Trump decide di far slittare i dazi sul Made in China

 

L’amministrazione Trump ha annunciato martedì che i nuovi dazi del 10% sull’importazione di telefoni cellulari, laptop, monitor per computer, videogiochi e molti altri beni di consumo fabbricati in Cina, inizialmente decisi di entrare in vigore il 1° settembre, verranno rimandati al 15 dicembre.

Beni che rappresentano oltre la metà delle importazioni cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari e che Trump ha dichiarato che avrebbe colpito. Ma in previsione dello shopping natalizio, ha deciso lo slittamento per evitare che i beni di consumo altamente ricercati importati dalle società americane vengano colpiti dalle nuove tariffe.

A detta di molti analisti ed esperti di politica commerciale, lo slittamento dei dazi è una conferma delle contraddizioni di Trump sulla realtà economica. Le ripetute affermazioni secondo cui la Cina sopporta il costo dei nuovi dazi non sono credibili, perché in realtà sono pagati dalle società americane che importano le merci e dai consumatori finali americani.

La mossa di Trump è un insolito riconoscimento invece del fatto che il conflitto economico con la Cina potrebbe avere ripercussioni negative per le famiglie statunitensi. Cosa che fino ad oggi ha negato fortemente.

L’improvvisa inversione di Trump, a meno di due settimane dall’annuncio delle nuove tariffe, getta preoccupazione alla Casa Bianca per le ricadute politiche nella prossima campagna presidenziale. Soprattutto se l’economia americana subisce un colpo a causa del persistente scontro con Pechino.

Washington e Pechino, tra la diffidenza reciproca, devono affrontare ancora enormi ostacoli per trovare una buona strada per un serio accordo commerciale. Anche su questioni basilari come la ripresa dell’acquisto di prodotti agricoli statunitensi da parte della Cina, che Trump sta continuando a chiedere senza ottenere alcuna risposta.

Il fallimento dei negoziati commerciali ha portato a intensificare la guerra commerciale iniziata da Trump. “Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere”, affermava all’inizio del 2018. Ma se dovesse seguire la minaccia di applicare ulteriori tariffe, le tasse aumenterebbero su una vasta gamma di prodotti di consumi che vengono importati.

Le dichiarazioni di Trump ricordano le politiche commerciali protezionistiche del 1930 approvate con lo Smoot-Hawley Tariff Act, che imponendo tariffe medie sulle importazioni acuirono la spirale della grande depressione americana.

Il mercato azionario ha lanciato mercoledì un avvertimento. Wall Street monitora attentamente un indicatore del mercato obbligazionario che sta suggerendo che l’economia americana potrebbe entrare presto in una recessione.

Gli investitori hanno iniziato a chiedere più interesse sul debito del Tesoro a due anni rispetto al debito a 10 anni. Una inversione sulla curva dei rendimenti che si è già verificata nel 2007 prima della crisi finanziaria. Lo spavento degli investitori ha spinto Trump a incolpare la Federal Reserve incapace di tagliare i tassi abbastanza velocemente.

Il mercato obbligazionario sta dicendo che la crescita sta rallentando e che lo stato reale dell’economia potrebbe essere molto peggiore di quanto la gente creda. Questioni che hanno sempre dominato il dibattito politico e che potrebbero far deragliare i piani di Trump per le presidenziali del 2020.

Le azioni hanno ripreso la discesa al ribasso a seguito dell’inversione del mercato obbligazionario, con gli investitori che hanno cancellato i guadagni quando Trump ha annunciato lo slittamento delle tariffe che aveva pianificato sui beni di consumo provenienti dalla Cina. La decisione di Trump per non avere prezzi più alti per il prossimo shopping natalizio ha minato la sua tesi secondo cui i cinesi stanno pagando tutte le tariffe piuttosto che i consumatori americani. “Stiamo vincendo alla grande contro la Cina. Le aziende stanno fuggendo. I prezzi per noi non sono aumentati e in alcuni casi sono scesi. La Cina non è un nostro problema, sebbene Hong Kong non ci aiuti. Il nostro problema è la FED”, ha scritto Trump via Twitter mercoledì.

Gli avvisi di recessione in tutta Wall Street hanno iniziato ad intensificarsi citando numerosi fattori di un’economia che ha già perso slancio quest’anno da quando l’impatto della riduzione delle tasse del 2017 ha iniziato a svanire. La crescita è rallentata al 2.1% nel secondo trimestre, secondo fonti del Financial Time. Ma la più grande incertezza rimane sulla guerra commerciale che si sta manifestando con una spesa inferiore delle imprese.

I funzionari della Casa Bianca respingono fortemente l’idea che gli Stati Uniti si stiano dirigendo verso una recessione. La crescita dei salari supererà qualsiasi rallentamento causato dall’incertezza sul commercio. Alcuni economisti sostengo anche che è vero che i rendimenti obbligazionari più bassi a lungo termine negli Stati Uniti, che fanno pensare ad un peggioramento delle condizioni economiche interne, fanno parte effettivamente di un fenomeno globale. I rendimenti sono in calo in tutto il mondo con le banche centrali che tagliano i tassi di interesse per cercare di stimolare la crescita economica.

Gli economisti sottolineano però che l’inversione della curva dei rendimenti, anche se non fosse un segnale di imminente recessione, non è certamente un segnale positivo. È un’ammissione tacita che la guerra commerciale in corso con la Cina sta minacciando le tasche dei consumatori americani.