L’Italia è fatta, facciamo gli italiani – di Vittorio Volpi

Questa esortazione di Massimo d’Azeglio (1861) più di un secolo e mezzo fa, era realistica e profetica. D’Azeglio aveva capito, dopo aver visto il nuovo paese finalmente unificato, quale fosse il problema; si era reso conto dello stato di fatto. Il Paese era una specie di lego suddiviso in parti diverse.

Un paese molto frastagliato che viveva con lingue e culture molto diverse, con uno stadio di sviluppo molto distante fra Nord, Centro e Sud. Non si parlava una lingua unica, pur con una grande ricchezza di dialetti, spesso incomprensibili fra loro.

A Nord era iniziata la rivoluzione industriale, l’inurbamento, lo sviluppo, una nuova classe sociale, quella operaia che era sconosciuta nel resto del paese fondamentalmente basato sull’agricoltura, sul latifondo. Caratterizzata da una povertà immensa, malattie, emigrazioni disperate in cerca di fortuna. Purtroppo fino alla seconda guerra mondiale le cose non cambiarono profondamente nel Centro e nel Sud .

A rileggere di Carlo Levi, come ho fatto di recente, “Cristo si è fermato a Eboli”, piange il cuore. Una cosa terrificante che nel libro ci dà conto di un intellettuale al confine nell’estremo Sud per antifascismo. Siamo alla fine degli anni ’30, quindi 80 anni dopo l’unità del Paese. Levi descrive una drammatica povertà del Sud, malattie (nemmeno il chinino è presente per curare l’endemica malaria), abbandono cronico da parte dello Stato, presente solo per imporre tasse, gabelle e “rubare” i giovani, le uniche braccia buone, a favore dell’esercito per servire il cosiddetto Stato. E meno male che gli emigrati si ricordavano dei loro poveri cari rimasti al Paese, mandando soldi o tornando arricchiti. E così è stato fino al dopoguerra con il miracolo economico dove la prima Repubblica – bisogna riconoscerlo- ha fatto meglio del seguito. Per constatare la differenza basta confrontare quello che era Matera, secondo la descrizione di Levi, e quella attuale.

Creative Commons. Heather Cowper, www.heateronhertravels.com

Queste le riflessioni spontanee in un mio recente viaggio in Sardegna. Mi aveva attratto su Google la descrizione del paesotto di Orgosolo, nel nuorese. Nella mia memoria storica stazionava il nome di Orgosolo come uno dei paesi tristemente più famosi decenni fa per i rapimenti. Il bandito Mesina, i nomi di industriali del Nord rapiti per riscatto, le faide e le vendette fra famiglie, spesso a distanza di decenni. La vedova, vestita di nero da capo a piedi, che cresciuto il figlio lo educava alla vendetta verso chi le aveva a suo tempo ucciso il marito.

In sostanza, Orgosolo è stato per lungo tempo il paese italiano con il più alto tasso di omicidi in Italia. Una cosa veramente fuori dall’ordinario, ma più che l’aspetto sociale, ciò che mi ha colpito navigando in internet è che il paese dal ’69 in poi ha messo in cantiere dei murales, ad oggi se ne contano ben 350. Da questo punto di vista il più importante della Sardegna. Quindi ora Orgosolo non più la terra dei rapimenti, ma bensì quella delle opere d’arte sui muri della cittadina.

Sono sui muri delle case, visibili passeggiando attraverso le vie principali del paese e sono molto interessanti perché non sono puri disegni, ma bensì rappresentazioni di episodi storico-politico-sociale, di temi del mondo non solo delle proteste (giuste) sarde quali l’assenza dello Stato e ribellioni popolari. Sono rappresentati invece temi come l’avversione contro il colonialismo, le dittature, la fame nel mondo, il deterioramento del clima. Insomma una cosa molto bella, ma stridente con lo scenario del paese. Abbastanza modesto con ancora persone a passeggio a cavallo, tante auto e persino veloci moto di grossa cilindrata, rombanti ad eccessiva velocità.

Questi murales in realtà sono in contrasto con la trascuratezza del paese, lo scarso sviluppo; non si vedono fabbriche o iniziative degne di rilievo. Con il mio nipotino Enzo, trilingue incluso l’italiano, siamo entrati in un bar e ci siamo seduti al tavolino per bere un bicchier d’acqua. Accanto sedevano quattro anziani che giocavano a carte e parlavano e discutevano per gli errori dell’uno o dell’altro. Uscendo ho chiesto a Enzo se avesse capito qualche parola. Nessuna; e neppure io, malgrado parli quattro lingue incluso il giapponese, non ho raccolto una parola. Ho chiesto ad un amico sardo che vive a 50km da Olbia e mi ha detto che tale dialetto è incomprensibile anche a lui. La stessa notte vicino a Orgosolo hanno lanciato una bombola di gas incendiando la casa del sindaco di un paesino.. La situazione non è più quella di una volta, ma le violenze purtroppo sì.

Ma perché questa arretratezza? Dove è finito lo Stato? Basta lasciar dipingere dei murales per aver risolto lo scarso sviluppo e l’isolamento di tanti paesi come Orgosolo? E la scuola? E l’educazione civica? E gli investimenti per fermare i giovani costretti a lasciare le loro realtà?

Tentando di non farmi prendere dal pessimismo, non può che tornarmi in mente l’esortazione di d’Azeglio e concludere che a fare “un paese moderno di italiani, non ci siamo ancora riusciti..”

Vittorio Volpi