Navigazione incerta in mare tempestoso ma capitan Cassis non si scompone. Oggi al LAC

LA SIC in assemblea a Lugano. Ospite d’onore il consigliere federale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo integralmente il lungo comunicato che segue. Esso non impegna la linea del portale che, lo ricordiamo, è esplicitamente contrario all’Accordo quadro, soprattutto per le sue gravi conseguenze politiche, di cui il governo e i fautori (comprensibilmente) non parlano affatto.

Ticinolive è stato cortesemente invitato a un incontro di giornalisti con il consigliere federale Cassis (oggi alle 14 al LAC), e parteciperà.

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Ore 14 nella sala panoramica del terzo piano

  • Il consigliere federale Ignazio Cassis parla per mezz’ora in tedesco
  • Poi viene intervistato da Ceschi, in italiano, per 45 minuti
  • Per finire, un quarto d’ora è riservato alle domande dei giornalisti e del pubblico.

L’intervento di Cassis è stato moderato nei toni e, aggiungiamo, nella sostanza. Nettamente più blando rispetto al linguaggio “da falchi” del comunicato della SIC, che potete leggere sotto. Ha snocciolato le sue (ben note) cifre, le quali mostrano che gli interessi economici della Svizzera nell’interscambio con l’Unione europea sono grandi. Ma questo è ammesso da tutti, anche dagli UDC più imbufaliti.

Ha però evitato di usare toni da ultima spiaggia, assillanti e catastrofisti. Ha evocato il 6 dicembre 1992 – l’indimenticabile dimanche noir di Delamuraz – ammettendo che in fondo “non era stata la fine della Svizzera”.  E se ci fosse, 30 anni dopo, un dimanche noir dell’Accordo quadro? Anche qui il consigliere federale si è mostrato alquanto filosofo: “in sette secoli la Svizzera ne ha passate tante. Supererebbe anche questa. Bisognerebbe ripartire con nuove idee e intessere nuovi rapporti”. Ma è chiaro che Cassis spera nell’Accordo quadro, così come l’intero (se abbiamo capito bene) Consiglio federale. Un pizzico di fantapolitica. Che cosa succederebbe se in Governo sedesse ancora Christoph Blocher? Nessun percolo, è fuori da 12 anni!

I punti sui quali la  Svizzera ha richiesto un chiarimento alla UE sono i soliti tre: protezione dei salari, libera circolazione delle persone e aiuti di stato. Il governo furbescamente tace sugli aspetti politici del trattato, proprio quelli che risultano inaccettabili agli oppositori: il grave colpo inferto all’indipendenza del Paese, alle sue istituzioni e alla sua autonomia legislativa.

Cassis, bisogna ammettere, non ha schivato il tema, senza tuttavia spingersi oltre le solite affermazioni. Assunzione dinamica – e non automatica – del diritto europeo. Si potrà comunque discutere, trattare, ricorrere a un tribunale arbitrale, eccetera. Ci domandiamo chi possa essere quel genio – senza alcun dubbio un dottore in Scienze della comunicazione – che ha avuto la pensata di scrivere “dinamica”, termine inquietante che ha il potere di suscitare i più atroci sospetti.

Una questione spinosa è rappresentata dalla cosiddetta “equivalenza borsistica”, l’arma di ricatto (brutta parola) dell’UE contro la Svizzera. Il 18 giugno la Commissione decide. Mancano tre giorni, pieni di trepidazione. “Abbiamo un piano B” assicura Cassis. “Noi vogliamo A ma abbiamo un piano B”. “Quale?” La risposta non l’abbiamo capita bene ma ai nostri occhi aveva l’aspetto di una mini-rappresaglia. “La Svizzera è piccola, ma come potentato finanziario è nettamente più grande”. Ma è chiaro che la Juncker-minaccia toglie il sonno e pesa molto. Domanda dalla sala: “Il Consiglio federale si è consultato con i massimi dirigenti finanziari del Paese? Come valutano la situazione?” “Il Consiglio federale è costantemente  in contatto con i massimi dirigenti di tutti i settori strategici, questo è suo compito”. “Mancano 3 giorni al 18 giugno, quando il governo risponderà a Juncker?” “Questa è la loro data, non necessariamente la nostra”.

A proposito di 18 giugno, siete appassionati di storia? Vi dice niente? Il generalissimo inglese era il duca di Wellington.

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IL COMUNICATO DELLA SIC  Le relazioni tra Svizzera ed Europa hanno dominato il dibattito in occasione dell’Assemblea annuale dei delegati della Società degli impiegati del commercio, che accoglie favorevolmente l’intenzione del Consiglio federale di procedere finalmente con il fascicolo europeo. Ma le divergenze con i sindacati minacciano di ritardare inutilmente il processo, nonostante la maggioranza dei lavoratori svizzeri appoggi l’accordo quadro ed eventuali nuove rinegoziazioni rappresenterebbero un rischio eccessivo per la posizione economica nazionale. Ma cosa succede se non succede nulla? Nella sua «Visione per la politica estera 2028», il Consigliere federale Ignazio Cassis ha delineato sul piano tecnico quale strada dovrà imboccare in futuro l’approccio bilaterale con l’UE

Nuove rinegoziazioni metterebbero a rischio la posizione economica svizzera

Dall’inizio dell’anno la SIC, Società degli impiegati del commercio, si è più volte espressa favorevolmente circa l’accordo quadro sollecitandone la sottoscrizione. Ma solo una minoranza tra gli attori politici appoggia altrettanto incondizionatamente l’accordo, richiedendo ulteriori garanzie dall’UE. «Gran parte degli attori politici sembra non riconoscere i rischi che comporterebbero nuovi negoziati. Ulteriori rinegoziazioni non garantiranno esiti migliori», sottolinea Daniel Jositsch, Presidente della Società degli impiegati del commercio. Tanto più che l’UE, in quanto mercato più grande, può vantare un potere negoziale superiore. Anche il Consigliere federale Ignazio Cassis riconosce tale dipendenza economica: «L’UE rappresenta di gran lunga il partner commerciale più importante per la Svizzera: circa 1,5 milioni di posti di lavoro nel territorio nazionale dipendono dalle esportazioni svizzere verso l’UE. Senza l’accordo quadro, l’economia svizzera perderebbe progressivamente la sicurezza giuridica dell’accesso al mercato interno europeo. Verrebbero compromessi nuovi importanti accordi.»

Un nuovo studio della Fondazione Bertelsmann delinea l’entità delle potenziali perdite: non facendo parte dell’UE, infatti, la Svizzera trae il massimo vantaggio dal mercato unico europeo, sia in termini nazionali che regionali. Anche la maggioranza della popolazione svizzera non crede nel successo di eventuali rinegoziazioni con l’UE, come mostrano gli esiti di un recente studio condotto dall’Università di Zurigo: un terzo ritiene che, nell’evenienza di nuove trattative, l’UE accorderebbe molte meno o meno (34%) concessioni rispetto a prima, mentre il 40% degli intervistati prevede all’incirca lo stesso risultato.

Un rischioso gioco di temporeggiamento

La Società degli impiegati del commercio accoglie con preoccupazione l’inutile ritardo che sta interessando l’accordo quadro. Soprattutto in un momento in cui numerosi sondaggi mostrano come la popolazione svizzera appoggi chiaramente l’approccio bilaterale. Nello studio dell’Università di Zurigo, il 78,5% degli intervistati esprime un giudizio perlopiù o del tutto positivo circa gli accordi bilaterali, mentre circa la metà (52%) afferma che voterebbe a favore dell’accordo quadro con buone probabilità o con assoluta certezza. Contrariamente alle attuali riserve del Consiglio federale, l’accordo quadro non sarebbe necessariamente destinato a fallire nel contesto di un’eventuale votazione popolare.

Sostenendo una riapertura delle trattative con le parti sociali riguardo all’argomento protezione salariale, il Consiglio federale rischia di compromettere la tabella di marcia del fascicolo UE. I sindacati infatti vedono nell’attuale compromesso un attacco al sistema della protezione salariale e richiedono l’esclusione delle misure di accompagnamento dall’accordo. Hanno inoltre sottolineato già più volte di non volersi muovere dalle proprie posizioni. C’è da chiedersi, quindi, cosa il Consiglio federale creda possa nascere da un ulteriore dialogo con i sindacati. Per quale motivo si lascia mettere sotto pressione in tal modo? Cassis spiega: «Continuando a coinvolgere le parti sociali all’interno del dibattito partecipativo, ci assicuriamo che venga individuata una soluzione accettabile per la maggioranza. Inoltre vediamo in loro degli alleati nella lotta contro l’Iniziativa per la limitazione dell’UDC, la cui approvazione non comporterebbe solo la fine della libertà di circolazione delle persone, ma segnerebbe anche la fine dell’accordo quadro.»

Per una rappresentanza bilanciata dei lavoratori

Ma con circa l’85% di lavoratori non aderenti ad alcun sindacato e l’80% degli occupati nel settore dei servizi, tendenza in aumento, oggi in Svizzera non è più chiaro chi rappresenti in realtà gli impiegati. «In considerazione dello squilibrio tra la tipologia di occupati e la loro rappresentanza, il Consiglio federale dovrebbe dedicare un’attenzione speciale ad accertarsi che tutti i lavoratori e le categorie professionali siano debitamente rappresentati», commenta Jositsch. La Società degli impiegati del commercio, pertanto, caldeggia un ripensamento della rappresentanza dei lavoratori e il riconoscimento delle associazioni indipendenti di impiegati, quali ad esempio i gruppi che aderiscono alla piattaforma, come appartenenti alle parti sociali. «Con i suoi 88’0000 membri del settore dei servizi, la piattaforma e conseguentemente la Società degli impiegati del commercio hanno il diritto di partecipare all’ulteriore dibattito sull’accordo quadro, dal momento che tocca da vicino tutti i lavoratori.» In settimana Jositsch ha presentato in Parlamento un intervento sul tema.

La Società degli impiegati del commercio non ha dubbi: anziché perdere tempo prezioso, già di per sé molto risicato, con le posizioni massimaliste dei sindacati, il Consiglio federale deve proseguire la procedura di sottoscrizione includendo tutti gli attori politici e chiarire eventuali questioni aperte con l’UE, affinché l’elettorato svizzero possa decidere tempestivamente sull’accordo quadro senza che l’approccio bilaterale debba affrontare ulteriori ostacoli o subire sanzioni. «Prolungando l’attesa non facciamo altro che arrecare danno a noi stessi», conclude Jositsch.

Da oltre 140 anni la Società degli impiegati del commercio funge da centro di competenza per la formazione e le professioni del settore della gestione commerciale e d’impresa. Offriamo ai nostri membri consulenza e informazioni su questioni riguardanti la loro carriera e ci impegniamo per rafforzarne le opportunità sul mercato del lavoro. Rappresentiamo inoltre i lavoratori impiegati negli uffici nonché nei settori della vendita, del commercio e dell’industria in oltre 40 contratti collettivi di lavoro. Nelle nostre scuole (scuole per la formazione di base e continua in ambito commerciale, Istituto superiore di economia di Zurigo (HWZ), Schweizerische Institut für Betriebsökonomie (SIB)) offriamo agli allievi corsi di formazione e perfezionamento professionale orientati alla pratica. Siamo responsabili o co-responsabili di diversi esami di professione e professionali superiori.

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