L’uomo bianco, quel misero 7% dell’umanità, minacciato di estinzione – Intervista a Emanuele Fusi

“Siamo dominati dal Marxismo culturale (detto anche Pensiero unico)”

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Un’intervista dura ed estremamente inquietante. Forse Ticinolive doveva rinunciare a pubblicarla? No, perché non si può essere contro la censura e, nel contempo, praticarla.

Noi siamo notoriamente ottimisti ma la nostra razionale opinione è che l’Europa non sopravviverà. 

  • Non sopravviverà numericamente
  • Non sopravviverà moralmente

Facciamo due conti “alla Fusi”. L’Africa è a quota 1,2 (miliardi). Supponiamo che mandi in Europa 100 milioni di persone. L’Europa ne sarebbe scardinata. L’Africa passerebbe da 1,2 a 1,1. Più o meno la stessa cosa.

E moralmente? Il Pensiero Unico Globalizzante distrugge la nostra cultura, la nostra tradizione, la nostra memoria, la nostra identità, il nostro orgoglio, la nostra stessa volontà di sopravvivere.

Che fare? Fusi ha una soluzione? Crediamo di no. Noi abbiamo una soluzione? Ancor meno. Battersi sul piano mediatico? Sì, lo vediamo come uno stretto dovere, ma è come battersi con il tirasassi contro un Kalashnikov.

Per finire, un’avvertenza. Ognuno è libero di dissentire da Fusi. E di contestarlo democraticamente.

Ha realizzato l’intervista la scrittrice e poetessa Liliane Tami, che ringraziamo di cuore per la collaborazione.

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Lo scrittore Emanuele Fusi, nelle sue opere parla dell’estinzione dei nativi europei.

Per quanto possa essere politicamente scorretto parlarne, è ne scacessario farlo: si, esiste anche il razzismo anti-bianco. Emanuele Fusi, nato nel 1978 in Provincia di Lucca, è un avvocato specialista in diritto tributario che, mediante romanzi, saggi e conferenze si occupa di difendere i nativi europei dal rischio di scomparire per via della globalizzazione, della denatalità e l’immigrazione incontrollata. Il suo ultimo libro, intitolato “White Guilt – il razzismo anti bianco al tempo della società multietnica” è un saggio che denuncia i vari episodi di razzismo  perpetrati contro l’uomo bianco ad opera di altre etnie e, ancora più stupefacente, ad opera dei bianchi stessi.  Nel suo saggio, ricco di studi demografici e statistiche, emerge un’inquietante realtà: i bianchi, un misero 7% dell’intera popolazione mondiale, rischiano l’estinzione.

Liliane Tami  Gentile Emanuele, come è nata la sua passione per le diverse etnie che compongono la pluralità del mondo? Ha viaggiato tanto?

Emanuele Fusi  Sì, effettivamente sin dal 2007 ho intrapreso 2-3 viaggi l’anno, fuori dalla sfera occidentale. In particolare nell’Asia estrema e nell’Africa sub sahariana.  I paesi che ho visitato anche a più riprese sono stati la Cambogia, il Vietnam, la Thailandia, il Laos, il Myanmar, il Giappone, la Cina, l’india e tanti altri che non sto ad elencare; per quanto riguarda l’Africa, ho visitato il Senegal per due volte, il Ghana, il Togo, il Benin, la Sierra Leone, la Costa d’Avorio, l’Etiopia, il Kenya, la Guinea Bissau. Ora sono in procinto di partire per la Tanzania, per scalare il Kilimanjaro.

Grazie a tutta questa splendida e diversa umanità, così variegata e diversa, così bella e autentica, mi sono chiesto che senso possa avere un mondo con un’unica etnia, un’unica cultura, un unico modo di vivere.  Le identità nazionali in Asia e in Africa sono molto forti e sentite, mentre noi in Occidente tendiamo a rinnegare il nostro passato, fin quasi a vergognarcene. Io vedo la causa di questo nella vittoria – almeno momentanea –  del Marxismo culturale. Il “Cultural marxism”,  cioè la dottrina comunista rivisitata dalla Scuola di Francoforte, ha come obiettivo la destrutturazione e la distruzione dell’Occidente per mezzo dell’abbattimento delle sue fondamenta: la famiglia, la tradizione, la religione, il genere sessuale e l’etnia europoide. Lo strumento che usano è duplice: il senso di colpa inculcato all’Uomo bianco per il suo passato che sarebbe criminale e, quindi, da rigettare, fino a farlo dimenticare alle future generazioni; e nell’uso strumentale di tutte le minoranze sessuali, etniche, religiose contro il maschio bianco eterosessuale, in modo da rendere l’Occidente stesso una massa melliflua senza identità e facilmente abbattibile e conquistabile dall’esterno. Ora, il cultural marxism e il suo prosperare esiste solo da noi! Non esiste in Asia né in Africa, e infatti quei popoli non sono avvelenati quanto quelli d’Occidente dalla propaganda nichilista ed auto-colpevolista. Il sentimento di Nazione e Patria è forte, così come il senso della famiglia e della preservazione della eterosessualità come base della società, senza dimenticare la dimensione religiosa e del sacro, soprattutto in Africa. Inoltre, le leggi in quei Paesi tendono sempre a favorire gli autoctoni e non gli stranieri, soprattutto in ambito economico.

In Corea del sud, in Giappone e in altri paesi le donne sono ben contente di servire la famiglia e il femminismo lì non esiste.  L’emancipazione sessuale e la modernità andrebbe portata anche da loro?

In realtà in quei Paesi la sessualità è molto libera, più che da noi. Intendiamoci, quei popoli hanno la fortuna di non avere i tabù indotti dalla teologia sessuofobica del cristianesimo, che nei secoli ha relegato la donna a strumento di peccato” e “iuana inferi“(porta dell’Inferno). Pertanto, succede che quei Popoli non hanno bisogno di liberarsi da alcunché per esprimersi attraverso la gioia dell’Eros. Non hanno il senso del peccato in senso cristiano diciamo, ma semmai preservano un fecondo pudore nel rapporti tra i sessi. Ad esempio, è mal visto fare effusioni amorose pubbliche, ma in privato gli asiatici sono molto liberi. E allo stesso tempo, il femminismo ha poco senso, dato che non sembra proprio che le donne di quei paesi anelino a diventare dei “maschi” senza il pene. In Oriente, la distinzione tra maschio e femmina è forte, in quanto per loro il sesso è un destino. L’ essere nato maschio o femmina ha a che fare con il karma, e il destino non si può cambiare o stravolgere. Inoltre, in tutta l’area asiatica estremo orientale, la società è imperniata dalla dottrina del “confucianesimo”, che prevede rispetto per gli anziani, l’importanza di avere figli, e la subordinazione della donna all’uomo in ambito familiare, oltre che – appunto – una differenziazione dei ruoli tra maschi e femmine.

Quali sono i vantaggi del monoetnismo all’interno di una nazione?

La società monoetniche sono società poco conflittuali e ordinate. Il tasso del crimine è bassissimo, e tutti si riconoscono in qualcosa di collettivo e comune che li avvicina uno all’altro, eliminando in radice le perversioni di uno spinto ed eccessivo individualismo.

Inoltre, sussiste un spirito di unità di fronte al pericolo che può provenire dall’esterno e dalle catastrofi interne (si veda il Giappone anche nella vicenda dello tsunami del 2011 a Fukushima, e alla reazione che il popolo Giapponese ebbe di fronte a quell’evento, con compostezza, sacrifico e solidarietà, quasi come se si muovessero come un unico grande corpo).

Aggiungo che le società monoetniche favoriscano anche uno sviluppo superiore dell’intelletto e dell’apprendimento dei bambini, dato che in classi troppo diverse i programmi vengono rallentati a causa del fatto di non dover lasciare nessuno indietro, generando un abbassamento del livello di istruzione e acculturazione per tutti.

Inoltre, in Occidente ben sappiamo cosa rappresenta l’Islam; e sappiamo quanto sia difficile convivere  con religioni così esclusiviste e radicali che non possono nè vogliono integrarsi (tralasciando, peraltro, tutto il problema del terrorismo che ci ha colpito mortalmente  a più riprese).

Poi basta osservare la realtà: dove funzionano le società multietniche? Da nessuna parte! In USA non funziona; in Israele non funziona; in Jugoslavia non ha funzionato; In Svezia ci sono 60 no-go-zone interdette alla polizia e il più alto tasso di stupri commessi da immigrati; in Francia si stanno formando – a detta degli ultimi report della Polizia – dei mini stati islamici sul suo suolo dove si applica la Sharia; il Brasile è una nazione problematica e non credo che sia desiderabile diventare come esso da quel punto di vista.

Statisticamente, che previsioni ci sono per il futuro, se l’Europa continua ad accogliere persone provenienti da altri continenti?

Le previsioni sono nerissime. Nel 2030 il continente  Africano passerà dall’avere 1 miliardo e 200 milioni di persone di oggi, ad 1 miliardo e 700 milioni: ossia aumenteranno di 500 milioni in dieci anni, che è quasi la stessa popolazione europea.

Se nel 2030, anche il solo 5% di loro volesse e potesse venire qua, sarebbe la fine dell’Europa, con grande caos, impossibilità di integrazione, scontro sociali, etnici ed economici. In realtà la previsione è che saranno tra il 10-15% a cercare di venire in Europa (ossia circa 170-200 milioni).

Nel 2050, gli Africani saranno 2 miliardi e 500 milioni. La Nigeria avrà 400 milioni di abitanti, e sarà il terzo paese più popoloso del mondo dopo Cina e India.

Noi Europei invece resteremo stabili dal punto di vista della popolazione. Questi sono i dati elaborati anche dell’ONU, e sono accessibili ovunque e da chiunque.

Quindi, considerando già la massiccia presenza di immigrati al giorno di oggi nell’Europa Occidentale, se il trend dovesse continuare, sarà la fine dell’Europa come la abbiamo conosciuta, con inevitabili ripercussioni.

Per il momento sembra che solo l’Europa dell’Est potrà salvarsi dallo “tsunami migrante” in arrivo, dato che adotta politiche – come nel caso di Ungheria e Polonia e Paesi Baltici, assieme ai paesi balcanici, compresa Romania e Bulgaria – volte a non far entrare immigrati non europei, e a sostenere la natalità autoctona. Credo che anche l’Ucraina in futuro diventerà un forte serbatoio di ideologia identitaria ed euro-nazionalista, e potrà essere la base di ripartenza per una difesa del mondo occidentale se la situazione dovesse collassare dal punto di vista etno-religioso. Tra  10 anni, se le cose dovessero andare come sopra prospettato, non sarebbe escluso uno “scontro di  civiltà” all’interno dell’Europa Occidentale, come previsto dal politologo Guillame Faye, Oriana Fallaci, Samuel Hungtinton.

Se appassionato di montagna e sopravvivenza. Perché? Secondo te in futuro c’è il rischio di un collasso economico/sociale?

Si sono appassionato di montagna e di alpinismo. Recentemente mi sono avvicinato al preppering, ossia il survivalismo, grazie al libro di Piero San Giorio intitolato “Preparasi al collasso economico”, dove da tecnico (lui lavorava fino al 2005 nella finanza svizzera) prevede che questo sistema economico è destinato tra il 2020 e 2022 a collassare per fattori interni. Cosa accadrà a quel punto? Se il prezzo del petrolio dovesse arrivare a 200 $ al barile, e tutto si fermerà , come potremo sopravvivere, con i supermercati vuoti, dato i camion non portano il cibo nei negozi?

E’evidente che la civiltà umana in Occidente, e oramai quasi ovunque, è arrivata ad un punto tale da dipendere troppo dalla tecnologia e da fattori esterni, e non è più abituata nè adatta a vivere fuori da un contesto tecnologizzato. Chi è ancora in grado di fare un orto? Chi è in grado di prender del latte da un animale? Chi sa costruirsi una casetta con il legno? Chi saprebbe difendersi da eventuali sciacalli e predoni che cercheranno di razziare il razziabile?

Saranno forse proprio quei popoli abituati ad una economia di sussistenza e circolare, a salvarsi, dove non vi è troppa dipendenza dai mezzi tecnologici di produzione.

Jacques Attali, noto politologo francese, ex consigliere particolare di Mitterrand e mentore di Macron,  nel suo libro “Breve Storia del futuro”, dice che dal 2025 le guerre tra nazioni potrebbero ritornare con facilità, a causa del declino dell’Impero americano, il quale combatterà per non lasciare lo scettro del potere alla Cina. In tal caso, potrebbe verificarsi un collasso dell’economia ed una regressione verso la barbarie per la sopravvivenza.

Esistono anche “non bianchi” che vogliono difendere gli europei dall’estinzione. Chi sono?

Ultimamente 2 premi Nobel della Pace si sono espressi a favore della preservazione dell’Europa e della sua identità, invogliando gli Europei a rimanere tali e non a trasformasi in una appendice islamica dell’Africa. E questi sono: la massima autorità spirituale del Tibet, Sua Eccellenza il Dalai Lama, che nel Settembre del 2018 ha detto che l’Europa appartiene agli europei, suggerendo ai rifugiati di tornare nei loro Paesi. Il Dalai Lama è da 4 anni che lo ripete a più riprese, e stiamo parlando di una Grande Autorità Spirituale e di un Nobel per la Pace. Del resto lui sa cosa vuol dire subire l’immigrazione: il Tibet è stato invaso di comunisti cinesi e snaturato della sua tradizione millenaria forzatamente, oltre che subire una colonizzazione biologica da parte dell’etnia Han cinese.

L’altro premio Nobel per la Pace è la Ministra degli Esteri e Consigliere di Stato del Myanmar  Aung San Suu Kyi, che nei primi di giugno di quest’anno ha incontrato a Budapest il Presidente Viktor Orban in un raro viaggio in Europa. Accordo totale fra i due leader su temi come l’immigrazione e la minaccia dell’islam radicale. Come riporta il Guardian, in una dichiarazione rilasciata dopo il loro incontro “i due leader hanno sottolineato che una delle maggiori sfide attuali per entrambi i Paesi e le loro rispettive regioni – il sud-est asiatico e l’Europa – è l’immigrazione“. Viktor Orban e Aung San Suu Kyi “hanno notato che entrambe le regioni hanno visto emergere il problema della convivenza con popolazioni musulmane in continua crescita“.

Nel tuo romanzo “ il fiume degli spiriti” parli della decadenza morale dell’Europa. Cosa si può fare dal punto di vista degli usi e dei costumi per evitare che il nichilismo corrompa e distrugga l’occidente dall’interno?

Questa è la domanda da 1 milione di dollari. Sinceramente non lo so. L’Occidente non ha più una religione a cui fare riferimento (di fatto, le nazioni occidentali sono atee e agnostiche), e quella che resta come forma – il cristianesimo protestante il cattolicesimo – promuove l’invasione degli immigrati e il meticciato, oltre che occuparsi di cose terrestri e socio-politiche e poco di valori trascendenti. Credo che l’Occidente debba ripartire dal suo nichilismo per trasformarlo in qualcosa di “attivo” ed eroico,  e riversarlo verso i propri nemici.

Sul piano individuale invece, la scelta è rimessa ai singoli: chi vuole può isolarsi e costruire una realtà alternativa e opposta al nichilismo passivo dell’Occidente (anche se è sempre più difficile, a causa dei controlli statali e della tecnologia pervasiva).

esclusiva di Ticinolive

Immagine di copertina ripresa da Wiki commons