Amor di Patria, Gloria e Tradizione: Liliane Tami pubblica le Sue Coltissime Poesie

Dott.ssa Liliane Tami

Di Wagner ama “Il sangue, lo spirito e la natura”; prova lo Sturm un Drang (cosa non certo scontata, di questi tempi), parla della sua Weltaschauung (argomento certamente complesso) con una facilità estrema, e discorre di Filosofia, (in cui è laureata), con incredibile lucidità e celeri collegamenti. Segue il Poliziano, il Tasso, Della Casa, Goethe, come loro scrive in metrica, e le sue poesie, pseudo sonetti, come lei li definisce, raccontano, come lei stessa dice “solennemente umili e orgogliosamente modeste”. Liliane Tami, intellettuale e filosofa già nota in Ticino e a Milano, è una personalità senz’altro fuori dagli schemi: aborrisce la modernità, gli influencer e i loro followers, auspica il ritorno alla tradizione e alla gloria del passato e lo fa attraverso una parola colta e semplice, scelta con cura. Ma lasciamo che sia lei stessa a raccontarsi, nell’intervista di Ticinolive. 

Dott.ssa Liliane, è stata recentemente contatta dalla NovAntico editrice per pubblicare il Suo libro di Poesie. Come è arrivata a questa collaborazione? È raro, al giorno d’oggi pubblicare poesie come le Sue… ci racconti.

Quando avevo 21 anni pubblicai il mio primo libro poesie intimistiche e non ebbi alcuna difficoltà a farlo: basta pagare, non toccare temi “politicamente scorretti” e le case editrici stampano qualsiasi cosa. In seguito sono maturata spiritualmente e le mie poesie sono diventate filosoficamente impegnate e, di conseguenza, la maggior parte delle case editrici si è rifiutata di pubblicarmi nuovamente. Purtroppo il mondo della poesia, così come quello dell’editoria e persino quello dei premi nobel, è perlopiù in mano a gente con una visione post-moderna, internazionalista, femminista e sessantottina.  La mia poesia, invece, non ha subito contaminazioni post-moderne e nichilistiche: i miei versi parlano di valori eroici come l’amore per la patria, l’amore per le tradizioni, l’amore per l’ordine e la disciplina. Di conseguenza mi sono dovuta rivolgere ad una casa editrice avente una weltanschauung di questo tipo. La NovAntico editrice, nata nel 1994, non ha paura di pubblicare libri storici e saggi che criticano la globalizzazione e la decadenza causata dall’attuale oclocrazia. Inoltre devo ringraziare mio marito e l’associazione culturale combattentistica, già vicina a NovAntico, di cui è consigliere: senza di lui ciò non sarebbe stato possibile. L’attuale momento storico oscurantistico non mi consente di parlare pubblicamente di quest’associazione, con cui ho pubblicato un piccolo saggio sul tema dell’arte come veicolo di grandi ideali.

Lei scrive in metrica, rifacendosi ai canoni della bellezza classica dell’antico. Come mai questa scelta? La sua reazione in nome della tradizione, è una provocazione alla contemporaneità?

Scrivo poesie in metrica perché vorrei che la poesia tornasse ad essere gloriosa, come quella di Gabriele d’Annunzio.  Faccio ciò perché sono kantiana. Il filosofo Immanuel Kant ne “ La fondazione della metafisica dei costumi” dice di comportarsi sempre come se si volesse che ogni propria azione diventasse una legge universalmente valida.  Gli autori come Charles Bukowski e Alda Merini ( in gioventù ho pure vinto il premio Alda Merini, ora me ne vergogno …) mi mettono a disagio perché esprimono debolezza, perversioni,  vizi e decadenza. Personalmente questi autori li estirperei dai programmi scolastici, non hanno nulla da insegnare ai nostri giovani: erano alcolizzati autolesionisti che buttavano pensieri sulla carta. Io vorrei un mondo in cui i poeti, esempi di vita virtuosa e luminosa, siano artefici di testi profondi, memori della tradizione, meditativi e gloriosi; di conseguenza io stessa devo dare l’esempio e scrivere così.

Di cosa parlano le Sue poesie? A quale poeta, maestro, s’ispira?

Divido le mie poesie in intimistiche e universali. Nei versi intimistici tratto, ad esempio, della gioia della maternità, dell’amore, sia spirituale che carnale, che nutro per mio marito, o del disagio che provo camminando nelle grandi città tra lo smog e le luci artificiali. Nelle poesie universali tratto di temi legati alla natura o alla storia. Ho scritto una poesia sul fatto che le cave di pietra deturpano il paesaggio e feriscono la montagna, ne ho scritta un’altra sui falchi domestici che se trattati con amore non rimpiangono la libertà del cielo, un’altra sul fatto che in Liguria tanto tempo addietro sono approdati dei pirati saraceni che hanno ucciso e stuprato tante donne…. dipende da cosa mi capita davanti agli occhi. Io vedo, arriva l’ispirazione e scrivo. A che poeta m’ispiro? Varia da periodo a periodo. A 17 anni ero perdutamente innamorata di Torquato Tasso. Poi  ho avuto un periodo di perversione e l’ho tradito per mettermi con gli scapigliati e seguire le tracce luride di Rimbaud e Verlaine. Adesso, per fortuna, i miei maestri di poesia sono anche maestri di virtù in ambiti diversi: le poesie del Poliziano hanno schemi metrici molto precisi, così come quelle di Giovanni della Casa. Schiller con  le sue poesie filosofiche mi insegna ad essere pagana, Gabriele d’Annunzio mi insegna la bellezza delle passioni estreme, Pascoli la goduria nel recitare poesie ricche di allitterazioni e ritmo metrico, Stefan George l’amore per il proprio popolo…  io sono una sincretista della poesia!

Lo stile che, Lei racconta, in lei “arde” e “la consuma” come può trovare sbocco in una società che lei definisce “arida” e modernista?

Grazie a gente coraggiosa che osa sfidare il dogma del relativismo e riappellarsi alle forme classiche. Se una poesia è scarsa nella forma, con versi liberi e senza alcuna costruzione stilistica, ed è scarsa nella sostanza, ossia non dice nulla di bello, utile e vero, per me non è poesia. È una semplice riflessione su carta, per quanto emozionante, ma non poesia. La metrica classica è rigida, il sonetto, l’ode, il madrigale devono seguire regole stilistiche ben precise per essere definite tali. Io stessa riconosco di non essere ancora “rigida” nel mio modo di scrivere e, detto in tutta onestà, le mie poesie sono perlopiù solo pseudosonetti. In rima ed endecasillabi. Dante, con le sue terzine, era eccellente e rigidissimo e ha generato un capolavoro dell’umanità. La poesia in metrica, così come l’arte visuale bella e non degenerata, può essere riportata in auge solo da persone in grado di discernere ciò che è oggettivamente bello ed armonico da ciò che è grezzo, informe e vizioso.

Lei ha anche un blog, Noblesse Oblige, la bellezza identitaria, nel quale si definisce “l’orgogliosa figlia del millennio precedente”. La Sua Weltaschaaung  è dunque di un altro (o di altri) secolo. A quale epoca si sente più affine? Perché?

Panta rei, tutto scorre, e io sono in perenne divenire. A 17 anni amavo la ricchezza culturale ed artistica delle grandi monarchie del 1700. Amavo molto Madame de Pompadour, l’amica dei filosofi. A 20 anni, in balia di ardenti sentimenti, adoravo lo “sturm und drang”.  Ero stata in Germania a studiare tedesco a Tübingen, dove mi sono fatalmente innamorata di Goethe e Hölderlin. Adesso ho 28 anni e sento la mia anima, fattasi più severa e intransigente con la maternità, entrare in risonanza coi valori d’austero eroismo e di pacata grandezza neoclassica di una certa Germania del passato. Il mio vivere adesso è austero: ho abolito i barocchismi, in vita come in poesia, per adottare uno stile più dorico ed essenziale.

Come si rapporta alla Poesia contemporanea, da donna contemporanea (weltaschaaung a parte, intendo donna che comunque vive in quest’epoca)? Ovvero quale ruolo ha la quidditas dell’artista nell’Arte, a parer Suo?

Hegel, ne l’Estetica, asserisce che l’arte sia l’espressione dello spirito del tempo. Di conseguenza io mi rapporto malissimo con la poesia odierna. L’attuale epoca post-moderna, che legittima la musica Trap, l’architettura decostruttivista, le performance artistiche estreme e i gay pride vuole una poesia immediata, senza argini, fluida, facilmente divulgabile via internet, democratica, femminista e politically correct. Attualmente le poetesse tecnologiche più seguite sono Rupi Kaur, che ha 26 anni e 2,4 milioni di follower su instagram, e Amanda Lovelace, vincitrice dei Goodreads Choice Awards nel 2016. Il suo libro ha venduto 300.000 copie. The princess saves herself in this one, così si intitola questa sua raccolta di poesie che dissacra l’amore, è un manifesto di guerra nei confronti del sogno del principe azzurro. Con le mie poesie anacronistiche voglio insegnare che è giusto credere nel principe azzurro e che l’amore coniugale ha un potere redentore. Poi, tra gli uomini, c’è Francesco Sole, idolo delle teenager: il suo primo libro, #tivogliobene, ha venduto 100.000 copie. Tyler Knott Gregson, ha 350mila follower e negli Stati Uniti il suo primo libro, Chasers of the light, ha venduto 120mila copie. Io non ho la connessione internet a casa, non possiedo uno smartphone e la poesia usa-e-getta di questi influencer della parola non mi tange minimamente. Di conseguenza i miei testi non sono conformi allo spirito di questa grama età del ferro. Spero siano però anticipatori del ritorno di Astrea, che in mitologia è foriera di tempi positivi, armonici e luminosi. La mia quidditas? Io mi reputo una persona incline al vizio e al caos, è la ragione che mi consente di comportarmi come una persona perbene ed educata.  In modo analogo è il seguire i solchi della tradizione che mi permette di scrivere versi abbastanza gradevoli anziché brodaglie di parole. Molti artisti, oggi, fanno invece apposta a non voler usare il lume della ragione e sprofondano miseramente nella loro essenza distruttiva, portando anche l’arte con sé nel putrido abisso. A riguardo cito la Beat Generation, Alda Merini e tutta la tetra compagnia dei viziosi, suddivisi tra pervertiti sessuali, alcolizzati, depressi e drogati.  Le persone tristi e sofferenti che producono arte aggressiva, violenta e brutale contaminano con la loro malattia l’anima di chi ne fruisce.

La sua personalità è degna d’un’eroica figura femminile da romanzo: da giovanissima entra in convento, poi su di lei prevale l’animo “pagano e mistico” e diventa filosofa, e ad oggi è una giovane donna in carriera, oltre che mamma e poetessa. Come si compendiano tutti questi stati nella Sua vita, oggi?

La gente non cambia, si rivela. Fin da bambina amavo molto la spiritualità pagana e già in quinta elementare credevo in un Dio immanente, ossia presente in tutte le cose e non trascendente.  Inoltre fin da piccolissima credevo nella dottrina della metempsicosi, tema pagano che si ritrova nell’orfismo e, come dice Tacito, anche negli antichi popoli germanici. Non ho fatto la cresima e la prima comunione. I miei genitori mi parlavano tanto di spiritualità, fede, misticismo e paganesimo, pur essendo mio padre cattolico e mia madre protestante. Alla scuola Rudolf Steiner ho approfondito il paganesimo germanico, la mitologia greca, l’alchimia e l’esoterismo. A 17 anni con mia madre ho fatto un viaggio meraviglioso nelle roccaforti catare, come Montségur e Quèribus.  La dottrina catara è stata per me il ponte che mi ha portato dal paganesimo al cristianesimo.  In seguito grazie alla mia famiglia affidataria, persone moralmente integerrime e buoni samaritani, ho avuto una sbandata per la dottrina cristiana. A 21 anni per colpa dell’infatuazione per i catari,  l’ascetismo e l’esempio dei “buoni cristiani” ho iniziato a seguire il percorso sacramentale presso le suore canossiane di Pavia. E’ stato un errore: ho capito di amare la forma rituale e morale del cristianesimo ma non la sua sostanza. Adesso mi sono distanziata dai catari perché loro disprezzano il mondo materiale e credono nel dualismo. Il santo Graal? Non è un calice a Montségur. Il sangue reale non va inteso metaforicamente. Per me il corpo è il tempio della carne e la natura è sacra,  mentre il monoteismo dissacra la Natura scindendola da Dio.  Anima bella in corpo buono, dicevano i pagani! Ho lasciato stare il clero, perché ho capito che il monoteismo tende alla mortificazione della carne, al contrario del paganesimo che la esalta. Delle suore amavo molto la vita scandita dalla ritualità, dal pudore e dalla riservatezza. Ora continuo a condurre una vita piuttosto riservata ed ambisco a trasferirmi in una casa nel bosco per poter meditare, riflettere e contemplare il creato in santa pace. La vita delle suore in convento mi affascina ancora per la sua forma, come già detto, ma non per la sua sostanza: per me avere timore di Dio è sbagliato, ritengo il mondo materiale una cosa bellissima e non credo nel dio semitico Jahwè. Il monoteismo è timorato di Dio, logorato dal senso di colpa e penitenza, ritiene diabolici i piaceri del mondo tangibile, soprattutto, essendo nato a sud del mediterraneo non è autoctono dell’Europa. Inoltre non credo nella fratellanza universale propugnata da Gesù. Nonostante le divergenze spirituali, frati, suore ed eremiti che vivono in modo frugale, umile e semplice hanno ancora tutta la mia stima.

Io donna in carriera? È solo apparenza. Ciò che faccio nel mondo lo faccio per piacere ludico, non per lavoro. Detto con grande onestà e citando Platone, io non sono fatta né per il servizio delle armi né per quello del lavoro, bensì per quello del sapere. Nel tempo libero svolgo consulenze filosofiche (philosophische praxis) e faccio massaggi in amaca: sono solo pretesti per dare pace, consigli, compagnia e gentilezza a chi desidera un po’ di contatto umano. Una comunità si inizia a costruire aiutandosi a vicenda. Fare del bene e accudire il prossimo, sia dal punto di vista filosofico che fisico, è sempre una bella cosa.

Libero Arbitrio e grazia divina. A quale crede e perché.

Nessuno dei due: credo prevalentemente al determinismo genetico. L’ambiente influenza ma non determina. Il libero arbitrio può poco di fronte al DNA. Io di razza sono prevalentemente alpina con tratti nordici, e le caratteristiche spirituali di queste razze, citando Hans Günther,  le ho tutte, nel bene e nel male.  Ho il cranio brachicefalo tipico delle badanti ucraine e dei vecchi montanari svizzeri  e le mani tozze dalle dita corte: infatti propendo molto alla cura del prossimo, amo fare la massaia, amo il lavoro fisico e mi piace stare tranquilla nel mio orticello. Tendo facilmente alla testardaggine e all’ottusità mentale. Amo la solitudine e dedico la mia esistenza attuale a prendermi cura del marito e di mia figlia, benché abbia una personalità socievole, allegra ed estroversa. Sa avessi più sangue mediterraneo nelle vene avrei certamente più amici ( fatico a mantenere relazioni umane all’infuori della famiglia) e se avessi più sangue nordico sarei forse più delicata e meno “concreta e campagnola”.

Il contemporaneo, sia nell’arte, che nella poesia, ha abolito (o perso) il senso della bellezza. Lei pensa sia possibile recuperarlo? Siamo a un punto di non ritorno o, un giorno, l’Araba Fenice d’Europa risorgerà dalle sue ceneri?

Dalla duplice esplosione nucleare del 1945 viviamo nell’epoca internazionalista post-distruzione atomica. Questo è l’abisso, è il media-evo ( gioco di parole). Per fortuna la storia è un pendolo che oscilla da un lato all’altro, di conseguenza prima o poi usciremo da quest’oclocrazia mondialista. Spero che questa età del ferro, materialista e dominata dall’amore per il denaro finisca in fretta.  Ovidio, ne Le Metamorfosi, dice che  Astrea, dea della Giustizia, tornerà con la sorella Pudicizia tra gli uomini per riportare l’età dell’Oro. Mi auguro che ciò avvenga in fretta: non voglio morire senza aver visto l’incarnarsi del prossimo Avatar o, per dirla con Hegel, l’incarnazione dello spirito del popolo.

È una grande appassionata di Wagner. Cosa l’appassiona del germanismo del XX secolo?

Il sangue, lo spirito e la natura. Wagner ha saputo, con le sue poesie messe in musica (musik-drama)  dare voce ai miti eterni del suo popolo. Le sue opere, infatti, sono sue reinterpretazioni di temi antichissimi di tipo storico, mitologico e  folcloristico. Il Tristan und Isolde, l’Olandese Volante, l’oro del Reno, la mitologia nordica sono tutti temi ancestrali che lui ha saputo reinterpretare in versi e mettere in musica. La sua grandezza è questa: attingere dalla fonte del passato eroico per creare opere grandiose. Il culto del sangue e dello spirito ariano del XX secolo compie il medesimo processo di ri-surrezione dei temi primordiali ed archetipici dell’area geografica che si estende dalle Alpi Svizzere all’Islanda. Risurrezione ed insurrezione, infatti, sarà il probabile titolo della mia raccolta di poesie, in quanto ritengo che il risveglio delle ancestrali idee eroiche dei nostri antenati possa portare ad un moto di ribellione piuttosto violento contro l’attuale società.

Si definirebbe romantica (nel senso storico-letterario della parola)? Cosa risponderebbe a chi potrebbe sostenere che il romanticismo degenerò nel nazionalismo?

Mi piace molto lo Sturm und Drang,  nato circa nel 1760 in Germania e vicino al romanticismo. Questo movimento, di cui il giovane Goethe era uno dei massimi esponenti, voleva essere un’opposizione all’intellettualismo illuministico. Lo Sturm und Drang (temposta e impeto) oppose il nazionalismo al cosmopolitismo della nobiltà e predilesse la cultura del popolo rispetto a quella della tradizione letteraria. Lo sturm und drang va oltre al nazionalismo civico e burocratico di tipo romantico-borghese: è patriottico e völkish. Dallo Sturm und drang sono poi nati, agli albori del 1900, i wandervögel e gli artamanni, altri due movimenti che ho molto a cuore. Per inciso: io disprezzo il nazionalismo di tipo civico e burocratico. Le bandiere delle nazioni moderne mi lasciano perplessa: perché il Tirolo e la Sicilia sono sotto al medesimo vessillo tricolore se sono etnicamente e culturalmente così diverse?  Perché la Germania e l’Austria sono separate dal momento che presentano omogeneità razziale, geografica e culturale? Il patriottismo derivato dallo Sturm und Drang, che non scinde l’uomo dalle sue radici etniche e geografiche, è più autentico e concreto del nazionalismo giuridico romantico.

Nazionalismo e socialismo. Ad oggi quale ideologia (o meglio, ideale) politica potrebbe salvare la morente Europa?

Ragionando in termini di categorie politiche ritengo buoni gli stati con una politica interna di tipo socialista e una politica estera di tipo protezionistico.  Il socialismo non internazionalista è, secondo me, la migliore delle soluzioni per le diverse nazioni che compongono l’ Europa. Ogni nazione dovrebbe cercare di essere quanto più autarchica possibile ( solo dal 2000 al 2017 il mercato internazionale è quadruplicato!!!) e , al contempo, lo stato dovrebbe cercare di eliminare  le situazioni di degrado, povertà e miseria al suo interno. Inoltre urge arginare la denatalità: ogni nazione dovrebbe erogare sussidi di maternità alle donne sposate affinché facciano più figli.   La mobilità internazionale di capitali, merci e persone è dannosa: rende i continenti organismi parassitari l’uno dell’altro e incapaci di provvedere da sé al proprio sostentamento. Per me il socialismo deve essere nazionale: è impossibile pensare al socialismo in scala mondiale, siccome ogni popolo ha le sue esigenze e peculiarità. Il marxismo internazionalista, così come la democrazia mondialista, non rispettano le diverse esigenze politiche, culturali e spirituali della pluralità di popoli diversi che compongono il mondo.

Medioevo germanico o celtismo preromano? A quale epoca attinge di più per la sua Weltaschauung letteraria? Le sue poesie che saranno edite a breve, da che cosa sono sgorgate?

I celti, contemporanei a Platone in Grecia, si dividevano in artigiani/agricoltori, guerrieri e sacerdoti. Essi vivevano in piccoli paesini sperduti che si amministravano da sé come meglio credevano. Poi il monoteismo del deserto si è infiltrato nelle foreste europee e l’equilibrio delle varie tribù è stato spezzato. Da lì sono nate le città, le prime monarchie, le prime banche e tutto il resto. Secondo me ogni dottrina religiosa deve starsene legata al suo popolo ed alla sua area geografica: la bibbia e gli insegnamenti di Gesù dovevano stare a Sud del mar mediterraneo così come le rune dell’alfabeto celtico cisalpino di Lugano dovrebbero essere insegnate ai bambini già nelle scuole elementari del Canton Ticino. La mia weltanschauung può essere riassunta con l’adagio “ mogli e buoi dei paesi tuoi” e la mia poesia ne è l’emblema: gli argomenti trattati nei miei verso sono molto primitivi,  concreti e semplici, seppur espressi con un vocabolario forbito e un rispetto della metrica abbastanza preciso. Io amo ragionare in modo semplice, pur essendo un’esteta amante del bello e del buon gusto. I soggetti delle mie poesie sono solennemente umili e orgogliosamente modesti. Un gufo, una cava di marmo, un uccellino che muore nelle mani di un’anziana, un nastro nei capelli di una donna, una vecchia colonia elioterapica abbandonata… cose belle, vere, non eccessive, e gloriose per questo. Per me le poesie devono trattare di cose tangibili e ben definite, i vagheggiamenti troppo metafisici e sentimentali non fanno per me. Ribadisco con orgoglio: il mio cranio da alpina è brachicefalo, quindi il mio approccio al mondo è come quello dei saggi contadini svizzeri dalle mani grosse e le quiete massaie polacche con 12 figli.

In breve, per concludere, come definirebbe la sua polisemica, intensa, coltissima Arte?

La mia poesia è una beruf, una vocazione, una chiamata. Spero che altri poeti, stoici di fronte alle idiozie della post-modernità, sorgano per ridare voce a ciò che è bello, utile, vero e semplice. Come una rima baciata.

intervista a cura di Chantal Fantuzzi