Chi paga il conto nella lite Italia-Francia? – di Friedrich Magnani

C’est un coup de poignard à un homme déjà à terre, “è una coltellata a un uomo già in terra”, dichiarava l’allora Ambasciatore francese a Roma, André François-Poncet, al ministro degli esteri Galeazzo Ciano, il 10 giugno 1940. Mussolini, aveva appena annunciato l’entrata in guerra. Lo sappiamo attraverso le memorie dello strorico Jean-Baptiste Duroselle.

E’ stata l’ultima volta che la Francia ha ritirato il suo ambasciatore a Roma. Ce lo ha ricordato François Beaudonnet, corrispondente a Roma di France 2, il 7 febbraio scorso, quando l’ambasciatore francese, Christian Masset,  ha lasciato Palazzo Farnese.

Fortunatamente, si è corsi già ai ripari nella lite. Entrambe le parti, hanno gettato acqua sul fuoco. Con buona pace delle feluche che vengono ormai ridotte a burattini della politica. E’ imbarazzante, che nell’epoca matura e globalizzata in cui viviamo, due vecchi amici come la Francia e l’Italia, possano ancora andare alle scaramucce, come i vecchi tempi.

Dispiace dirlo ai sovranisti, ma l’Italia deve molto ai cugini d’oltralpe. Siamo storicamente, una loro costola. Fu la Francia, nell’ottocento, a desiderare un Italia unita, per arginare l’avanzata dell’Impero austriaco e il tricolore italiano apparve per la prima volta, nella “napoleonica” Repubblica Cisalpina, nel lontano 1797.  Se non fosse stato per il contributo delle truppe di Napoleone III ,nella seconda guerra d’indipendenza italiana (1859), l’Italia sarebbe rimasta un satellite dell’Austria, con un appendice romano-cattolica e un “quasi” Regno delle Due Sicilie. Il pegno, fu la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, che ne scelsero plebiscitariamente l’annessione. Garibaldi, nizzardo d’origine, amareggiato da questa decisione, decise di finire i suoi ultimi giorni, nella bellisima isola di Caprera, tra la Corsica (un tempo, genovese) e la Sardegna, immerso tra siepi di ginepro e una mare blu, sempre increspato dai venti.

Il nostro stesso codice civile, è basato su quello napoleonico e le nostre istituzioni, ereditate dai Savoia, ricalcano quelle francesi. Pensiamo alla Corte di Cassazione, che prende il nome dalla Court de Cassation di Parigi.

Sono molti i nostri legami con la Francia, inultile negarlo. Ad oggi, la presenza francese nell’economia italiana, ha un peso non indifferente. Dalla partecipazione azionaria di Vivendi in Telecom, all’acquisto da parte francese (Carrefour, Auchan, E.Leclerc) dei nostri supermercati, dei nostri marchi alimentari (Galbani e Parmalat sono in mano alla francese Lactalis) e di abbigliamento (il colosso francese del lusso LVMH, controlla Bulgari, Fendi e Loro Piana). Anche il nostro sistema bancario e del risparmio, vede la forte presenza dei francesi, pensiamo a Bnp-Paribas e Credit Agricole, che hanno un esposizione verso i crediti al settore pubblico e privato italiano, pari a 285 milardi di euro (fonti Bloomberg). E per finire, sono francesi, gli amministartori delegati di Generali, Philippe Donnet, e di Unicredit, Jean Pierre Mustier.

Per contro, la nostra presenza nell’economia francese, è molto più contenuta. Campari controlla Grand Marnier, Lavazza controlla Carte Noir e Atlantia, l’aeroporto di Nizza.

Inoltre, guardando al commercio estero, il nostro export verso i transalpini, supera l’import francese verso l’Italia e ammonta a 40,5 miliardi di euro, contro i 30,5 della Francia, fonti ICE-Istat.  Facendo due conti, l’’interscambio commerciale tra i due Paesi (import+export), ammonta a 71 miliardi di euro.

L’ultimo dato, quello più interessante, è che le francesi Bnp Paribas, Credit Agricole e Societé Generale, detengono il 30% del nostro debito pubblico (i nostri titoli di Stato). Questo ci fa capire, che agitarci troppo, ci costerebbe inutilmente, una perdita di migliaia di posti di lavoro, un ulteriore contributo all’aumento del costo del debito (per lo spread) e una conseguente svalutazione del dei nostri risparmi, con titoli di stato in caduta e azioni in profondo rosso.

In fin dei conti, non abbiamo nulla da invidiare ai francesi. Il nostro risparmio privato è più alto di quello francese, ed è pari al quadruplo del nostro debito. L’Italia possiede un indebitamento privato pari al 173% del pil, più basso rispetto a quello francese (234% del pil). Il nostro export di vino (6 miliardi di euro nel 2018) e di formaggi nel mondo, la Francia ne è il primo importatore, compete a testa alta con quello transalpino. La nostra dieta alimentare, è invidiata in tutto il mondo, a dispetto delle stelle michelin, degli escargot, delle côtes d’agneau e del gratin d’auphinois. La nostra storia pre-unitaria, fatta di Repubbliche Marinare, Ducati e contaminazioni arabo-normanne,  è del tutto originale, nel quadro delle vicende europee. Ma tutto questo, si amalgama, con la storia e la richezza culturale dei nostri amici francesi.

L’ultima vicenda Air France-Alitalia, che vede il disinteressamento del vettore francese, per la nostra compagnia, in realtà, sembra dovuta a travagli e riorganizzazioni interne  al gruppo Air France-KLM, più che a vicende politiche.

Quindi, prendiamola a ridere. Tutti i dossier, anche i più scottanti, il respingimento dei migranti, la protezione dei terroristi rossi (qualcuno è anche in Inghilterra.., ma non fa scalpore) possono essere risolti attraverso la via diplomatica, quella non urlata, sicuramente più stancante e poco elettorale. Per finire con i versi della canzone Bartali di Paolo Conte, “tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano, c’è un po di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu”.

Friedrich Magnani