Le ragioni del no all’Accordo quadro con l’UE – di Tito Tettamanti

Quattro giorni? Otto giorni? Possibile che il destino della nostra Patria dipenda da questo? Tito Tettamanti, che è uomo molto esperto ed è un saggio, si pone tale domanda, e si stupisce.

Uno dei temi centrali del presente articolo è il “voltafaccia” del Partito socialista, filo-europeista almeno tanto quanto il PLR ufficiale. Scrive l’Autore: “Azzardo per contro che (i sindacati) abbiano realizzato il rischio di venir sottoposti ai giudici europei anche nei settori di loro interesse e in particolare per aspetti della legislazione del lavoro”.

Ben detto! Probabilmente è questo il motivo. Se non altro l’UDC riceve in regalo un potente e inaspettato alleato.

Quanto alla grande industria, alla grande economia e al grande capitale, la domanda, assillante e decisiva, è sempre la stessa: quanto conta per loro l’indipendenza e la sovranità della Svizzera? Forse nella loro ottica superiore e mondialista tali piccole cose, bazzecole, sono irrilevanti e superate. Ma non perderemo tutto, qualcosa resterà! Per esempio il Cervino, le cascate del Reno, il lago dei Quattro Cantoni. 

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Il Consiglio federale ha deciso di consultarsi ampiamente con il Paese a proposito dell’Accordo quadro negoziato con l’UE e che quest’ultima vorrebbe venisse sollecitamente firmato. Ottima idea quella della consultazione, la regolamentazione dei rapporti con l’UE essendo una delle più (se non la più) importanti decisioni che dobbiamo prendere nel 2019.

Il testo del previsto accordo è stato reso noto e semmai è opportuno allargare il più possibile lo scambio di opinioni tra autorità e cittadini anche perché i corpi che rappresentano la società, quali partiti, associazioni economiche e sindacali, hanno, in una realtà sempre più frammentata, perso la rappresentatività monolitica di un tempo.

Per contro si è criticato il fatto che il Consiglio federale non abbia accompagnato il testo con una sua raccomandazione. A mio modo di vedere la critica è infondata per due ragioni: una pratica e l’altra istituzionale. Da un punto di vista pratico, dato che non è azzardato pensare che la maggioranza del Consiglio federale, perlomeno nella formazione attuale, non sostenga l’accordo, sarebbe imbarazzante per i rappresentanti svizzeri dopo anni di negoziazioni (più o meno felici) e la redazione comune di un testo sconfessare platealmente il proprio operato. Potrebbe addirittura legittimare nella controparte il sospetto che non si sia negoziato in buona fede.

Ma anche istituzionalmente noi dimentichiamo sempre la particolarità del nostro Consiglio federale, che non è un Governo tipo quello delle democrazie rappresentative con un programma sostenuto da una maggioranza in Parlamento. Si tratta più di un Direttorio di vaga rimembranza napoleonica, chiamato a gestire la cosa pubblica. Altrimenti non si capirebbe come in un Consiglio federale (che deve giustamente rappresentare ampiamente le sensibilità del Paese) siedano socialisti, che nel loro programma hanno il superamento del sistema capitalistico e l’intenzione di aderire all’UE, con UDC e liberali che rappresentano visioni antitetiche. Per un problema squisitamente politico come il rapporto con l’UE è giusto dar voce al Paese per attuarne poi le decisioni.

Il mio atteggiamento critico nei confronti dell’UE e dei nostri rapporti con la stessa è noto e lo svilupperò a proposito dell’Accordo quadro proposto in altri prossimi Commenti.

Preliminarmente vorrei cercare di capire le ragioni del repentino mutamento di atteggiamento dell’Unione sindacale svizzera e conseguentemente di una parte del PS nei confronti dell’Accordo quadro che dovrebbe venir firmato. Il tutto gira attorno alle misure di accompagnamento regolate dal Protocollo 1 dell’Accordo stesso che prevede un termine di notifica preliminare di quattro giorni lavorativi per gli stranieri prestatori di servizi indipendenti o che distaccano lavoratori in Svizzera.

I sindacati chiedono otto giorni (inclusi i non lavorativi), perciò si oppongono alla firma. Francamente la disputa sui quattro o otto giorni mi sembra inconsistente. Tra l’altro sostanzialmente la misura concerne prevalentemente tre rami di attività: la costruzione, il settore alberghiero e della ristorazione, l’agricoltura. Analisi sono giunte alla conclusione che le autorizzazioni di corta durata equivalgono allo 0,7% dell’occupazione svizzera e anche nella costruzione concernono l’1,7% degli occupati totali. L’opposizione alla firma dell’Accordo ha giustificati motivi, ma trovo che la disputa quattro/otto giorni, che non dovrebbe essere irrisolvibile e oltretutto relativizzata dalle cifre sopra esposte, non sia tale da giustificarla. Si sostiene che l’ostracismo dei sindacati sia dovuto all’interesse di mantenere i controlli (leggo di 170.000 persone e 44.000 ditte controllate) e di conseguenza anche i relativi incarichi. Non entro in materia sul costo per l’economia di questa forma di burocrazia pervasiva e improduttiva, ferma rimanendo l’opposizione al dumping salariale. Mi chiedo per chi abbiano scritto Alain Peyrefitte La société de confiance e Francis Fukuyama Trust, dove è descritta l’importanza della fiducia nella creazione di prosperità. Capisco che ognuno difenda i propri interessi, ma la stima per le teste pensanti dell’Unione sindacale svizzera non mi permette di limitarmi a questa lettura. Azzardo per contro che abbiano realizzato il rischio di venir sottoposti ai giudici europei anche nei settori di loro interesse e in particolare per aspetti della legislazione del lavoro.

Capito il pericolo bisognava giustificare il voltafaccia – specie rispetto al programma del partito che auspica l’adesione all’UE – e anche per l’imbarazzo di dover condividere una posizione che gli acerrimi avversari dell’UDC sostengono da sempre e ci si appiglia pertanto allo scontro dei quattro/otto giorni, difficile da considerare irrisolvibile nell’epoca del digitale. Tatticamente abile, la mossa però è pericolosa, perché se la diatriba sui quattro/otto giorni venisse (come potrebbe) tecnicamente risolta, ci si vedrebbe disarmati. Le conseguenze negative per gli svizzeri sono ben altre e le ragioni dell’opposizione ben più fondate. Vedremo di analizzarle.

Tito Tettamanti

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata