Vent’anni sono passati. Euro promosso o bocciato? – di Tito Tettamanti

Vent’anni d’Europa con l’euro (titolo originale)

Vent’anni di euro. Infatti è entrato in vigore il 1. gennaio 1999. Ricordo molto bene i dibattiti che lo hanno preceduto, anche perché vi ho partecipato essendo tra gli scettici. Mi avevano convinto le tesi contrarie di numerosissimi economisti (incluso il Nobel Milton Friedman). Ritenevano che l’assenza della necessaria omogeneità economica tra i diversi Paesi membri rendeva la costruzione fragilissima. La mancata omogeneità avrebbe prima o dopo originato crisi e squilibri, ai quali tre erano i possibili rimedi: o massicci investimenti nel Paese in crisi (per quanto concerne gli investimenti privati vedi Grecia: pura illusione), trasferimento di masse di lavoratori verso altri Paesi (a parte altre reazioni spostare un isolano greco in un fiordo norvegese non è certo facile) o, terza alternativa, incidere pesantemente sulle remunerazioni del Paese in crisi per ritrovare la competitività.

Prevedibile la tendenza a ricorrere a quest’ultima soluzione, anche perché più facilmente e velocemente realizzabile. Conseguenza: l’economia greca invece di crescere è diminuita di circa il 25% nell’ultimo decennio.Avendo avuto modo di parlare allora con ministri e dirigenti dei Ministeri delle finanze, membri delle direzioni di banche centrali, politici, eurocrati di Bruxelles, esponenti dell’economia, ho constatato che l’entusiasmo era grande e noi con le nostre critiche e obiezioni eravamo considerati i soliti rompiscatole retrogradi che mettevano i bastoni fra le ruote ad un ulteriore passo importante nella costruzione europea.

Ogni Paese aveva poi il proprio interesse, convinto di riuscire a tirare la coperta dalla propria parte. Dai tempi di De Gaulle la Francia studiava come poter imbrigliare la forza del marco. Per la Germania, la più dura da convincere a rinunciare alla propria moneta, circolano più ipotesi. Una che Mitterrand avrebbe chiesto a Kohl l’unione monetaria per il suo consenso alla riunificazione con la DDR. L’altra più pedestre che la moneta unica avrebbe posto termine alle svalutazioni competitive (specie della lira italiana) che mettevano in difficoltà le esportazioni dell’industria tedesca. Per gli Stati del sud Europa come Italia, Grecia, Spagna la comune speranza che i propri debiti prima o poi sarebbero diventati debiti europei. Comprensibile insistenza del ministro Tremonti al fine di ottenere il diritto di emettere bond europei. L’euro è uscito a fatica dalla crisi del 2009 e sicuramente più grazie all’abilità e autorevolezza di Draghi che per merito di Bruxelles. La Banca centrale europea per mantenere a galla l’economia europea (non parliamo di vero rilancio) ha investito 2.400 miliardi di euro sotto forma di quantitative easing, più altri pesanti interventi.

Passati i primi vent’anni ci si chiede se l’euro abbia soddisfatto le aspettative dei suoi fautori. Il giudizio generale è piuttosto negativo e va da chi lo considera responsabile anche della preoccupante situazione economica europea attuale, a chi prevede che non dovrebbe superare la prossima crisi a chi per contro ritiene che gli Stati membri riusciranno a prendere prima o dopo le misure centralizzatrici del sistema finanziario tali da permettere un rilancio. Comunque l’euforia di un tempo è spenta.
È innegabile che lo squilibrio dovuto alla mancata omogeneità economica degli Stati partecipanti si è violentemente manifestato confermando le preoccupazioni espresse da molti economisti. L’iniziale riduzione generalizzata degli interessi sul debito pubblico nei Paesi euro (per alcuni del 50%) ha avuto come conseguenza una diffusa ubriacatura e la possibilità per i Governi di poter rinviare quelle riforme strutturali indispensabili per il risanamento. L’ulteriore artificiale compressione dei tassi imposta dalla BCE con conseguenze punitive per risparmio, risparmiatori, strutture pensionistiche, è stata sostanzialmente una tassa surrettizia decisa per dare ossigeno a Stati barcollanti e male amministrati e a società decotte.

Il costo per il mantenimento della Grecia nell’euro che ha comportato finanziamenti nell’ordine di 300 miliardi di euro, è risibile se la crisi futura dovesse concernere l’Italia, oggi il Paese forse più esposto. Non faccio previsioni anche se in un’epoca di cerotti e di flebo la nostra società ha un’acrobatica capacità di vivere sui debiti. Quello che dispiace è che una moneta unica in un contesto europeo di Stati economicamente omogenei avrebbe potuto contribuire allo sviluppo economico della regione e forse avrebbe nel tempo permesso di allentare i lacci da un dollaro moneta di riserva. L’euro è uno degli esempi degli errori della politica quando agisce per ragioni puramente ideologiche, di prestigio, di potere, per la realizzazione di piani formulati dimenticando la realtà.

Mi sono sempre chiesto, e l’ho chiesto allora ai miei autorevoli interlocutori, il perché della fretta, dell’insistenza a voler ampliare la zona euro a Paesi sicuramente troppo fragili. Durante la crisi del 2009 ho avuto la risposta, cinica ma illuminante. Gli eurocrati di Bruxelles certo non degli incompetenti, sapevano del rischio che si sarebbe corso con un euro dalle basi insicure e si aspettavano una crisi, anche se meno pesante di quella iniziata il 2009. Una crisi che avrebbe permesso loro di affermare che l’origine della stessa risiedeva nel troppo poco «Europa», e legittimare la richiesta di maggiore coesione e competenze per Bruxelles. Anche questa è politica, purtroppo però gli errori li pagano i contribuenti. Ma per finire la responsabilità veramente di chi è? Domanda da porre? Ovviamente senza dubbio e come al solito dei «neoliberali»!

Tito Tettamanti

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