Ambizioni svizzere di politica estera – di Tito Tettamanti

Consiglio di sicurezza dell’ONU

Lo scorso anno la Svizzera ha presentato la propria candidatura (confermando una decisione già presa nel 2011) per ottenere un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’ONU per gli anni 2023/24. Non nego che la notizia mi ha sorpreso e stimolato a riandare velocemente all’evoluzione della nostra politica estera nei decenni passati.

Con la fine della Seconda guerra mondiale, sistemati i nostri rapporti specie con gli USA, potenza vincente, grazie anche all’abilità del ministro degli esteri di allora (Max Petitpierre) e di alcuni capaci negoziatori suoi collaboratori (Walter Stucki, Paul Jolles), è iniziato un periodo per noi abbastanza calmo. Vigeva il sistema bipolare, eravamo schierati con gli USA che ci rispettavano quali alleati. La Pax americana non aveva ancora messo in mostra quelle prepotenze (che le nostre banche ad esempio hanno esperimentato) rivelatesi quando, dissoltosi l’impero sovietico, i piccoli alleati come noi non erano più di utilità. Come insegna Morgenthau, tra le nazioni non vi è amicizia, al massimo temporanea coincidenza di interessi.

Nel periodo del sistema bipolare al Dipartimento degli affari esteri i partiti borghesi nominavano (facevano nominare) un consigliere federale socialista che tanto non poteva far danni. Si susseguirono infatti dal 1966 al 1993 Willy Spuhler, Pierre Graber, Pierre Aubert, René Felber. Dopo il 1990 le élite politiche e burocratiche, se da un lato si sono trovate orfane della protezione americana, dall’altro hanno pensato che una nuova fase si apriva, fase di iniziative e di progetti internazionali.

Il fallito tentativo di entrare a far parte dello Spazio economico europeo (1992), bocciato in votazione popolare, ha bloccato anche un possibile progresso dell’istanza di adesione presentata infelicemente dal Consiglio federale alla Comunità europea (oggi UE), non ha però sminuito l’interesse e il desiderio di partecipare alla galassia di organizzazioni internazionali già esistenti o frutto di più recenti iniziative. Non sempre con successo; nel G20 ad esempio non ci hanno voluti. Il periodo di tranquillità aveva fatto passare in sottordine un pilastro della nostra storia politica: la neutralità. Dimenticanza utile per Governo e politici, dato che poteva essere di impiccio per la partecipazione attiva ai giochi della diplomazia.

Non è che questa disponibilità a essere sempre presenti e seguire le danze dei grandi ci abbia giovato molto; per contro siamo stati un target privilegiato quando le durezze dell’ipocrita soft-power con le liste di proscrizione dal color funebre venivano messe in atto. Neppure siamo aumentati in prestigio e autorevolezza. La pretestuosità con la quale si processa attualmente in Francia una grande banca svizzera, accompagnata dal silenzio delle nostre autorità, è dimostrazione di una politica di acquiescenza preoccupante.

Nel 2002 abbiamo aderito all’ONU; diciamo che ciò permette di partecipare al consesso mondiale delle nazioni. L’Assemblea generale dell’ONU è un parlatoio a carattere consultivo più che deliberativo, ma abilita comunque a esprimersi e mantenere aperti i canali di comunicazione con le nazioni del mondo. La modestia ci consiglierebbe però di non aspirare a ruoli che non ci competono, addirittura possono metterci in imbarazzo e sulle eventuali benemerenze sappiamo di non poter contare.

Nel Consiglio di sicurezza, del quale vorremmo essere membri, si passa dal parlatoio alla gestione della politica dell’ONU. Qui si decide – come già successo – se entrare in guerra, con le relative azioni militari. A questo punto il discorso sulla neutralità, che le circostanze ci avevano permesso quasi di dimenticare dicendoci che in un mondo di nazioni pacifiche (quale?) la neutralità non è più così importante, si riafferma di prepotenza. Mi si dirà che tanto nel Consiglio di sicurezza decidono praticamente le cinque nazioni che hanno il diritto di veto (USA, Inghilterra, Francia, Russia e Cina). Vero, ma essendo seduti allo stesso tavolo si diventerebbe ridicoli astenendosi continuamente dal voto per rispetto della nostra neutralità; potrebbero giustamente chiederci cosa ci siamo andati a fare. Il professor Paul Widmer, già ambasciatore, nella sua colonna sulla «NZZ am Sonntag» a suo tempo si pose la domanda tutt’altro che teorica: se gli USA chiedono ulteriori sanzioni contro l’Iran, la Svizzera che ha approvato l’accordo nucleare con l’Iran e facilitato la negoziazione a Ginevra, cosa fa? Si urta con gli USA? O con l’Iran? O pavidamente si astiene dal voto (urtandosi con entrambi)?

La neutralità può essere utile a tutti e spesso ci vengono affidati compiti per facilitare contatti, rappresentare interessi, mediare in virtù di questa nostra posizione, ma impone coerenza, riserbo e modestia. Caratteristiche che non precludono fermezza e determinazione. Non montiamoci la testa, le ambizioni di avere un ruolo nei giochi del mondo e fare i grandi non fanno per noi.

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