“La botte di Amontillado” – Edgar Allan Poe e la vendetta perfetta

Poe

Nemo me impune lacessit – nessuno può provocarmi impunemente – è il motto dell’Ordine del Cardo ed è anche il motto del protagonista di un breve ma celebre racconto del Maestro. Montrésor, erede di una famiglia in antico potente, ma decaduta, odia il principe Fortunato, che un giorno lo ha insultato, e medita la vendetta. Egli è astuto e non commette l’errore di minacciare il suo nemico, lo tratta anzi con cortesia squisita. Per compiere il gesto desiderato e trovare finalmente la pace del cuore egli dovrà passare per il punto debole dell’arrogante Fortunato. Il principe si picca di essere un grande conoscitore di vini, ciò che ben si accorda alla sua natura di aristocratico gaudente.

È il crepuscolo di un giorno in cui il Carnevale tocca la sua estrema follia e il vendicatore s’imbatte in Fortunato, agghindato in un costume multicolore, con un cappello a cono e campanelli tintinnanti. Il principe è già infiammato dal vino, gli occhi arrossati, il viso gonfio. “Amico mio, avete proprio un magnifico aspetto! Sapete, proprio oggi ho comperato una botte di un vino che mi è stato garantito come Amontillado. E, sarò stato un ingenuo, ho pagato il prezzo pieno…” “Amontillado! Impossibile. In pieno carnevale! Vi hanno certamente gabbato”. “Ho i miei dubbi, infatti, e ho pensato… che un conoscitore esperto come voi… potrebbe…” “Amontillado! Suvvia…” “Neppure io ci credo”. “Dov’è la botte?” “Nei sotterranei del mio palazzo”. “Andiamo”. “Amico, no, voi non state bene, avete una terribile tosse, avete la febbre…” “Amontillado! È un’impostura. Il vostro palazzo non è molto distante”. “Vi supplico, principe!” “Andiamo”.

A tutti i servitori del palazzo era stata data licenza quella notte, non c’era nessuno. Era ormai caduta l’oscurità, ardevano le luci delle taverne, canti sguaiati serpeggiavano per le fredde vie. Entrarono nel palazzo e attraverso una porta ferrata scesero nei sotterranei. Il buio era fitto, si munirono di torce. Fortunato tossiva forte, sempre più forte. “C’è un’umidità spaventosa in queste segrete, i vostri polmoni sono malati, dovete tornare indietro!” “Dov’è la botte? Amontillado! Mio povero amico, vi hanno imbrogliato”. “Vi supplico principe, abbiate riguardo per la vostra salute…” “Cough! Cough! Cough!”

“Siamo quasi arrivati”. “Anche voi siete nobile, sebbene non principe. Ma non ricordo il vostro stemma”. “Piede d’oro in campo azzurro, che schiaccia un serpente che lo addenta al tallone”. “E il motto? Il motto?” “Nemo me impune lacessit“. “Bello”. Fortunato vuotò d’un sorso una coppa colma di Médoc, la sua ubriachezza aveva ormai superato ogni limite. I suoi occhi brillavano di una luce selvaggia. “A-mon-til-la-do” balbettò.

Montrésor guidò il principe Fortunato verso cunicoli sempre più stretti e lontani, sino a una cripta profonda. “L’Amontillado è qui”. C’erano ossa umane sparse qua e là nella cripta. Uno dei muri presentava una rientranza profonda poco più d’un metro. “L’Amontillado è qui”. “Ma non si vede nulla. Datemi la torcia”. Da un anello di ferro pendevano delle catene. Il vendicatore scattò come un felino e in un istante Fortunato fu imprigionato alla parete.

Sul luogo c’era una quantità di mattoni e di calce, perché tutto era stato accuratamente predisposto. Montrésor incominciò lentamente a elevare una parete di mattoni. Il principe gemeva, implorava e faceva tintinnare le catene. “Dov’è l’Amontillado?” “L’Amontillado è qui ed io non ho dimenticato il tuo insulto. Ricordi? Nemo me impune lacessit”. “Ma era uno scherzo…” “Anche il mio. È carnevale e questo è il mio scherzo” “Per l’amor di Dio, Montrésor!” Alla fine risuona sotto le volte incrostate di salnitro, gridato nel terrore da un principe arrogante che non ha scampo, il nome del vendicatore. La parete è ormai compiuta e raggiunge la volta. Nessuno mai saprà nulla. Requiescat in pace.