L’India con gli occhi del collezionismo svizzero: l’antica arte indiana a Mendrisio

di Cristina T. Chiochia

E’ bello pensare che Mendrisio si stia aprendo al mondo. Con un museo “nuovo”, con un nuovo progetto di illuminotecnica e con quella voglia di farsi conoscere costruendo mostre e percorsi museali di grande qualità e prestigio che niente ha da invidiare ad altri contesti museali svizzeri. Apre il 27 ottobre 2019 sino al 26 Gennaio 2020 la bella mostra “india antica”, ovvero capolavori del collezionismo svizzero di quell’arte indiana antica che nel paese offre un repertorio vario.

Qualcuno forse se lo augurava. E così, come infatti recita il comunicato stampa : l’India nel percorso della mostra viene proposta come: “culla di tre religioni – buddismo, induismo e giainismo – ancora in vigore, l’India ha un patrimonio culturale estremamente ricco, anche se ciò che rimane è composto solo dai materiali più durevoli. Questa eredità racconta il rapporto dell’umanità con le forze che la sottendono e con l’universo in generale. L’India è un territorio ricco di “divinità” di molti tipi che rappresentano tante forze spirituali e il loro travalicamento. Nonostante le divinità conservino il proprio nome, il loro significato viene continuamente rielaborato e cambiato”.

Con molte attività collaterali che si svilupperanno nel corso dei mesi di allestimento della mostra, il museo offrirà anche sessioni di Yoga all’interno del museo, proiezioni di film, concerti di musica indiana e conferenze e reading letterari.E poi, semplicemente, la mostra, con i suoi nove capitoli chiamati Metafore poetiche; Animali leggendari; Tradizioni a confronto; Storie edificanti; Poteri femminili; Diramazioni esoteriche; Miracoli; Coppia divina; Divinità cosmica. Ciascuna delle quali legati ad una idea di arte sacra ed esoterica affascinante quanto orientale ma con gli occhi ed il gusto tipico degli occidentali. L’india con gli occhi del collezionismo svizzero più riuscito.

Christian Luczanits, il curatore della mostra e tra i massimi esperti internazionali di arte indiana,durante la conferenza stampa l’ha ben sottolineato: la mostra parla di materiali primari come la terracotta, la arenaria rossa, la fillade ed il scisto grigio (e verde) ma si concentra non solo sul materiale , ma anche della espressione delle divinità che fanno riflette quindi anche sulle diverse trasformazioni che “le divinità subiscono dalle loro prime rappresentazioni figurative fino alle loro espressioni esoteriche (tantriche)”.

Grazia, sensualità, cambiamenti di significato che “possono essere descritti solo parzialmente dai testi relativi alle divinità, ma le immagini parlano anche da sole oppure in relazione ad associazioni poetiche universali. Una yakṣī seducente e graziosamente modellata, spirito che sorge dalla terra, responsabile della fertilità e del benessere, può ad esempio chiacchierare con un pappagallo per impedire che esso sveli quanto successo la notte precedente. Al contrario, un Budda seduto e riccamente ingioiellato allude a un risveglio reinterpretato nella prospettiva del buddismo esoterico”,come appunto recita il comunicato stampa e che rendono le varie sezioni della mostra, quasi una mappa idea alla scoperta o riscoperta, della terra Indiana più da letteratura e viaggio ideale che da viaggio reale.

Un mondo che parte dagli oggetti esposti e si dilata fino ad amplificarsi in un allestimento scarno ed essenziale bilanciato in modo perfetto, dove è la luce la nuova vera protagonista e dove l’arte antica indiana nel suo insieme, appare un’occasione molto ben riuscita per introdurre finalmente i visitatori svizzeri e della vicina Italia ad un modo di intendere l’arte squisitamente svizzero in un contesto, il Museo di Arte che è anche un antico convento dei Serviti: come un insieme di capolavori uniti da un sottile filo rosso che rispecchia l’interesse dell’occidente per l’oriente in chiave non tanto mistica quanto curiosa ed originale. Una mostra che merita un viaggio, non solo dalla Svizzera ma anche dalla vicina Italia, perchè testimonianza unica di storia e religione.

Cristina T. Chiochia