Stati Uniti, il proclama dei 180 – di Tito Tettamanti

Immagine Wiki commons (Mscalora)

Nella seconda metà di agosto 180 grandi capi delle maggiori aziende americane riuniti nella Business Roundtable hanno trionfalmente annunciato che d’ora innanzi non si sentiranno tenuti a rappresentare esclusivamente gli interessi degli azionisti, ma si occuperanno in precedenza dei clienti, dei lavoratori, dei fornitori e delle comunità. Un annuncio smaccatamente da marketing, intriso di ipocrisia, tattiche pericolose, un po’ di ingenuità, senza dimenticare l’ignoranza culturale. Oltretutto, essendo di corta memoria, ci offrono una minestra riscaldata. Infatti le considerazioni da loro esposte sono sostanzialmente note da oltre 10 anni, quando è iniziato il dibattito sulla CSR (Corporate Social Responsibility). Copiare non è mai un grande esempio di onestà intellettuale.

Preoccupati dei propositi di alcuni candidati socialisti nell’ambito del Partito democratico che aspirano alla presidenza degli USA (la signora Warren vuol dotare ogni società americana di una licenza che lo Stato può revocare se l’azienda non si comporta bene! Statalismo puro) invece di far valere le ragioni ed i meriti dell’economia di mercato si genuflettono in anticipo e forniscono agli avversari argomenti che aiutano la critica. Il pregiudizio nella società in virtù del quale un imprenditore è più o meno un (candidato) furfante, mentre chi opera nel pubblico (o nelle ONG, vedi esempi recenti) si sacrifica per il bene altrui è noto. I 180 grandi manager degli USA con il loro infelice proclama contribuiscono a consolidare tale falsa opinione. Tra l’altro si critica la concezione del Nobel Milton Friedman che considera il profitto lo scopo primo dell’attività imprenditoriale. La citazione è incompleta (volutamente?) e si dimentica che Friedman ha precisato l’obbligo di operare rispettando leggi e regole e impegnandosi in una libera concorrenza evitando «deception and fraud».

Ma il proclama dei 180 è anche un atto di accusa per la loro intelligenza. Un capo impresa che non sia deficiente da sempre non neglige i clienti (che passerebbero alla concorrenza), il team di collaboratori per non comprometterne la produttività ed i fornitori sui quali conta per produrre. Che poi, come succede al mondo da sempre, vi siano imprenditori disonesti come vi sono medici, avvocati, funzionari dello Stato o di ONG, o autisti di piazza disonesti, questo non basta per bollare a fuoco un’attività. Per le diverse comunità poi: maggiore è il profitto, maggiori le entrate fiscali.

Nell’atteggiamento dei 180 capi di grandi aziende vi è una smaccata difesa dei propri interessi corporativi che si esprime in diversi modi. Da un lato hanno interesse a limitare i diritti degli azionisti che sono i loro datori di lavoro. So per esperienza quanto consiglieri d’amministrazione e alti dirigenti mal digeriscono le critiche, le interferenze, le proposte degli azionisti. Introducendo altre variabili nel giudizio della loro conduzione, variabili spesso di difficile valutazione, i dirigenti trovano argomenti per sottrarsi al giusto controllo del successo del loro lavoro. Da un altro lato le grosse imprese tendono naturalmente al monopolio, non sono amiche della concorrenza e pertanto non hanno simpatia per l’economia di mercato. In virtù della loro forza (posti di lavoro, ecc.) preferiscono trattare direttamente con i poteri statali. Tendono a costituire con governi e loro agenzie dei cartelli di potere. Infine, con una neutralità ideologica sospetta e cercando coperture tattiche, con atteggiamenti talvolta equivoci, cercano di salvare i propri spazi di manovra e di reddito, anche senza arrivare agli squallidi compromessi della grande industria germanica negli anni Trenta.

Questo loro atteggiamento indebolisce ovviamente la lotta contro lo statalismo, forma di blando dirigismo che condiziona la libertà individuale e delle imprese, e ciò anche a loro svantaggio.

Si può certo opporre che il nostro sistema economico e la nostra società sono in crisi. Vero, come è vero che si è indebolita una componente essenziale per il successo del nostro sistema e per la coesione: l’ascesa sociale. Tema che meriterebbe un’attenta analisi per capire quanto la politica monetaria oggi in auge, quella dei finanziamenti con interessi negativi, ostacola con la sua azione tale evoluzione nella società. Infatti alla base dell’ascesa sociale vi è fra l’altro il risparmio, anche modesto, che è il primo gradino. Ora, se questo piccolo ma diffusissimo risparmio non viene rimunerato, si minano le basi di una delle vie dell’ascesa sociale, favorendo per contro le classi ricche che si possono indebitare e investire.

Lo Stato invita già a non risparmiare assicurando protezione dalla culla alla bara. Ora si aggiungono le banche centrali penalizzando il risparmio sia individuale che collettivo (casse pensioni) originando mancati incassi annui in Europa di centinaia di miliardi. Se al di là degli egoismi di categoria, delle lotte corporative e degli atteggiamenti ipocriti i dirigenti delle grandi aziende si preoccupassero veramente dei clienti e dei lavoratori dovrebbero evitare di indebolire ulteriormente l’economia di mercato e operare per permettere l’ascesa sociale di clienti e collaboratori.

Tito Tettamanti

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