Svizzera-UE: la politica degli equivoci – di Tito Tettamanti

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata

Tutti noteranno la profonda divergenza di questo testo rispetto alla linea del PLR (nazionale e cantonale), per non citare i socialisti (innamorati, al cuore non si comanda) e anche i democristiani, con un particolare riferimento alla posizione di “Mister 70%” Filippo Lombardi. Ma Filippo, se l’accordo comporta l’acquisizione dinamica (parola ipocrita e puttanesca per significare. automatica) del diritto dell’UE, quanto vale il 70% che vendi? Il 35% ? Il 17,5 % ?

Esiste un “Partito dell’Avvocato”? Allora, esiste, e non esiste. Esiste idealmente, non esiste in pratica. Lo creeranno i suoi eredi. Ma quali? I suoi “seguaci” sono sparpagliati e senza potere. Lui è maître-à-penser e questo è ciò che ha voluto essere, sempre. Basta e avanza. Dalla sua casa di Castagnola, in via San Michele.

Buona domenica. Un’ultima cosa, sto leggendo “Flash”, edito da Armando Dadò, un’agile raccolta di “istantanee”, di ricordi, di “lampi”, locali e internazionali. “Alla mia età i ricordi sono importanti” confessa l’Avvocato.

Come dite, se intendo presentarvelo? Come potete dubitarne? Mi ci vuole un po’ di tempo, almeno due settimane.

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Nella conferenza stampa del 17 dicembre 2018 il commissario UE Johannes Hahn con toni ultimativi ha espresso la sua irritazione a proposito delle trattative con la Svizzera. Sintetizzando, ha detto che con i rappresentanti svizzeri si negozia, si tratta, si giunge alla formulazione di testi condivisi e poi questi stessi testi vengono considerati come fossero una proposta dell’UE sulla quale gli svizzeri per ragioni varie non sono d’accordo. In sostanza una strategia degli equivoci.

Che Bruxelles abbia qualche ragione per irritarsi lo dobbiamo onestamente riconoscere, specie se riandiamo a vedere la storia dei nostri rapporti. Infatti, il Consiglio federale nel 1992 con una decisione infausta, di nessuna urgenza e da nessuno richiesta o sollecitata, ha pensato di porre la candidatura della Svizzera a membro dell’UE (allora Comunità europea). Oltretutto con una decisione risicata: 4 voti contro 3, ciò che avrebbe dovuto invitare a maggiore cautela. Primo marchiano equivoco con il quale abbiamo fatto credere a Bruxelles che la Svizzera (con il suo popolo) aspirasse a far parte della costruzione europea, cosa assolutamente non veritiera. Il secondo equivoco e grave negligenza è quello dei consiglieri federali che si sono succeduti e che sino al 2016 non hanno mai ritirato la candidatura lasciando quindi supporre a Bruxelles che l’adesione di quegli zucconi di svizzeri non fosse che questione di tempo e pazienza. I Bilaterali nel contempo sono stati negoziati con intelligenza.

Foto: Wiki commons

Avendo finalmente compreso che il popolo svizzero non intende aderire all’UE, quest’ultima vuole raggiungere un accordo quadro che regoli i rapporti in modo indiscutibile e ci agganci definitivamente. Didier Burkhalter, per nostra sfortuna ministro degli esteri negli scorsi anni, arrivato al ministero, come tutti gli insicuri diffidando dei diplomatici che si è trovato quali collaboratori, nomina segretario di Stato il fidato numero uno del suo precedente Dipartimento. Uomo intelligente ma inesperto nella materia, quest’ultimo commette l’enorme gaffe di proporre quale tribunale per dirimere le contestazioni tra UE e Svizzera nell’ambito del futuro accordo in discussione la Corte di giustizia europea. La proposta parte da noi, non dall’UE. Ora, a parte la singolarità di sottomettere ai giudici della controparte la decisione finale su eventuali contestazioni, si è ignorato, grave errore, che il compito primo della Corte europea è contribuire a realizzare la coesione tra gli Stati UE. Rendendosi conto della pesante cantonata presa, si è fatta scendere dall’aereo in partenza per Mosca l’ambasciatrice svizzera di recente nomina, rinviata a Berna, sostituendola con il pericoloso e immaginifico segretario di Stato, augurandosi che Mosca sia sufficientemente lontana da Bruxelles.

Ma fonte di equivoci sono stati anche gli atteggiamenti di alcuni dei presidenti della Confederazione, consiglieri federali in pellegrinaggio a Bruxelles a raccogliere baci e abbracci con foto di gruppo dalla vecchia volpe Juncker, non astemio ma neppure stupido, e pacche sulle spalle dagli alti eurocrati. È inutile negarlo, buona parte del nostro establishment politico è tendenzialmente eurofilo ed i conseguenti comportamenti potevano senz’altro essere fonte di equivoci. Si afferma che tale politica ci ha concesso di guadagnare tempo, sarà, ma forse più ancora si sperava che l’attendismo avrebbe permesso con il passare del tempo di influire sull’opinione pubblica per ottenere che cambiasse orientamento e che l’insistente campagna sui presunti inconvenienti economici avesse (come in parte ha) effetto. Il continuo insistere sulle possibili conseguenze negative per la nostra economia (a suo tempo ne discuteremo in dettaglio) ci ha fatto dimenticare che il problema del rapporto della Svizzera con l’UE non è economico ma istituzionale. Olivier Zimmer, svizzero, professore di storia moderna europea a Oxford, lo ha illustrato esemplarmente con un lungo articolo ospitato dalla NZZ (17 dicembre 2018).

L’UE, legittimamente dal suo punto di vista, non tollera ostacoli sulla sua strada che tende alla totale coesione tra i membri a scapito della sovranità dei singoli Stati (neretto della Red). Sostanzialmente l’UE vuol essere lo Stato d’Europa e in questo senso va compresa la malcelata soddisfazione per l’uscita del Regno Unito, che non condivideva l’impostazione, e la volontà punitiva nelle trattative per la Brexit.

  • La Svizzera concretamente, e al di là dei funambolismi, ha tre scelte. O aderire e diventare un membro dell’UE, e alcuni svizzeri, mi pare pochi, sono di questo avviso.
  • O per non aderire, ma impauriti, adattarsi a fare da vassallo, uniformandosi come vorrebbe il patto attualmente in discussione e sul quale torneremo. In sostanza, come dice il professor Zimmer, assumiamo gli obblighi dei membri ma senza diritto di voto.
  • O, infine, manteniamo la nostra indipendenza e vogliamo trattare (istituzionalmente) da pari a pari con l’UE come è il caso ad esempio per il Canada nel recente accordo.

Si può essere di diversa opinione, nulla da eccepire e ne dibatteremo nei prossimi mesi, ma è evidente che il periodo degli equivoci e delle ipocrisie è giunto al termine. Da oggi diventano disonestà politica.

Tito Tettamanti