“Dopo vent’anni di continua crescita un grande marchio ha lasciato il Ticino” – Marina sulle montagne russe della moda

Relazione all’assemblea annuale di TM, in seduta al LAC (testo integrale)

* * *

L’ultima leader dell’ala Liberale del PLR (non sostituita da nessuno) governa oggi il mondo (“liquido” e abbastanza chiacchierato) della moda. Visti i tempi procellosi (caso Kering in prima pagina) si può prevedere una pioggia di attacchi – provenienti da sinistra – contro di lei, e magari anche contro il ministro Vitta.

Per la sinistra queste grandi imprese della moda sono come il fumo negli occhi: sfruttatrici, infide, dedite all’evasione fiscale. Nello stesso stile Brecht dipingeva i padroni. Nella nostra antica saggezza noi diremmo, sospirando: “Non si può regnare innocenti!”.

MARINA MASONI, presidente di Ticino Moda  Siamo a pochi giorni da un appuntamento elettorale che potrebbe portare qualche imprevisto nel Vecchio Continente; abbiamo espresso due giorni fa una scelta importante per la futura solidità economica e sociale del nostro Paese; ci attendono riforme cruciali nella legislatura cantonale da poco iniziata, dopo elezioni che hanno riservato non poche sorprese. La nostra assemblea si svolge in questo quadro molto movimentato. Siamo alla ricerca di punti fermi da cui partire per poter disegnare e costruire un’evoluzione che infonda maggiore ottimismo nella popolazione, dopo quanto è successo negli ultimi dieci anni. La marcata assenza di stabilità è del resto il segno del tempo, una delle caratteristiche di questo periodo. Piaccia o no, è un dato di fatto. E con i dati di fatto bisogna fare i conti.

L’assenza di stabilità non è in sé necessariamente negativa. È una condizione aperta a sviluppi sia positivi sia negativi. Molto dipende da come noi vogliamo e sappiamo muoverci. Viviamo in un mondo in cui le persone, le merci, i servizi, i capitali si spostano abbastanza liberamente nonostante le pressioni, gli ostacoli e a volte anche i ricatti politici; un mondo, inoltre, in cui la conoscenza e le competenze volano nella rete, pronte ad incidere – con le innovazioni realizzate – sulla realtà quotidiana e sulle possibili traiettorie del futuro. Tutto si muove rapidamente.

Sappiamo bene che l’assenza di stabilità è in buona misura intrinseca alle attività umane, ma oggi attraversiamo un momento in cui ci pare più marcata e comunque è intensamente percepita e vissuta: oltre che essere fonte di preoccupazione e inquietudine (il che fa parte della natura dell’uomo), genera inevitabilmente frizioni, tensioni, e ora anche forti contrasti. Da un lato, abbiamo la visione di chi vuole arginare e contenere l’impatto dei cambiamenti e dei movimenti in corso, per recuperare una certa stabilità che metta – per quanto possibile – al riparo dalle incognite e dia maggiore tranquillità e serenità presente; dall’altro lato abbiamo la visione di chi sprona la società ad adattarsi e anzi a cavalcare i cambiamenti e i movimenti, per cogliere le opportunità che ne derivano, per diradare le nubi che si vedono oggi e creare quindi le premesse di una maggiore serenità futura.

Questa dialettica fra stabilità e dinamismo non è certo una novità. Va oltre la diversificazione tra progressisti e conservatori, e oltre quella tra destra e sinistra (che tuttavia permane, perché basata su principi e valori sempre in concorrenza tra loro). È anche qualcosa di più della contrapposizione fra apertura e chiusura (che pure c’è, ma non esaurisce il discorso). Abbiamo già vissuto periodi simili. Oggi, tuttavia, sembra più difficile trovare punti di incontro. È un compito che spetta prima di tutto alla politica: ma è proprio la politica a trovarsi in serie difficoltà nello svolgere questo compito. La mediazione costruttiva tra interessi divergenti e tra visioni concorrenti è una strada sempre più in salita e anche sempre meno frequentata. I nuovi canali della comunicazione politica e sociale non aiutano: al contrario, contribuiscono a snobbare la mediazione e a privilegiare la contrapposizione, spesso e volentieri puntando sulla pura emotività, sull’immediatezza, quindi proprio sull’assenza di mediazione. E sull’aggressione verbale (e a volte non solo verbale) di chi la pensa diversamente. Il nostro illustre ospite lo ha sperimentato personalmente: ricorderete l’episodio che gli era accaduto qualche tempo fa all’università di Bologna.

Percepiamo tutto questo osservando ciò che succede in diversi stati: prevalgono la contrapposizione frontale (anche quando nessuna delle forze in campo ha una maggioranza sufficiente per governare da sola), la volontà di mettere in un angolo chi è portatore di visioni diverse (anche quando queste visioni diverse propongono progetti e soluzioni ragionevoli e condivisibili), il metodo unilaterale nel gestire il presente per cercare di imporre a tutti un futuro che non tutti condividono così come viene prospettato. La Svizzera non fa eccezione. Eppure, istituzionalmente parlando, siamo la patria della concordanza.

Qui va puntualizzato un aspetto: stabilità e dinamismo non sono per principio incompatibili. Al contrario. Un paese politicamente stabile, con governi che hanno una solida maggioranza e che durano, può essere molto dinamico economicamente e socialmente, con grandi benefici per tutti. Il problema nasce quando nel medesimo ambito (in quello economico, ad esempio) sorge una contrapposizione frontale. Se la realtà economica richiede riforme, adattamenti, innovazioni, il muro contro muro fra stabilità e dinamismo può creare serie difficoltà, fino a compromettere addirittura il

benessere generale e la tenuta del Paese. Soprattutto se stabilità diventa sinonimo di immobilismo per qualsivoglia ragione: spesso per paura di ciò che il cambiamento implica. Due esempi molto terre à terre. L’adattamento delle imprese all’e- commerce e l’introduzione della tecnologia 5G. Sia l’uno sia l’altra sono fonte di inquietudine: per una parte dei piccoli e medi commercianti da un lato, per una parte dei cittadini dall’altro lato. Stabilità contro dinamismo. Il desiderio di stabilità – molto comprensibile e umano – si traduce però spesso in immobilismo che blocca cambiamenti necessari, nell’illusione di poterli arginare e tenere fuori di casa. In realtà, è solo un differire il confronto con la realtà.

La votazione dell’altro ieri è un altro esempio. Sappiamo bene che la competizione fra sistemi-paese si gioca anche sulla fiscalità, siamo coscienti delle pressioni cui il nostro Paese è sottoposto; siamo consapevoli dei rischi esistenziali che corre l’AVS se non si adatta all’evoluzione demografica; ma quanta fatica per mediare una soluzione in grado di aggregare un consenso sufficiente e per realizzare una (minima!) riforma necessaria. Da un lato chi spingeva alla stabilità al presente, a non cambiare nulla; dall’altro chi a infondere nuovo dinamismo al nostro sistema-paese.

Oggi la naturale dialettica tra queste visioni diverse diviene facilmente un contrasto da cui non si trova uscita. L’industria della moda tocca ogni giorno con mano questo fenomeno. Le polemiche con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi tempi attorno alla Fashion Valley in Ticino nascono in gran parte qui. La moda è dinamismo per antonomasia. In tutti i sensi. Non solo in quello più immediato della creatività innovativa e dell’originalità: una moda che non sa stupire costantemente il pubblico dei consumatori con idee nuove non è moda, o comunque non è destinata a vita lunga. La moda è dinamismo per antonomasia anche in tutti gli altri stadi dell’attività imprenditoriale: ogni capo, va prodotto, confezionato, immagazzinato, trasportato, promosso, venduto. Tutte queste fasi sono fondamentali per il successo economico. Tutte richiedono innovazioni costanti. La moda non conosce confini: deve “solo” conoscere i gusti del pubblico, possibilmente anticiparli, o almeno assecondarli in tempi brevissimi, sormontando ostacoli

e barriere. L’industria della moda è quanto di più globale si possa immaginare. L’imprenditore / l’attore della moda è dinamismo in persona. La stabilità è un vocabolo sconosciuto nel campo della moda. Questa attitudine non ha però impedito – anzi proprio questa grande capacità di adattamento e disponibilità al cambiamento hanno permesso – all’industria della moda di rimanere per oltre 140 anni un settore molto importante della nostra economia.

Scriveva il segretario della Camera di commercio, dott. Gildo Papa, nel 1977: “L’industria ticinese dell’abbigliamento ha rivelato in questi ultimi difficili anni una vitalità insospettata. Non sono mancati i colpi duri, che hanno spazzato via alcune fabbriche, ma l’industria nel suo insieme è sempre lì, forte di un’esperienza pluridecennale, di un elevato grado di specializzazione e di attrezzature viepiù efficienti”.

Potremmo riprendere oggi pari pari queste parole – magari sostituendo “pluridecennale” con “ultracentenaria”. In tutti questi anni, l’esperienza ci insegna che per un’azienda che riduce o cessa la sua attività nella nostra regione, altre si insediano o incrementano investimenti e posti di lavoro.
La domanda è allora questa: vogliamo che il Ticino colga le opportunità di crescita e benessere offerte da un’industria della moda dinamica, anche con i marchi internazionali più prestigiosi e conosciuti, oppure preferiamo rinunciarvi in nome di una illusoria stabilità economica che sarebbe data da non si sa bene quale alternativa?

Si è ironizzato sulla visione che attribuisce al meta-settore della moda un ruolo di motore economico – accanto ad altri, naturalmente – nel nostro cantone. Lo si è fatto dopo che un grande marchio ha lasciato il Ticino e dopo che un altro ha ridimensionato (dopo oltre vent’anni di continua crescita) la sua presenza sul territorio.

Questo tipo di aziende non garantisce stabilità, è stata di fatto l’accusa. Certo che no: gli imprenditori della moda operano – come sappiamo – su un piano globale. Non abbiamo alcuna garanzia che chi ha scelto il Ticino come territorio di insediamento, di sviluppo e di crescita, rinunci tutt’a un tratto a quel dinamismo imprenditoriale e a quella mobilità globale che lo hanno portato qui. Il rischio che un giorno opti per altri lidi c’è. Lo sappiamo.

A maggior ragione se accanto ai criteri prettamente aziendali, a quelli economico-imprenditoriali di valutazione dei sistemi-paese entrano in gioco fattori di condizionamento politico. La campagna politica e mediatica lanciata contro la competitività fiscale svizzera in questo ambito è uno di tali fattori. C’è anche una buona dose di incoerenza da parte di chi lamenta queste partenze dal nostro territorio e tuttavia si oppone alle riforme fiscali che darebbero risposte efficaci alle pressioni esterne e permetterebbero di mantenere qui quelle attività, che generano lavoro, utili societari e gettito fiscale a beneficio dell’intera comunità. Manca, in queste parti politiche, ormai diventate sempre più fazioni, la disponibilità a mediare intelligentemente tra aspettative di stabilità ed esigenze di dinamismo.
È il nodo fondamentale che abbiamo visto poco fa. Se vogliamo raggiungere una maggiore stabilità nella presenza dell’industria della moda sul nostro territorio dobbiamo essere pronti, in cambio, a rispondere positivamente alle esigenze di dinamismo che quest’industria fa valere e che oggettivamente ha: non possiamo pretendere di rispondere con l’immobilismo al dinamismo della Fashion Valley, men che meno possiamo immaginare di imporre l’immobilismo a chi ha scelto il nostro Paese.

Quali siano le risposte positive lo abbiamo detto più volte nelle nostre assemblee. E, per quanto è di nostra competenza, abbiamo concretizzato e stiamo concretizzando queste risposte. Ad esempio nel campo della formazione, con un impegno considerevole. Mi riferisco in particolare, per restare ai passi più recenti, – e senza dilungarmi perché i dettagli vi sono noti – al Master of Advanced Studies (MAS) in Fashion Innovation organizzato con il Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI, con la Camera di commercio del Canton Ticino, e con l’impegno diretto di dirigenti di aziende attive nel nostro territorio.

Una risposta positiva di nostra competenza è anche la garanzia di condizioni di lavoro adeguate: abusi, dumping e altri fattori negativi vanno contrastati. Le nostre associate hanno firmato due contratti collettivi (uno per la produzione e uno per gli impiegati di commercio) e rispondono in caso di inadempienze verso i propri collaboratori alle commissioni paritetiche. Dalle commissioni paritetiche, il rispetto dei contratti collettivi

viene controllato sia sistematicamente, sia su segnalazione: le eventuali inadempienze vengono di volta in volta sanzionate. Per quanto è di competenza altrui, in particolare della politica, e per limitarci a uno dei molti temi: sappiamo quanto importante sia il dinamismo in ambito fiscale, proprio in coerenza con quanto detto fin qui. Va detto e ribadito, perché molti non vogliono sentire questa scomoda verità: il riformismo fiscale è fermo al palo da troppi anni. Il pacchetto fiscale approvato in votazione popolare cantonale qualche tempo fa è stato un piccolo passo, necessario ma non sufficiente. Occorre quanto prima avviare la riduzione dell’aliquota dell’imposta sugli utili delle persone giuridiche: l’obiettivo minimo è il 6%. Non dovessimo raggiungerlo, tutto sarebbe più difficile e complicato. Ne va degli interessi dell’intera nostra comunità, dei servizi e delle prestazioni che lo Stato e la società civile possono offrire sul territorio.

Siamo coscienti che si confrontano visioni diverse su come il Ticino debba posizionarsi economicamente e incentivare i suoi motori economici, ma la ricerca di stabilità si traduce oggi in un atteggiamento stazionario, in una scelta di puro immobilismo, che punta solo a una stabilità economica intesa come immutabilità del presente, come totale prevedibilità del futuro, come rifiuto di tutto ciò che innova, cambia, rimescola le carte; un atteggiamento in opposizione frontale alla visione attiva, propositiva, dinamica, che accoglie la sfida dell’incertezza, del cambiamento e della competizione e per questo vuole adattare gli strumenti di cui un piccolo territorio può servirsi per dare risposte positive.

È una dialettica o per meglio dire un contrasto che ritroviamo, come detto, su scala ben più ampia altrove, in altri Paesi, sul piano europeo. Domenica 26 maggio le due visioni si esprimeranno nelle urne negli Stati dell’UE. C’è indubbiamente malessere nel Vecchio Continente. Questo malessere trova sfogo e rappresentanza nei movimenti che definiamo comunemente sovranisti e populisti. E questi ultimi, sia ben chiaro, non sono collocati soltanto nella parte destra dello schieramento politico. Sono tendenze in atto non solo in Europa. Interessano quello che chiamiamo modello occidentale di società. Quali sviluppi si aprono in questo contesto? Siamo forse al declino dell’Occidente? O, per meglio dire, dobbiamo essere pessimisti o ottimisti sulle capacità dell’Occidente di ritrovare e rilanciare la visione dinamica dell’economia e della società in generale? Quali risposte positive si possono dare alla domanda di stabilità che sorge da una parte consistente della società, affinché la ricerca di stabilità non si traduca in immobilismo antimoderno? Sono temi di cui si è occupato e regolarmente si occupa in modo approfondito il nostro illustre ospite. Saluto quindi molto cordialmente il prof. Angelo Panebianco, già docente ordinario di scienza politica all’Università di Bologna e da tempo apprezzatissimo e seguitissimo editorialista del «Corriere della Sera». Le sue analisi e le sue valutazioni sono squarci di luce autenticamente liberale nella buia confusione delle idee che oggi è dominante. Sono certa che, ascoltando la sua relazione, ne saremo illuminati. Grazie prof. Panebianco per essere qui con noi oggi

Marina Masoni, presidente di Ticino Moda