Cristina T. Chiochia