Sergio Morisoli ha inventato il suo Index, misura il malessere (se càpita anche il benessere) – Intervista

E sulla congiunzione di Melide: “Il concetto di centro è fuori dal tempo, è un vuoto nello spazio politico di oggi”

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Questa lunga e bella intervista è stata realizzata a tempo di record (per realizzare una prestazione equivalente io avrei impiegato cinque settimane). Il fondatore di AreaLiberale nonché capogruppo UDC in parlamento è in gran forma ed è molto attivo. Non è candidato ma il suo grande amico Paolo Pamini lo è.

“Ho inventato un index, vorrei spiegarlo a tutti”. “Va bene Sergio, ma ti farò domande anche sulla Congiunzione al Centro”. “Il centro è vuoto!” . “Okay, allora ti farò domande sul Vuoto”.

Mattia Sacchi ha fatto più di 500 interviste. Io sono un matematico e non un giornalista, ma ne ho fatte parecchie anch’io.

Un’intervista di Francesco De Maria.

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Francesco De Maria  Come le è venuta l’idea di creare questo indice? L’ha copiata da qualche parte?

Sergio Morisoli  Prima dell’idea, è nata una necessità. Nel lontano 2011 il mio programma per la corsa al Governo aveva il titolo: “per una comunità competitiva e solidale.” Solidale allora come oggi, significa conoscere e capire chi non riesce a tenere il passo della competitività e come fare per aiutarli e minimizzarne il numero. Ci sono in questo senso molti singoli indicatori tematici, ma manca un indicatore che sintetizzi la situazione. Quindi la necessità di selezionare e raggruppare alcuni indicatori molto rappresentativi ha poi generato l’idea di trovare un indicatore generale che ci dica se dal punto di vista sociale il Ticino sta meglio o peggio rispetto ad un anno xy. Non dal punto di vista finanziario o economico, ma da quello percettivo, sensoriale e intuitivo. Non l’ho certo copiata da nessuna parte; ma penso che in molti si siano occupati e si occuperanno di dare una valutazione numerica al malessere o al benessere sociale. Siccome il welfare state sta diventando un problema enorme nei Paesi occidentali, sia per efficacia funzionale che per sopportabilità finanziaria, certamente in tempi e modi diversi, in molti stanno affrontando la questione.

L’Index è un numero che si calcola a partire da una vasta quantità di dati, operando con una formula matematica. Dico bene?

Sì. I dati sono 90 moltiplicati per 8 anni di osservazione e combinati “n” volte tra di loro, pesati “q” volte differentemente e mediati “m” volte; quindi lei che è un matematico può immaginare l’universo statistico alla base dell’indice. Ma non è questo che conta. L’indice ha due radici. Quella diciamo così oggettiva, razionale e misurabile; cioè i 90 indicatori rilevati annualmente e ufficialmente; e quella soggettiva, irrazionale e non misurabile; cioè le percezioni partendo dai pregiudizi, le paure, le opinioni, le sensazioni, le intuizioni. La formula tiene conto di entrambe, questo è il segreto della ricetta; gli ingredienti sono noti, i condimenti pure ma la loro miscelazione è l’index. La matematica e le sue formule statistiche impiegate per l’indice (sono parecchie) hanno un ruolo importante ma relativo: servono solo come rappresentazione parziale e impropria della realtà sociale; per avere una visione più compiuta non bastano le formule, anche le più raffinate; le formule devono essere strapazzate. Strapazzate nel senso che non bastano a loro stesse e devono essere impastate con altro.

Di che natura sono questi dati, può farmi degli esempi?

Tutti sappiamo che la realtà non è fatta solo di ciò che è misurabile, purtroppo la deriva scientista del nostro tempo, e la cultura dominante ci sta inculcando un dogma terrificante: esiste solo ciò che è misurabile, possibilmente in soldi…! Per questa ragione invece di scartare le soggettività nella rappresentazione della realtà sociale, ho fatto il contrario: la soggettività l’ho usata a pieni mani, spingendomi ad utilizzarla per ponderare singolarmente i 90 indicatori ufficiali. In altre parole, invece di farmi violenza per lasciar fuori qualcosa mi sono dato la libertà di buttarci dentro tutto ciò che mi pareva utile. A volte la ponderazione dei singoli indicatori è fatta con il senso comune, a volte con il buon senso, a volte con un pregiudizio, a volte con una percezione personale, a volte con vox populi, a volte con paura, a volte con euforia. Insomma, sono convito che senza la fantascienza non ci sarebbe il pensiero scientifico. Per questo l’indice non è scientifico, ma molto di più: descrive ciò che si vede e ciò che non si vede, come dirette Frédéric Bastiat.

Un esempio semplice: l’indicatore natalità ha un numero preciso statistico; la sua osservazione matematica e dinamica nel tempo ci dice che è in discesa. Questo è il dato razionale, oggettivo e misurabile. Questo dato, che è uno dei 90, nell’indice viene completato soggettivamente con dei giudizi di valore: i giudizi hanno un peso che viene caricato sul dato razionale e così via per ogni indicatore. Ogni indicatore alla fine non è solo un numero ma un valore: un numero + qualcosa.

Che ruolo ha avuto Paolo Pamini, uomo di notevole competenza tecnica, nell’elaborazione del progetto?

Paolo è un professore del Poli, in materia fiscale, e un grande amico liberista. Sa benissimo che nel suo campo la fiscalità non sono solo le imposte pagate o quanto lo stato incassa. Un’imposta è molto molto di più: misura il grado di libertà tra cittadino e stato. Ecco per analogia il mWi è la stessa cosa, è molto di più che l’ennesimo accatastamento opinabile di numeri: è il grado di non libertà o il grado di esclusione dalla vita che conta. Gli americani direbbero addirittura secondo la loro costituzione il grado “di non felicità”; non so se ne hanno uno… Quindi il suo ruolo di guardiano metodologico è sempre apprezzatissimo. Il mio indice ha il profilo del Pizzo di Claro, non è scienza ma perlomeno è una bella coincidenza!

Noi sappiamo che una società ha delle necessità materiali (che oggigiorno appaiono dominanti) e delle necessità spirituali. Il suo “welfare index” misura solo il benessere materiale?

Proprio perché l’indice in grandi linee è quello che le ho descritto sopra; è l’espressione, se permette l’accostamento religioso, di spirito e materia. Il benessere materiale è misurato con altri indici; il mio serve invece a mettere in relazione il welfare (benessere o malessere sociale) con il benessere materiale ma anche con l’interventismo statale. Ci sono delle sorprese…interessanti che presenteremo a settembre con i dettagli del’index.

Se, usando lo stesso metodo e partendo dagli stessi dati, un operatore di sinistra creasse il SUO indice, chiamiamolo “BertoliWelfareIndex” o “CarobbioWelfareIndex”,  il risultato potrebbe essere molto diverso?

Sarebbe molto bello se lo facessero. Da decenni purtroppo sono sempre alla caccia dei colpevoli di qualcosa, spacciando pregiudizi ideologici per fatti razionali. Loro sono abilissimi a far diventare un singolo indicatore un indice generale! Però, seriamente, penso che se prendessero la stessa base e facessero l’esercizio di condirli con la loro percezione soggettiva non giungerebbero a dei valori molto diversi. Non vuol dire che sono diventato socialista o loro liberisti, ma che la realtà percepita è simile. Poi divergeremo e ci scontreremmo sulle soluzioni, ma penso che anche la destra e i liberisti siano d’accordo nel prendere atto che la realtà è comunque diversa da come la vorremmo noi e la vorrebbe la sinistra. Ma soprattutto che bisogna ripartire con schemi creativi nuovi per dare risposta a questa realtà sociale. Noi siamo “pefettibilisti” nel senso che solo l’imperfezione genera libertà, loro sono “massimalisti” nel senso che solo la perfezione rende giustizia. Per questo il mio indice è imperfetto, ma c’è; mentre il loro dovendo essere perfetto non c’è ancora…

Vedo che il malessere ha un picco nel 2017, poi diminuisce un po’. Come mai?

E’ la correlazione con il miglioramento economico per ciò che riguarda gli indicatori del lavoro e diverse casistiche in diminuzione della categoria dei bisognosi in senso stretto. Ma rimaniamo nel complesso molto peggio che nel 2011, fino al 2017 l’indice continuava a peggiorare, con il 2018 c’è un cambio di pendenza ma non si può dire se è già un’inversione di tendenza. La casistica complessiva si è stabilizzata da un paio di anni, ma la movimentazione di singoli indicatori verso l’alto non è ancora conclusa. Diciamo che le correnti di superficie si sono appiattite, ma quelle sotto al pelo dell’acqua e i mulinelli sono ancora molto attivi e non sono quelli meno pericolosi.

Quando il suo indice scenderà sotto quota 100 ? Lei, che è giovane, sarà ancora vivo, ma io? Se arrivasse a 80, la società umana vivrebbe felice?

Non so se l’indice scenderà di nuovo sotto il 100. Come spiegato non è la risultante di una serie numerica standardizzata, stagionalizzata, interpolata e proiettata sul futuro su modelli regressivi; corretti con metodi di probabilità. Avendo una grossa componente soggettiva e irrazionale, questa “pesa” sulla serie numerica. Pesa nel senso che la percezione negativa agisce in fretta ma se ne va lentamente dal giudizio sui singoli indicatori (come è umano che sia). Inoltre per scendere sotto al 100 ci vorrebbero provvedimenti importanti: riformare il welfare, cioè agire sulla sua efficacia e efficienza senza pregiudizi. Ad esempio, che ai diritti occorre ri-associare dei doveri, che non ci possono essere libertà senza responsabilità. Ma non è un processo monetario, ridistributivo a dover cambiare, anche, ma soprattutto educativo e culturale. E ci vuole tempo, tanto tempo per cambiare; oppure delle emergenze impreviste, ma speriamo di no…

L’avevo avvisata, questa intervista è in due parti. Adesso parliamo della Congiunzione di Melide. È solo (come molti asseriscono) una questione tecnica?

La mia premessa è importante. Possono e sono legittimati a fare ciò che vogliono. Sono da 30 anni ammiratore del premio nobel dell’economia James Buchanan che ha speso la vita per dimostrare, la metto lì in volgare e banale, che anche i sistemi democratici alla fine agiscono come i mercati: domanda e offerta e scambi. Quindi…stanno speculando come tutti. Detto questo, si può ridurre tutto a tecnica, anche fare colazione al mattino è tecnica. Formalmente non è un matrimonio, non è un’unione registrata; è una convivenza? Nemmeno; ognuno continua a vivere a casa propria. E’ un amore platonico? E’ una scappatella? E’ certamente quello che loro, ppd e plr, scrivevano degli altri nel rapporto di Maggioranza del novembre 2017 in occasione della bocciatura poi in Gran Consiglio nel 2018 della congiunzione delle liste, cito un passaggio:

“È noto peraltro, e confermato dalla storia politica del nostro Cantone, che qualche “area” non è mai abbastanza unita per formare un unico partito, ma non è mai neppure abbastanza divisa per formarne due o tre realmente autonomi. Le sue varie formazioni ricorrono quindi volentieri al mezzuccio di presentarsi separate ma di spalleggiarsi a vicenda, per puntellare qualche seggio “a rischio”. Occorre però chiedersi se sia davvero compito della legge assecondare questi giochetti. A nostro parere, la risposta è no.”

Si può affermare che PLR e PPD – oggi, non 100 o 30 anni fa – sono “molto simili”?

A parte che dovranno poi vedersela tra di loro, gli uni per iniziare a fare come se “Dio non ci fosse” ( i PPD) e gli altri per iniziare a fare come se “Dio ci fosse” (i PLR); non è un dettaglio statene certi…Per il resto sono ormai davvero molto simili: statalisti, interventisti e europeisti; e soprattutto anti leghisti (pur imitandoli) e in parte anti udc.

Si potrebbe dunque creare un “partito del centro”? Con Dadò, Caprara, Beltraminelli, Sadis, Jelmini, Quadranti, Fonio, Merlini (per fare qualche nome a caso)?

Se agli alberi si tagliano le radici, non vivono più per molto tempo; quindi se la condizione per mettersi assieme è tagliare le loro radici allora saranno costretti a piantare qualcosa di alternativo; se poi si chiamerà Margherita, Ulivo o un’altra pianta come l’esempio pessimo italiano, non lo so. Il concetto di centro è fuori dal tempo, ed è un vuoto nello spazio politico di oggi; è un neologismo o una perifrasi per non dire: teniamoci stretti i vantaggi partitici, o quello che rimane, cumulati mettendoli in una cassaforte comune. Non c’è un disegno, non c’è una traccia salvo quella dell’atto di fede: solo con noi il Paese prospera. Non conosco le posizioni delle persone che lei cita; ma il differenziale è tra chi vuol far politica e chi vuol gestire il potere. Chi di loro vuole fare il “centro”, penso abbia capito (da tempo) che: a) le due cose non vanno più assieme e b) che la seconda vale più della prima.

Se si fa, (da 0 a 10) quanto perde del suo DNA politico il PLR ? Identica domanda per il PPD.

Perdono poco, il loro DNA è in un processo evolutivo darwiniano da tempo; ora accelerano solo in laboratorio la modifica genetica nel senso di perdere i cromosomi forti che li determinavano e li rendevano incompatibili. Forse il processo permetterà la nascita di un organismo più adatto al nuovo ambiente, chissà?

Le due “componenti” si legheranno una sostanza comune? Quanto grande, quanto solida?

Difficile da dire. L’umanità si distribuisce sempre secondo una curva di Gauss a forma di campana: agli opposti il 10% è entusiasta da subito, il 10% non aderirà mai; poi restano due grandi 40% uno trainato dagli entusiasti l’altro frenato dai delusi. Siccome nelle ultime elezioni cantonali per il GC 3 elettori su 4 hanno votato candidati fuori dalla propria lista e considerando che solo 30 anni fa era solo 1 elettore su 3 a farlo…tutto è possibile.

Le chiedo di formulare una valutazione (se non accetta dica no). Con quale probabilità (% matematica) si verificherà lo scenario seguente: 1) 20 ottobre, 4 eletti al centro, la destra perde un seggio E  2) 17 novembre, eletti Lombardi e Merlini?

Il 20 ottobre il Ticino che in quantità superiore al 60% dei votanti, da oltre 20 anni vota contro la politica estera di Berna sempre favorevole e succube all’UE confermerà i deputati al nazionale che hanno fedelmente garantito e garantiranno questa linea. Il 17 novembre, invece spero tanto che uno dei due seggi degli stati sia occupato da qualcuno che rappresenti finalmente, legittimamente e credibilmente questo 60% dei ticinesi.

 

Nell’aprile 2011 lei lasciò il PLR e nell’ottobre di quello stesso anno corse come candidato agli Stati per Lega/UDC. Che ricordo ha di quella esperienza? Perché non vinse? Quali errori commise?

Il ricordo è limpido e positivo. Gareggiare in un sistema maggioritario puro dà la soddisfazione di poter contare quanto vali senza se e senza ma; fu un successone di voti personali considerando le circostanze. Non ero il candidato numero 1 né della Lega né dell’UDC, ero Indipendente. Pierre Rusconi e Giuliano Bignasca mi chiesero di correre perché facevano fatica a trovare un candidato che andasse bene ai due schieramenti. La non “appartenenza” al 100% a uno schieramento la paghi al secondo turno, non hai le “curve” che mobilitano il resto dei tifosi, e quando si scambiano i voti tra schieramenti non c’è nessuno che negozia per te. Questa è la realtà, infatti lo stesso Cavalli che andava fortissimo e poteva forse farcela fu penalizzato dai suoi che appoggiarono altri per sbarrare a me la strada.

È da poco passato il Natale della Patria. Io la vedo piccola (è così di natura), ansiosa, smarrita, colpevolizzata. Ha un governo debole, incline alla resa. Facciamole comunque gli auguri, con un pensiero che viene dal cuore!

Sappiamo chi siamo, sappiamo che se godiamo di tanta prosperità e benessere non è frutto del caso, o perché chi ci sta attorno ce l’ha regalato. No, è merito e duro lavoro del Popolo svizzero. Smettiamola di colpevolizzarci, abbandoniamo il complesso di inferiorità soprattutto quando gli altri vorrebbero essere come noi: liberi e indipendenti.

Esclusiva di Ticinolive