Il potere politico alla ricerca della verità. Un documento che alla fine delude tutti

Talvolta bisogna avere il coraggio di essere banali: provo una delusione profonda. La commissione ha celebrato i suoi riti. Ha protratto la procedura all’infinito. Ha spezzettato la responsabilità, rendendo un po’ tutti colpevoli (così che nessuno risulti veramente colpevole). Un lavoro a regola d’arte. Ci sarà un ritorno di fiamma, una miracolosa novità? Improbabile.

Se la Commissione Parlamentare d’Inchiesta aveva poco senso, uno scopo preciso almeno l’aveva: mantenere il “gioco” nelle mani del Gran Consiglio, senza concedere un troppo ampio spazio alla procura e al governo. Ma il risultato è tanto elefantiaco (132 pagine) quanto nullo. Una domanda centrale giaceva sul tavolo: “perché l’incarico è passato da Rainbow ad Argo?”. Questa transizione inattesa ed ambigua fu all’origine del problema e delle successive gravi irregolarità. Ma la CPI desolata allarga le braccia: “Non si sa”.

Nonostante tutto pare che il Rapporto della commissione segni (parzialmente) un punto in favore di Beltraminelli, attaccato per mesi con ferocia ossessiva ed esclusiva da quei media che puntavano a ottenerne le dimissioni sul campo. In particolare dopo la trasmissione “Falò” del 28 settembre 2017 sembrava che la TV di monopolio e di Stato fosse vicina a fregiarsi dello scalpo (ambito) del direttore del DSS.

Oggi la situazione si è riequilibrata e Beltraminelli può condurre – oltre il linciaggio sommario – la sua campagna elettorale, ciò che è un suo diritto democratico. Appare combattivo e persino ottimista. È possibile che il suo partito (inteso come struttura di potere) desideri un altro consigliere di Stato. Ma alla fine l’elezione spetterà al popolo, composto di democristiani e non.

Francesco De Maria (testo pubblicato sul Mattino odierno, in risposta a una domanda del direttore)