I KIM. Storia di una generazione di dittatori (prima parte)

di Vittorio Volpi

Immagine Wiki commons (Archivi nazionali USA)

Marx diceva che “la storia si ripete sempre due volte. La prima come tragedia, la seconda come farsa”, ma certamente immaginava che la storia ci avrebbe accompagnato per lungo tempo e continui a vivere con noi. È questo il caso della Corea del Nord dove la “tragedia” della guerra ’50 -’53 (civile e  per procura dei russi/cinesi) è tuttora alla base del pensiero, della propaganda del terzo dittatore della storia del paese eremita, Kim Jong-un , dopo ben 66 anni dalla fine del conflitto. La cruenta guerra degli anni ’50 del secolo scorso non fu il risultato di un conflitto fra coreani (le vittime), ma bensì della” guerra fredda”,  del confronto URSS-Stati Uniti.

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Il conflitto sanguinoso che causò milioni di morti (di cui 600mila cinesi e fra i quali il figlio di Mao Tse Tung) fu il risultato della volontà di Kim Il-sung. L’apertura degli archivi dell’ex URSS lo ha confermato. Alla fine della guerra mondiale, dopo la cacciata dei giapponesi che avevano colonizzato la penisola (per oltre 40 anni), gli americani  preoccupati che le forze sovietiche la occupassero,  diedero l’incarico a due soldati di tracciare una linea di demarcazione Nord-Sud. I due vi lavorarono velocemente e sulla base di una cartina geografica del National Geographic, optarono per  una linea  continua sul 38° parallelo;  senza tener conto di strade, villaggi, linee ferroviarie. Il piano fu sorprendentemente accettato da Stalin, e così fu.

Mentre gli americani scelsero Syngman Rhee,  uomo assetato di potere ed autoritario (qualcuno lo definì mezzo delinquente… ) per governare il Sud perché aveva studiato in America e parlava un inglese fluente,  Stalin dal canto suo,  scelse Kim Il-sung (“il guerriero”) che secondo la propaganda, falsa, avrebbe “guidato” la lotta dei partigiani contro i giapponesi.

In realtà il giovane futuro leader era lontanissimo dalle battaglie, ma ben  riparato in Russia dove imparò la lingua e fece le conoscenze giuste. Il suo successivo ruolo (definito brutale, spietato ed autoritario) se lo sarebbe conquistato grazie alla miopia di Washington che in Estremo Oriente considerava vitale solo il Giappone. Kim, ritendo che gli USA in caso di conflitto non sarebbero mai intervenuti, andò da Stalin a Mosca, il quale lo autorizzò senza promesse di interventi diretti, ma subordinò l’invasione del Sud all’appoggio di Mao, il leader cinese che proprio nel ’49 aveva celebrato la vittoria militare e l’indipendenza della Cina. Stalin non era pronto per una eventuale terza guerra mondiale che il suo intervento diretto avrebbe sicuramente  provocato.

Anche Mao lo appoggiò e di conseguenza Kim Il-sung, il 25 giugno 1950, scatenò il conflitto con 6 incursioni a Sud, sotto il 38° parallelo.

Kim aveva garantito ai due leader (russo e cinese) che la conquista ed unificazione della Corea sarebbero state una passeggiata, una “blitz Krieg”. E sembrò davvero così: in 2 giorni Kim era a Seoul e dilagava a Sud. L’esercito del Sud era vastamente impreparato e gli americani erano sguarniti. Truman aveva ridotto le spese militari dalla fine del conflitto e con le bombe atomiche si riteneva imbattibile.

Da ragazzino seguivo sul “Corriere” l’andamento della guerra e mi ricordo una mappa che indicava un piccolo triangolo con la città di Pusan , unico territorio ancora libero al Sud. Ma il calcolo di Kim era sbagliato. La potenza militare americana, di fronte al pericolo di un ulteriore avanzamento del comunismo in Asia, diede carta bianca al generale MacArthur per realizzare un piano quasi impossibile: quello di uno sbarco a Incheon, alla metà della Penisola, che avrebbe spezzato in due l’esercito del Nord e tagliato gli approvvigionamenti alle forze che avevano conquistato il Sud.

Tutti a Washington consideravano lo sbarco a Incheon una follia. Metri di alta marea limitavano l’azione a poche ore al giorno, ma il generale MacArthur, un genio strategico, amava tutto ciò che gli altri, inclusi i nordcoreani, consideravano impossibile. E fece il capolavoro (15.09.1950). Dallo sbarco avvenuto con successo, le truppe del Nord di Kim Il-sung non poterono che battere in ritirata.

L’attuale capitale, Piongyang, venne conquistata e sbarcando dall’aereo il generale ironicamente chiese dove fosse “Kimbuktu” (Kim Il-sung).  Ma le cose non erano finite;  avvicinandosi gli alleati al confine con la Cina,  senza preavvisi , centinaia di migliaia di soldati cinesi varcarono il fiume Yalu e la tragedia continuò. I cinesi misero in campo forze pari a 10:1 rispetto agli alleati. Una marea umana inarrestabile che accerchiò i soldati alleati.

Ritirata americana inevitabile, con gravissime perdite e cinesi e nordcoreani di nuovo sotto il 38° parallelo. A questo punto, il generale MacArthur chiese l’autorizzazione ad entrare in Cina e lanciare bombe atomiche ora che i cinesi erano chiaramente sui campi di battaglia.

Ma Truman, preoccupato di questi pericolosi sviluppi, lo destituì considerandolo pericoloso. Un alto esempio di come una democrazia funzioni agli occhi del mondo. MacArthur era in Asia, e non solo,  un semidio….

Nel marzo del ’53, con la morte di Stalin, il conflitto già in fase di stallo, volse alla fine.

A Mosca non si voleva proseguire oltre e si suggeriva un armistizio che venne firmato il 27 luglio 1953, definendo il confine al 38° parallelo con una zona demilitarizzata larga dai 2 ai 5 km. La firma nella casamatta di Panmunjom, dove Nord e Sud tuttora comunicano quando necessario o inevitabile.

(continua)