“La convivenza tra la nostra democrazia diretta e il cosiddetto Accordo quadro in pratica sarebbe impossibile” – Intervista all’avvocato Pierluigi Pasi

Intervisto oggi Pierluigi Pasi, già procuratore federale, candidato UDC al Consiglio Nazionale. Fare questo lavoro mi è piaciuto. Belle, decise e franche le sue risposte alle mie domande, così lontane dalla paura di chi – nel pieno della maledetta campagna elettorale – cerca di svicolare, temendo che affermazioni troppo esplicite possano causargli danno e perdite di voti.

Un’intervista di Francesco De Maria (che è disposto a intervistare anche candidati di “centro” o di sinistra).

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Avv. PIERLUIGI PASI

Breve curriculum vitae

Avvocato a Lugano, ha percorso gran parte della sua carriera nella Giustizia del Cantone Ticino e della Confederazione Svizzera, in qualità di Giudice, di Procuratore e di capo di servizi amministrativi. Oggi dà consulenza e patrocina in procedimenti penali e di assistenza giudiziaria internazionale condotti da autorità cantonali e federali, in procedure amministrative in genere e presta anche consulenza in materia di diligenza antiriciclaggio, anticorruzione e compliance.

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Perché ha deciso di presentarsi come candidato alle Nazionali? E perché con l’UDC?

A differenza di altri partiti, nel tempo su alcuni temi cruciali per il futuro del nostro Paese l’UDC ha mantenuto una posizione coerente e chiara, che io condivido: rapporti con l’Unione Europea, difesa della democrazia diretta, attenzione verso il ceto medio e lotta alla criminalità anche d’importazione. A Berna mi farò portavoce anche di chi mi voterà, sostenendo queste posizioni.

C’è qualcuno in particolare che l’ha convinta?

Non qualcuno, ma qualcosa: appunto la coerenza di un Partito nazionale, il primo per adesioni in Svizzera, che in Ticino è sottorappresentato rispetto alle posizioni che i ticinesi esprimono regolarmente su taluni temi di cui l’UDC si fa promotrice.

Se lei ottenesse un buon risultato nella presente elezione, sarebbe interessato a puntare a una carica cantonale o comunale?

Non so dire ora. La mia decisione di accettare la candidatura per le federali non vuole necessariamente essere un passo verso altre esperienze politiche. L’ho presa appunto perché le scelte che il nostro Paese farà prossimamente ne determineranno il destino e io voglio esserci per rappresentarne gli interessi di chi la pensa come me.

Che cosa pensa del partito (o movimento) alleato dell’UDC Ticino, cioè la Lega?

Penso esattamente quello che posso osservare: è un movimento politico poco strutturato che alle ultime legislative cantonali è stato votato da un ticinese su cinque che, quindi, mostra di condividerne le posizioni sugli argomenti di cui si fa promotore, come pure la linea.

Quanto è diversa la vita di un magistrato (giudice, procuratore) da quella di un avvocato libero professionista?

Per me poco e molto allo stesso tempo. Poco perché ho fatto l’uno e faccio l’altro con la stessa energia e seguendo gli stessi principi. Molto, perché facendo l’avvocato ho più tempo libero.

In quali ambiti ha svolto principalmente la sua attività di magistrato? Quali le sue inchieste più importanti?

In quello amministrativo e in quello penale. Sono stato procuratore federale per tredici anni, per sedici giudice federale nel Tribunale militare di cassazione. Non ci sono inchieste più importanti di altre; di complesse sì, ma tutte meritano la stessa perizia e lo stesso impegno. Io ne ho condotte principalmente in materia di criminalità economica, corruzione e riciclaggio internazionali e criminalità organizzata, con rogatorie in tutti i Continenti. Ma so per certo che in proporzione avrei investito le stesse energie per un furto di bicicletta a Mendrisio.

La nostra giustizia in certi casi accumula ritardi enormi, sconcertanti. Si dice spesso: è il personale che manca. Io non ne sono convinto. Lei, che ha diretto una Procura federale per molti anni, è in grado di convincermi?

No, non lo sono. Anche perché io stesso, per l’esperienza che ho fatto per molti anni a capo di Uffici giudiziari federali e cantonali so che se la quantità delle risorse umane a disposizione conta molto, anche nell’amministrazione della giustizia la differenza la può fare la gestione di queste risorse, l’organizzazione e l’adeguamento degli strumenti di lavoro.

Che cosa pensa di Via Sicura? Se è una legge da emendare, il parlamento lo farà?

Se penso alle norme penali che prevede, penso sia il peggiore esempio di legislazione prodotta negli ultimi decenni, sull’onda emozionale di fatti di cronaca. Ovvio, le strade sono al contempo utili e pericolose, occorre proteggersi dai pirati e dagli scriteriati, la prevenzione è importante. Ma proprio in questo, il diritto penale non è lo strumento più utile, a maggiore ragione quello previsto in Via Sicura. Quelle norme obbligano il Giudice a erogare sanzioni anche pesanti, pressoché standardizzate; lo privano della facoltà di applicare altri criteri propri al diritto penale, relativi alla persona che ne è soggetta. Un’aberrazione, spero che il Parlamento vorrà porvi presto rimedio.

La consegna dei 40.000 nomi di UBS alla Francia ha fatto scalpore. Qual è il suo giudizio sulla sentenza del Tribunale federale?

Chiedere a un ex magistrato come giudica una sentenza di un tribunale è come chiedere a un medico un giudizio su un parere o una diagnosi di un suo collega: non me ne vogliano i medici, ma evidentemente qualsiasi riposta dessi, nella migliore delle ipotesi risulterei poco credibile, nella peggiore sembrerei impreparato. Dico solo che dal profilo strettamente giuridico, io la penso come i giudici federali messi in minoranza il giorno della sentenza.

E quello politico, sul fatto? La vicenda rappresenta un cortocircuito istituzionale?

Sì un cortocircuito, forse con pochi precedenti. Il Tribunale amministrativo federale aveva negato l’invio dei dati: contro la sua decisione ha ricorso l’Amministrazione federale, ottenendo ragione nella recente sentenza di principio del Tribunale federale, il quale a sua volta è stato aspramente criticato da una parte della politica, con accesi rimproveri ai singoli giudici che lei stessa elegge. Taluni hanno anche teorizzano la possibilità di adire la Corte europea dei diritti dell’uomo. C’è di che grattarsi la testa.

La decisione di consegna è già operativa?

Ai singoli clienti francesi della banca era dato ancora di ricorrere singolarmente, ovviamente con esito incerto.

Un tema del quale gli “euroturbo” parlano malvolentieri è la cosiddetta “acquisizione dinamica” da parte della Svizzera delle norme europee. Il Consiglio federale addirittura non la cita, neppure tra i punti “in sofferenza”. Ma quali saranno le conseguenze – per il nostro diritto e le nostre istituzioni – di una tale accettazione? Vorrei pregarla di portare anche uno o due esempi concreti.

Conseguenze rilevanti, e secondo me negative, per almeno due aspetti. Il primo è di natura ideale. Il diritto, le leggi sono l’espressione di una collettività, della comunità che li crea, e viceversa: pensare che nel mio Paese potrebbero doversi di fatto recepire automaticamente leggi fatte da altre comunità, dall’Unione Europea, mi infastidisce. Il secondo, più importante, riguarda la nostra democrazia diretta. Secondo me, in pratica sarebbe impossibile farla convivere con l’Accordo che prevede una tale “ripresa dinamica”. Si sarà capito, io sono decisamente contrario all’ipotesi di un tale accordo.

Il presidente della Confederazione Ueli Maurer ha dichiarato “l’accordo quadro è morto”. Io penso che mirasse a provocare un piccolo choc. Ma le altre forze politiche, avversarie dell’UDC, non hanno certo rinunciato all’accordo. Che cosa accadrà?

Sì, il Consigliere federale lo avrebbe affermato, salvo poi smentirlo poco dopo forse per le regole sulla comunicazione interne al Governo. Le discussioni si riaccenderanno dopo le elezioni federali. È ovvio che ora nessun partito, fuorché l’UDC che è decisamente contraria, ha interesse ad alimentare un dibattito su un tema che divide gli svizzeri e sul quale alla fine è probabile che da parte del popolo prevarrà un no, che già sembra delinearsi.

La destra non si stanca di ammonire circa il pericolo costituito dall’islam radicale, in Svizzera, in Europa, nel mondo. Altre forze politiche minimizzano e relativizzano. La destra fomenta la paura?

In generale non credo. L’Islam radicale al quale allude è un pericolo reale, ne sono convinti anche gli islamologhi moderati. Minimizzare o relativizzare il problema è come mettere la testa sotto la sabbia: quando non lo si vede e non se ne parla, un problema svanisce da solo, senza che sia debba affrontarlo o risolverlo. È stato così per anni in Svizzera con il problema delle “mafie”. Ma come sempre è, per non fomentare inutilmente la paura occorre un’informazione oggettiva e competente, insomma non ideologica né strumentalizzata.

Qual è la sua opinione sulla politica svizzera di immigrazione?

Secondo me, per gli effetti che ha avuto, la “libera circolazione delle persone” come stabilita con l’Unione europea deve essere perlomeno rinegoziata, con il recupero da parte del nostro Paese del diritto di stabilire le regole sull’immigrazione. Constato che l’UDC è l’unico partito che sia di questo parere: quindi la mia opinione sulla politica è necessariamente negativa. Lo è anche perché finora la politica non ha voluto rispettare la volontà che il popolo svizzero ha espresso il 9 febbraio 2014. Spesso suggerisco di rileggere l’articolo 121a della nostra Costituzione federale e di riflettere sulla situazione attuale. Di questo passo, la nostra democrazia diretta potrebbe diventare un “souvenir per turisti” stranieri in esposizione nei chioschi sui passi alpini o nelle grandi città, insomma lettera morta. Oggi lo è per la regolazione dell’immigrazione; domani chissà, potrebbe esserlo per la regolamentazione del diritto allo sciopero.

Per concludere, lei (come tutti) ha assistito alla spettacolare caduta di Salvini. È stato folle o è stato un genio? Ritornerà?

Spesso genio e follia vanno a braccetto. Non so se si possa parlare di caduta: non è sparito dalla scena politica, quindi non dovrà ritornare, già c’è. A meno di gravi scivoloni passati, che dovessero emergere, o futuri, si può prevedere che vi rimarrà per un po’. E con lui il suo partito, che nell’Italia di oggi, piaccia o non piaccia di fatto rappresenta l’unico polo organizzato e alternativo alla sinistra.

Con tutto quello che ha da fare, le resto davvero ancora del tempo libero, cosa ne fa?

Sì, me lo ritaglio. Corro, faccio dello sci, pratico il tiro sportivo e soprattutto mi faccio portare a spasso dal mio cane.

Esclusiva di Ticinolive