Unione europea, un’URSS senza Gulag

di Battista Ghiggia, candidato al Consiglio degli Stati

Come ha rilevato Giovanni Galli sul Corriere del Ticino del 10 ottobre, uno dei temi principali su cui si dovranno chinare Consiglio federale e parlamento nella prossima legislatura è stato relegato in secondo piano. I rapporti tra il nostro Paese e l’Unione europea, da cui dipenderà, né più, né meno, il nostro futuro come svizzeri, è stato trattato dai maggiori partiti solo di sponda e solo per ragioni di tatticismo politico. Ma nascondere la testa sotto la sabbia non sarà di alcuna utilità quando l’aggressiva determinazione dei funzionari di Bruxelles -che si sta palesando nelle discussioni sulla Brexit con la Gran Bretagna- farà nuovamente capolino tra i banchi del parlamento elvetico per imporre i propri Diktat.

In tutto il mondo occidentale, la democrazia sembra una forma di governo ampiamente acquisita e dove, nonostante qualche ombra aleggi su alcuni Paesi dell’Ue, il grado di libertà si presenta come un monolite che niente e nessuno sono in grado di scalfire. L’analisi dello scrittore russo Vladimir Bukovskij, dissidente del regime sovietico, riproposta ai lettori dal portale Ticinolive, spiega chiaramente che non è così.

I parallelismi tracciati da Bukovskij tra l’URSS e l’Unione europea non lasciano adito a interpretazioni di sorta, nonostante i cultori della neo lingua politicamente corretta rifiutino certi accostamenti.

L’analisi, che chiunque può facilmente consultare su internet, parte da evidenze incontrovertibili, come il fatto che l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche era governata da quindici persone non elette dai cittadini (Politbjuro), nominate per cooptazione e che non dovevano rispondere a nessuno; così come l’UE è oggi retta da due dozzine di persone non elette dai cittadini (Commissione europea), nominate per cooptazione, che si riuniscono a porte chiuse, non rispondono a nessuno e non sono destituibili.

Il fatto che l’UE abbia un Parlamento eletto cambia le cose solo da un punto di vista formale, dal momento che anche l’URSS aveva il Soviet supremo, che si limitava a convalidare le decisioni del Politbjuro più o meno come fa oggi il Parlamento dell’Unione europea, dove il ruolo dei deputati è assolutamente marginale, tanto da limitare i tempi degli interventi all’interno di ciascun gruppo, spesso a un solo minuto per oratore.

Gli inquietanti parallelismi tra la Bruxelles europoide e la Mosca sovietica si sprecano e ci portano a riflessioni che in pochi hanno fatto in questa campagna elettorale dominata da un ambientalismo sapientemente manovrato per motivi non ambientali. Del resto, le similitudini tra URSS e UE, oltre che da Bukovskij, sono state oggetto di riflessioni anche da parte di studiosi di differenti estrazioni e matrici politiche, tanto a destra quanto a sinistra degli schieramenti politici e si basano sui fatti, non sulle opinioni. Basti pensare al “Gosplan”, la commissione per la pianificazione economica dell’URSS, che stabiliva anche la dimensione dei dadi, esattamente come i burocrati dell’Ue stabiliscono il diametro delle mele ( e di altri prodotti ortofrutticoli), uguali per tutti i Paesi, dalla Svezia alla Grecia, dove le ore e l’intensità del calore dei raggi solari suggerirebbero un minimo di flessibilità.

Per non parlare dell’imposizione della moneta unica, dogma laico per popoli e Stati (anche per quelli che non avevano ufficialmente i requisiti per adottarla), accettata senza alcun vero dibattito, senza alcun voto da parte dei cittadini e nonostante si sapesse, sin dall’inizio, che avrebbe cambiato radicalmente non solo l’assetto socio economico dei singoli Paesi, ma anche le abitudini delle persone, minandone il potere d’acquisto e, dunque, il benessere. Quella dell’imposizione dell’euro, ricordiamolo, è stata una prima di portata storica a livello mondiale e non un’operazione contabile. Ci riconduce all’uso delle imposizioni di sovietica memoria al posto dell’utilizzo del dialogo, del confronto e dell’accettazione popolare a cui siamo abituati noi svizzeri.

L’URSS utilizzava il terrore delle armi; l’UE è si è semplicemente adattata a un differente periodo storico, ma si serve di un altro tipo di terrore: quello economico. L’URSS aveva annientato le identità nazionali e le minoranze etniche, esattamente come l’UE vuole la dissoluzioni non solo degli Stati nazionali (in gran parte invenzioni di stampo giacobino), ma anche delle singole identità regionali che riconosce, ma a patto che rimangano inquadrate entro i confini di rivendicazioni minoritarie o dal tratto folkloristico.

Come ha ricordato Bukovskij, l’URSS aveva i Gulag in cui rinchiudere i dissidenti, ma oggi l’Unione europea ha i dogmi del politicamente corretto che non permettono più alcuna forma di pensiero differente da quello comunemente accettato.

La Svizzera, come ci suggerisce l’analisi dello scrittore russo, dovrebbe semplicemente prendere atto che, come non era riformabile l’URSS, così non è riformabile l’Ue. Bisogna semplicemente rimanerne lontani, respingendo tutti i tentativi messi a punto da Bruxelles. A cominciare dall’Accordo quadro per finire con la libera circolazione delle persone.