Apprendisti stregoni e maghi della finanza

di Tito Tettamanti

Più di quindici anni fa la signora Matilde Bonetti Soldati mi ha invitato a colazione da lei a Neggio per propormi di pubblicare con una certa regolarità dei commenti sul Corriere del Ticino. Accettai con piacere e le sono grato ancora oggi dell’opportunità offertami. L’allora direttore Giancarlo Dillena, dovendo darmi una qualifica, aggiunse al mio nome la definizione di «finanziere». Avendo capito che non si trattava di una guardia di finanza non diedi peso e la qualifica dura da allora. Oggi però mi sono accorto che si tratta di un’usurpazione di titolo, se per finanziere si intende qualcuno che capisca qualcosa di finanza e magari del più ampio campo dell’economia. Non so se qualche più attento lettore si è accorto che in questi ultimi tempi tratto sempre più raramente argomenti di finanza. E ciò per un motivo: non ci capisco più niente.

Sarà che sono rimasto ad alcuni concetti base dello scorso secolo e che tutto è cambiato. Leggo che l’economia in Germania dà qualche preoccupazione. La produzione industriale diminuisce come pure l’esportazione. Dinanzi a simili fenomeni, specie se non occasionali, il tasso delle obbligazioni di Stato dovrebbe risalire. Non è più così, in Germania i tassi sono scesi. In Borsa, se gli indici dell’economia tendono al ribasso, vale a dire se le cose vanno male, le quotazioni dei titoli, invece di scendere come mi avevano insegnato, salgono. Gli investitori con un ragionamento malsano, ma che finora si è rivelato corretto, sanno che le banche centrali ridurranno i tassi ulteriormente (o non li alzeranno) e continueranno a inondare i mercati di liquidità. È come se il mercato fosse un drogato e l’andamento negativo garanzia di continue erogazioni di dosi di droga. Mi hanno insegnato a giudicare il valore di un titolo basandomi sui fondamentali, le possibilità offerte dal mercato e relative posizioni concorrenziali, rapporto tra capitale proprio e indebitamento, reddito dell’attività, cash-flow disponibile, relazione tra quotazione e redditività, i famosi ROI, EBIDTDA, EBIT, PER e così via. Leggo della quotazione in Borsa in maggio della Uber e penso che tutto ciò non valga più. La Uber sostanzialmente è una compagnia di taxi che opera a livello mondiale con dei particolari accordi con gli autisti e basandosi sulla più avanzata tecnologia in materia di comunicazione, che vorrebbe usare anche per cibo a domicilio. Non ha inventato nulla: è un modo più aderente alle esigenze e alle possibilità di comunicazione odierna e opera su scala internazionale un’attività sinora rimasta strettamente locale e che sostanzialmente rimane tale. Comunque, all’entrata in Borsa è stata valutata 81 miliardi di dollari nonostante dal 2009 ad oggi abbia perso (sì, perso) 7,9 miliardi di dollari e qualcuno dubita che non arriverà mai a far utili.

Wiki commons. Megaprotesta contro Uber a Portland, 2015 (Aaron Parecki )

Ancor più sorprendente WeWork. Cosa fa questa società? Subaffitta spazi per uffici. Attività anche questa non nuovissima e per la quale studi di fisica nucleare non sono richiesti. Però è presente quale inquilina in 425 stabili d’ufficio di 36 diversi Paesi. La si valuta a 47 miliardi di dollari e per il momento perde 1,9 miliardi all’anno. Anche qui mi sfugge qualcosa. In Ticino lo sfitto aumenta, le case quindi rendono meno e ciononostante investitori istituzionali, quali assicurazioni e casse pensioni, continuano a costruire appartamenti pur sapendo benissimo che in parte rimarranno vuoti. Investitori istituzionali impazziti? No, obbligati. Se depositano i loro miliardi alla Banca nazionale vengono puniti con interessi negativi, quindi meglio investire nella costruzione pur sapendo che l’immobile rimarrà mezzo vuoto ma un reddito, anche dell1% è sempre molto superiore alla penalità del tasso negativo. Non certo un fatto positivo per l’economia del cantone. All’università mi hanno insegnato che la funzione di una banca centrale come la Banca nazionale svizzera (BNS) sarebbe quella di assicurare la stabilità della moneta e dei prezzi (inflazione). Oggi, per contro, date le latitanze della politica fiscale dei governi, esse si sono assunte funzioni di regolamentazione monetaria gonfiando in modo spropositato (e pericoloso) i loro bilanci. Il bilancio della Fed è di circa quattromila miliardi, quello della BNS di 800 miliardi. Praticamente un colossale fondo di investimento svizzero che può perdere (o guadagnare) in un anno, anche in conseguenza alle oscillazioni dei cambi – come già successo – decine di miliardi.

Cerco di capire qualche cosa leggendo autorevoli commentatori tipo Nouriel Roubini, Carmen Reinhart, Kenneth Rogoff, Larry Summers, ma capisco che nonostante la loro competenza e conoscenza della materia non hanno una risposta risolutiva. L’economia di mercato produce indubbiamente ricchezza ma è inevitabilmente accompagnata da crisi e fallimenti. Da apprendisti stregoni, visto anche i disastri delle economie pianificate, le nostre classi politiche hanno pensato di poter condizionare il sistema, tenendo ciò che più garbava e pensando di poter annullare per legge le negatività. Illusione, l’asfissiante condizionamento politico e burocratico, i piani tecnocratici che dimenticano le reazioni di miliardi di attori del mercato, hanno creato una situazione di continuo indebitamento, di calo della produttività anche in virtù dei costosi impacci burocratici. Un tunnel dal quale non sappiamo come uscire. Sino a quando questo equilibrismo con sempre maggiori cerotti e che sfida le leggi della gravità potrà durare? Non lo sa nessuno, penso neppure i maghi della finanza.

Pubblicato sul CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata