L’Islam nella società occidentale e nel mondo moderno. Quanto restano vere le parole di questa intervista?

Parole misurate in giorni turbati e violenti
Il direttore del Giornale del Popolo intervistato da Francesco De Maria

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Era sepolta nella “pancia” di Ticinolive. L’ho ritrovata ieri attivando il tasto di ricerca con la chiave “Christian Giordano”, emininte antropologo scomparso il 29 dicembre a Vilnius e mio caro amico. In effetti una delle domande riguardava lui.

Questa intervista la feci a Claudio Mésoniat, all’epoca direttore del Giornale del Popolo. L’ho riletta attentamente stasera e mi sono chiesto: quanto ha perso, con gli anni, della sua attualità? Rispondo: pochissimo.

Cari lettori, ve la ripropongo perché, anche se “vecchia”, è migliore e più interessante… di tante cose nuove.

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Francesco De Maria Quale grado d’importanza attribuisce a quella che per brevità chiamerò “la questione islamica” nel mondo contemporaneo? a) Moderato b) Notevole c) Grande d) Dominante

Claudio Mésoniat  b)

Quanti articoli sull’Islam (specificamente) il suo giornale ha pubblicato nell’ultimo anno?

Non riesco adesso a contarli: a occhio e croce direi almeno una cinquantina.

Lei ha almeno un vero amico musulmano praticante? O di più?

Ne ho più d’uno. Per esempio l’imam di Lugano (Samir Redouane al Jelassi, ndR), che considero realmente un amico.

Parliamo delle incomprensioni e degli attriti che possono manifestarsi – tra musulmani e cristiani, tra musulmani e occidentali – nelle nostre società. Lei è convinto che il metodo del dialogo sia praticabile e, alla lunga, vincentBisogna intendersi bene sul termine “dialogo”. Se si cerca una sorta di sintesi o di denominatore comune, si è fuori strada. Per me un dialogo, con chiunque, è fatto 1) di ascolto, pieno di curiosità per l’altro e per il suo ideale; 2) di testimonianza del mio ideale, ovvero dello splendore della Verità fattasi carne e venuta dentro la storia a incontrare l’uomo, a incontrare me. Testimonianza non significa solo parole e soprattutto non significa formule dottrinali da sbattere in faccia all’altro. Nel senso detto il dialogo, ripeto, è sempre possibile ed è davvero, “alla lunga, vincente”.

Lei deve scegliere tra un ateo indifferente e un musulmano fanatico. Che fa?

La domanda è mal posta, perché non si può mai scegliere. Gli interlocutori fanno parte delle circostanze, per noi imprevedibili e comunque sempre feconde (la Provvidenza non si distrae mai). E poi… è un po’ come chiedere se preferirei morire sotto un’auto o sotto un camion…

Il professor Christian Giordano, dell’Università di Friborgo (ma nato e cresciuto a Lugano), ha proposto a suo tempo, suscitando anche scandalo e vive proteste, un’applicazione parziale della sharia islamica per i musulmani in Occidente, anche in Svizzera. Una proposta plausibile? Nient’altro che una futile provocazione?

A me pare una proposta sbagliata. La sharia è il calco delle leggi civili sulle norme coraniche. I nostri codici, certamente, hanno radici che pescano nella nostra cultura ebraico-cristiana. E sono frutto di secoli di maturazione di tale cultura nel confronto con la realtà storica e sociale in cui viviamo. Non possiamo sottrarre gruppi di cittadini ai codici vigenti per sottoporli a chissà quali codici ispirati al Corano, pena la distruzione della nostra civiltà giuridica, che si fonda sull’uguaglianza e parità di trattamento di fronte alla legge. Non si può affatto escludere, però, che nel tempo una consistente e crescente presenza musulmana nei Paesi europei possa, secondo le vie consuete della democrazia, introdurre elementi giuridici nuovi, anche in misura egemonica. Non me lo auguro, perché un confronto tra la nostra civiltà giuridica e quelle islamiche che conosco non mi lascia dubbi di preferenza. Spero perciò che, nel tempo, possa piuttosto accadere, all’inverso, che il patrimonio di ragionevolezza, libertà, socialità, in una parola, di umanità che è depositato nei nostri costumi e nelle nostre leggi possa affascinare i nostri ospiti di religione musulmana e indurli ad abbracciare con convinzione i nostri ordinamenti. Aggiungo che, in realtà, molti musulmani, soprattutto donne (e pour cause), che vengono nei nostri Paesi per trovare condizioni di vita economicamente migliori, non nascondono l’attrattiva che la nostra società esercita su di loro anche dal punto di vista giuridico, politico, culturale. Certo, a nessuno, neppure agli amici islamici, sfugge la crisi profonda che attraversa la nostra civiltà secolarizzata, cioè ormai estranea alle proprie origini religiose. Ma di questo molti musulmani, sinceramente, si dolgono. Quasi ci dicessero: “vorremmo sapere da voi, europei, cos’è questo cristianesimo che ha fatto maturare tali e tanti frutti, ma voi non sapete dircelo”.

Che cosa pensa del sindaco Pisapia, divenuto famoso con il suo progetto di costruire moschee per tutta Milano?

Penso che qualche mio amico musulmano farebbe, da sindaco di Milano, meno disastri di Pisapia.

La condizione soggetta della donna nell’Islam, ecco una delle armi più affilate nelle mani dei critici. Adesso le faccio una domanda assassina (le amo). Non ci può essere una similitudine con la condizione della donna nella vecchia società cattolica?

No, una similitudine non mi sembra proponibile perché in un caso, quello dell’islam, la condizione della donna è determinata da una situazione di inferiorità che è iscritta dall’origine nella prassi e in alcuni sacri testi (in particolare negli Hadith del Profeta). E’ una disparità, possiamo dire, ontologica, dalla quale traggono spunto le ancora attualissime –senza voler infierire- discriminazioni verso la donna, che emergono soprattutto in ambito matrimoniale. Nel caso del cristianesimo, invece, siamo in presenza sia di un comportamento del “fondatore” sia di testi originari (mi riferisco al Nuovo Testamento) che affermano in modo granitico la pari dignità: “in Cristo non c’è più né uomo né donna”. Dove la parità assoluta non significa negazione della differenza, beninteso. L’atteggiamento di Cristo a questo proposito è rivoluzionario rispetto non solo all’ebraismo ma anche alle culture dominanti all’epoca nel mondo. Il seme della parità ontologica tra i due sessi seminato da Gesù è germogliato lentamente (lo stesso vale, ad esempio, per la questione della schiavitù) in culture e civiltà profondamente segnate da antropologie sessiste. Una maturazione, come sappiamo, non ancora del tutto ultimata, per lo meno sul piano della prassi sociale reale. Anche in certe tradizioni islamiche è rintracciabile qualcosa di analogo: ad esempio l’abolizione della poligamia nelle recenti leggi tunisine e marocchine, grazie a una lettura storico-critica dei testi sacri operata da scuole coraniche peraltro minoritarie e oggi fortemente contestate nel mondo islamico. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano…

Lei è favorevole alla proibizione del burqa integrale nel nostro paese?

No, sono contrario. Penso che si debba cercare in ogni modo di far evolvere la mentalità che produce tali costumi discriminatori. Ma culturalmente, educativamente, non imponendo per legge il modo di vestire. Diverso sarebbe invece se, ad esempio, apparissero tendenze a insediare convivenze poligamiche (come si diceva a proposito della sharia).

Oggi come oggi si può parlare di persecuzione dei cristiani in certe regioni del mondo a maggioranza musulmana? Se sì, può precisare in quali regioni? Può citarci tre esempi specifici?

Ma le pare si possa dubitarne? Basterebbe sfogliare il Giornale del Popolo degli ultimi mesi per trovare un’abbondante documentazione di persecuzioni reali, frequenti e gravissime. Non credo lei pensi che facciamo disinformazione… Il Pakistan è nelle nostre orecchie proprio in questi giorni per un caso di persecuzione di cristiani. Nel Sudan si calcola che il regime islamista di Khartoum, che bombardava sistematicamente il sud del Paese in quanto cristiano, abbia fatto in vent’anni quasi due milioni di morti. Sono stato di persona, ancora durante il periodo di guerra civile, nel sud del Paese (oggi indipendente) per un reportage televisivo e ho toccato con mano cosa fosse quella persecuzione (per giunta teorizzata da intellettuali famosi come Al Thurabi). Le suggerisco la lettura di un libro fresco di stampa, scritto da un amico e collega italiano, Rodolfo Casadei: “Tribolati, ma non schiacciati. Storie di persecuzione, fede e speranza”, editore Lindau (prefazione del vescovo iracheno di Kirkuk). E’ interessante perché non descrive solo i cristiani perseguitati (in particolare da musulmani) come vittime, ma anche come testimoni.

Nel portale Ticinolive abbiamo un blogger “islamico”, il quale sostiene che certe notizie “agghiaccianti” – come ad esempio quella della bambina handicappata accusata di aver bruciato il Corano – sono spesso frutto di pura manipolazione. Qual è la sua opinione in proposito?

Il caso citato ha fatto emergere in effetti una manipolazione: quella di un imam che ha… irrobustito le prove contro la bambina down aggiungendo alcune pagine di Corano al rogo che la piccola era accusata di aver acceso. La denuncia di questa manipolazione –lo spieghi al nostro blogger- non viene da agenzie stampa occidentali o cristiane ma da una delle maggiori autorità giuridiche dell’islam pachistano… Che spesso ci siano manipolazioni informative è fuori di dubbio. Ci sono state nei casi delle guerre irachene, di quella libica, dell’attuale guerra civile siriana: ma non mi pare, dagli esiti, che penalizzino i musulmani o procurino qualche vantaggio ai cristiani. Ci furono manipolazioni anche ai tempi della guerra civile nell’ex Jugoslavia, quando l’Occidente intervenne giustamente a difesa della minoranza musulmana bosniaca.

Ora la domanda più spinosa. L’estremismo islamico – inteso come aggressivo e sprezzante verso la nostra società e addirittura come suo nemico – esiste in Svizzera? Esiste nel Ticino?

Stavo per rispondere di no. Poi mi è venuta in mente una figura molto nota internazionalmente e che ho avuto modo di conoscere personalmente, perché risiede appunto nel nostro Paese. Il disprezzo per la nostra società –la quale in alcune sue propaggini culturali e politiche lo corteggia e lo coccola- è in lui molto evidente. L’aggressività –sia chiaro- non ha niente a che fare in questo caso con le classiche modalità terroristiche o con atteggiamenti violenti. Si tratta di un influsso più profondo ma non privo di conseguenze dannose: quello di un intellettuale colto e forbito che frequenta salotti televisivi e aule universitarie ma, al contempo, moschee e centri culturali islamici di tutta Europa (in passato soprattutto nelle periferie francesi, più recentemente predicando da una potente radio insediata a Londra). Perché dannoso? Perché il nostro uomo incita i musulmani che risiedono in Europa a non integrarsi realmente, ma solo formalmente, strappando tutte le possibili nicchie di autonomia, anche sharitica, in cui coltivare un’identità inalterabile in tutte le sue espressioni (anche esteriori) e pronta a imporsi non appena la demografia lo renderà possibile. Si chiama Tariq Ramadan.

Questo pericoloso fenomeno non potrebbe essere generato da un atteggiamento di incomprensione ostile della nostra società verso i musulmani?

Non credo. Un certo atteggiamento di incomprensione ostile, secondo me, c’è in molti europei, svizzeri, ticinesi (per non andar lontano e lasciando perdere quelle inqualificabili stupidaggini -mi rifersico al recente video su Maometto- compiute da fondamentalisti cristiani in altri Paesi, tanto rare quanto amplificate parossisticamente e assurdamente da frange di fondamentalisti musulmani alla ricerca di spunti per dare sanguinosamente sfogo a un odio coltivato e teorizzato). Ma nel nostro Paese, per quel che vedo, non genera nei nostri ospiti musulmani odio e disprezzo verso di noi. Genera piuttosto delusione e amarezza. L’ostilità religiosa (sarebbe meglio dire ideologica) ha un’origine diversa.

Ho ritrovato, frugando nel web, ma proprio nel GdP, il caso degli “otto imam estremisti” predicanti in Svizzera e oggetto di sorveglianza speciale da parte delle autorità. Otto imam su parecchie centinaia. Sono pochi o sono troppi?

Sono pochi, in rapporto a quel che capita altrove. C’è un buon livello di integrazione dei musulmani in Svizzera: per questo i predicatori di odio non trovano terreno fertile. Ma non per questo presenze di questo genere vanno trascurate.

Lei conosce il caso di Nicolas Blancho (Abu Ammar Abd Ullah)? La Weltwoche, ad esempio, ne ha parlato abbondantemente.

Certo, ho letto e ho visto sul web. Mi sembra un caso un po’ folcloristico e in effetti non capisco perché gli si dedichi tanta attenzione da parte dei media.

Come mai la “famigerata” iniziativa anti-minareti è passata? Era giusto votarla?

Difficile dire. Forse c’era bisogno di “smaltire” l’orrore e la paura accumulati inconsciamente in tanti anni di terrorismo che colpiva ciecamente attorno a noi ma pur sempre nel nostro mondo europeo e occidentale. Smaltire, esprimendo una sorta di “altolà”: “voi musulmani non penserete di alzare la cresta nel nostro Paese”. Poi c’è stata una forte propaganda efficacemente gestita da una forza politica che ci sa fare. Resta comunque a mio pare un errore averla votata. Non ce n’era bisogno, se davvero si voleva evitare la costruzione di minareti. In realtà, però, si voleva catalizzare quel recondito disagio tesoreggiandolo a beneficio di una parte politica. Non dovremmo, a mio parere, sfruttare la democrazia diretta per mettere a tema questioni marginali, come sta accadendo per il velo o il burqa. Se mai, lo dovremo fare quando si aprissero fronti assai più gravi su questioni inerenti, come si accennava, la sharia in ambito matrimoniale o giudiziario (si vedano in proposito le sconsiderate sperimentazioni britanniche).

La nostra chiesa locale ha un buon rapporto con la comunità musulmana residente nel Ticino? Cerca di stabilire dei contatti, ricerca un dialogo?

Secondo me ci sono ottimi rapporti. Anche grazie all’intelligenza e lungimiranza del nostro vescovo mons. Grampa. Basti ricordare che per gli 80 anni del nostro GdP sua Eccellenza -insieme a chi scrive- decise di solennizzare l’evento, oltre che con una visita in sinagoga (una prima svizzera), invitando l’imam della moschea ticinese a un pubblico incontro di dialogo.

Se sì, fino a che punto il nostro “popolo cattolico” si lascia coinvolgere da questi tentativi di avvicinamento?

Questa è un’altra cosa, purtroppo. Ma come ho detto prima penso che lo scarso interesse per le diverse identità religiose e culturali delle persone che ci vivono accanto dipenda, nella nostra gente, soprattutto da una scarsa conoscenza e da uno scarso entusiasmo (missionario) per la propria identità cristiana.

Intervista esclusiva di Ticinolive, riproduzione consentita citando la fonte