La sinistra vera responsabile della tragedia italiana

di  CARLO VIVALDI-FORTI

* * *

Dal 1948 ai giorni nostri. Da Alcide de Gasperi a Di Maio (Signore proteggici). Abbiamo ricevuto oggi questo articolo, che ripercorre 70 anni di vita dell’Italia. L’Autore appartiene alla destra liberale (o “liberalconservatrice”), così come noi.

I suoi giudizi sulla sinistra (filosovietica, eversiva, socialdemocratica, buonista, ecc.) li potete leggere qui. Sono in generale molto netti e non concedono alcuna positività alla sinistra (altri non mancheranno di farlo).

Una certa simpatia dell’Autore trapela per Craxi (Berlinguer non è neppure citato). Craxi, l’uomo che consentiva ai democristiani di governare senza il PCI e per questo suo “favore” esigeva un prezzo esorbitante. La sua stella salì alta e veloce nel cielo, per poi precipitare rovinosamente. Morì condannato ed esule. Ma Di Pietro, vendicativo e beffardo, esclamò: “È morto da latitante”.

I capi politici di 70 anni di storia della Repubblica “vicina ed amica” (ex) sono una galleria di “mostri” inarrivabile. Noi svizzerotti e ticinesotti non possiamo assolutamente competere.

* * *

Di fronte al dramma che il  nostro Paese sta vivendo e che non ha precedenti in tempo di pace, molti si chiedono chi siano  i veri responsabili di questo disastro. Purtroppo, la memoria umana è corta e gli eventi passati cadono spesso nel dimenticatoio. La storia , poi, oggi nessuno la studia seriamente, essendo considerata una scienza inutile, tanto che qualche ministro dell’attuale maggioranza ne aveva ipotizzato addirittura l’esclusione dai programmi scolastici, ritenendola divisiva. Non parliamo inoltre di quanto accade nei talk show, ove la semplice  rievocazione del suicidio politico di Berlusconi e dei disastri di Monti nel 2011, viene snobbata come arcaismo e rintuzzata  con frasi del tipo: “Parliamo di cose concrete, dell’oggi e del domani, non del Medioevo”.

La mafia cultural-politica, è noto, teme come la peste ogni ricerca delle colpe pregresse, visto che pochi possono dirsene immuni, e per questo criminalizza tutti coloro che intendono rivisitare verità scomode. Pertanto, contravvenendo alla stupidità di quanti credono che sia tempo perso riflettere sui fatti di ieri, ritengo necessario soffermarmi su un aspetto determinante ai fini di un giudizio equilibrato sulla situazione odierna: l’enorme responsabilità storica della sinistra nel declino e nell’imbastardimento del nostro Paese. Per maggior chiarezza dividerò in punti la mia argomentazione.

1948-1960: ricostruzione e miracolo economico.

I dodici anni considerati restano i migliori, sotto ogni aspetto, del dopoguerra. Il governo centrista degasperiano, pur con i limiti che molti storici gli hanno attribuito, resta comunque un esempio di correttezza amministrativa   e di buona politica. La fiscalità si mantiene a livelli compatibili con lo sviluppo, la burocrazia non è di eccessivo impaccio alle attività produttive e l’inflazione , fuori controllo nel periodo immediatamente post-bellico, è ricondotta in limiti ragionevoli. La Magistratura, che successivamente diverrà una delle grandi palle al piede della crescita  e della libera iniziativa, svolge ancora il proprio ruolo con fondamentale correttezza, applicando alla lettera la divisione dei poteri, conformemente a ciò che mio nonno materno Pasquale Mochi, giudice penale all’epoca della tanto disprezzata “Italietta” , mi aveva narrato con legittimo orgoglio. In questo stesso spazio temporale, la sinistra guidata da Togliatti e da Nenni lotta per tutelare gli interessi di quel proletariato che ad essa fa riferimento,  senza sporcarsi le mani  per i diversi compromessi con il grande capitale , che segneranno in seguito l’inizio del suo declino. Malgrado la legge elettorale proporzionale, maggioranza e opposizione restano profondamente distinte, abitudine che prosegue dopo la scomparsa di De Gasperi  nel 1953, durante i sette anni del centro-destra,  segnati dal  boom economico.

1960-1973: il centro-sinistra e l’inizio del declino.

Gli analisti futuri dovranno far luce sulle vere cause della svolta a sinistra, dalla crisi di Tambroni  all’avvento del pentapartito craxiano. Più volte mi sono detto convinto circa una cospirazione guidata dalla mafia finanziaria  globale, ossia da parte di quei  paesi, ed erano tanti, che vedevano nella prodigiosa ripresa della nostra economia una seria minaccia ai loro interessi egemonici  e geostrategici. Fra il 1960 e il 1973  vengono gettate le basi politiche e giuridiche  per l’affossamento della libertà d’ impresa, con l’avvio di tutti quei fenomeni sociopatologici  che col tempo sarebbero divenuti incontrollabili, quali una tassazione punitiva e insopportabile, una burocrazia soffocante e corrotta, la delocalizzazione di molte aziende, la fuga dei capitali e dei cervelli, quest’ultima decisamente più dannosa. Vale la pena ricordare che già nel 1962, al formarsi del primo esecutivo aperto ai marxisti, la Borsa di Milano subisce un tracollo, interrompendo una crescita esponenziale di oltre un decennio, e ciò in assoluta controtendenza con l’andamento di tutti gli altri mercati, presso i quali il boom post-bellico sarebbe durato almeno altri 20 anni. L’ingresso dei socialisti nel governo, salutato dall’Avanti  come una formidabile conquista di libertà, è invece funzionale allo scardinamento dall’interno  di tutti gli equilibri  socio-economici raggiunti  e di quelli raggiungibili  nel prossimo futuro, tanto che Riccardo Lombardi, leader della fazione  più estremista, dichiara con straordinaria sincerità al Congresso del PSI del 1963: “Dobbiamo a tutti i costi rimanere nella stanza dei bottoni, altrimenti il liberalcapitalismo risolverebbe in pochi anni tutti i principali problemi  della classe operaia”. Per quanto formalmente divisi, uno nella maggioranza  e l’altro all’opposizione, socialisti e comunisti continuano a collaborare ad ogni altro livello, negli enti locali, nei sindacati , nelle Case del Popolo ecc., così che il PSI viene definito  partito di lotta e di governo. Invece di favorire la pace sociale, mai come in questo periodo si succedono scioperi, disordini, autunni caldi. Appare evidente che i socialisti rappresentano la cinghia di trasmissione dei comunisti  e che il loro vero compito , sia pure mascherato da una ben poco  credibile narrazione di demagogia proletaria, è la pratica del tanto peggio tanto meglio, ossia lo sfascio dell’economia  e dell’ordine pubblico, per preparare l’avvento di un sistema politico integralmente marxista. Lo spaventoso baratro del debito pubblico comincia a spalancarsi in questi anni e in nome di questa logica.

1973-1979: terrorismo e compromesso storico.

I commentatori di sinistra  sostengono da sempre che il compromesso storico, ossia la formazione di un governo assembleare fra democristiani e comunisti, avrebbe salvato l’Italia dal terrorismo. Il rapporto  causale deve invece essere invertito: è proprio quella politica, basata sull’unanimismo  delle scelte indipendentemente dal voto popolare, con la scomparsa di ogni vera  opposizione e alternativa legale  al sistema, che provoca il trasferimento della lotta per il potere dalle sedi istituzionali, prima alle piazze, poi ai movimenti extra-parlamentari e violenti. La ragione per cui democristiani e comunisti si accordano è la voglia dei primi di occupare in permanenza la stanza dei bottoni, e dei secondi di accedervi, ben consapevoli  che mai vi sarebbero riusciti con una propria vittoria. Nel 1976, infatti,  il loro sogno sfuma. La sinistra unita conquista , nelle elezioni del 20 giugno, la maggioranza alle Camere: la decisione con chi governare spetta pertanto ai socialisti, divenuti ago della bilancia. E qui succede il fattaccio che spingerà Moro e Berlinguer l’uno nella braccia dell’altro: la segreteria del PSI passa da De Martino, esponente della corrente più estremista, a Bettino Craxi, vicino al pensiero socialdemocratico europeo. Questi si rifiuta di tenere a battesimo un governo di Fronte Popolare e sbarra le porte in faccia  ai comunisti. Ciò spinge i due principali partiti italiani ad allearsi contro di lui, nel tentativo di relegare i socialisti alla più totale irrilevanza. L’uccisione di Moro sventa però questo disegno, tanto che dopo le consultazioni  anticipate del 1979 si delinea una ben diversa maggioranza politica, il pentapartito, con la definitiva esclusione del PCI.

Gli anni ’80 e l’era craxiana.

Il decennio dominato da Craxi , e non già la breve stagione del compromesso storico, conduce alla sconfitta del terrorismo, anche grazie al rimettersi in moto della normale dialettica fra maggioranza e opposizione. In quello stesso periodo l’economia italiana conosce uno sviluppo mai più verificatosi dall’epoca della ricostruzione: il Paese è tutto un fiorire di nuove iniziative, soprattutto ad opera del lavoro autonomo, che però si riverbera sull’intera società, incluso il settore pubblico. Resta un pesante deficit di bilancio, che Craxi è costretto in una prima fase  a tollerare non volendo uccidere nella culla la ripresa, ma la sua strategia mira al futuro, a quando lo sviluppo consentirà finalmente  di predisporre un graduale e serio piano di rientro. Ancora una volta, come ai tempi di Riccardo Lombardi, l’estrema sinistra teme la propria definitiva emarginazione. E così, con l’aiuto di una corrente della Magistratura ad essa vicina, riesce a delegittimare il Segretario socialista sollevando una questione morale largamente pretestuosa , obbligandolo prima alle dimissioni e poi all’esilio, crudele vendetta per essersi opposto al comunismo e alla  sua egemonia sulla società e sulla cultura nazionali.

Conclusione: gli ultimi decenni.

Scomparso Craxi, un nuovo leader ne raccoglie il testimone: Silvio Berlusconi. Egli tenta di proseguirne la politica di risanamento, in attesa di aggredire il deficit di bilancio grazie allo sviluppo e all’incremento del Pil. Pure nei suoi confronti si scatena l’offensiva politico-giudiziaria delle sinistre, in applicazione del principio per cui chi tocca i comunisti muore. Ancora una volta, la voglia di potere di questi e dei loro fiancheggiatori, spalleggiati da una Europa che , come nel 1960, vede la potenza economica italiana quale fumo negli occhi, impedisce che vi sia una qualunque prospettiva di reale ripresa, condannando il nostro Paese a un declino  perenne e drammatico. Berlusconi, anche per i suoi errori politici di nove anni fa  e per i timori circa il destino delle proprie aziende, è alla fine tolto di mezzo.  Analoga sorte, nel 2019 , tocca a Salvini, che cade in una trappola tesagli dai neocomunisti  in combutta con la mafia globale.

Pertanto, quando le sinistre puntano il dito contro i loro avversari, accusandoli di essere colpevoli della situazione in cui versa oggi l’Italia, dobbiamo replicare sventolando sotto il loro naso le terribili colpe di cui essi stessi si sono macchiati. La storia non è quindi affatto divisiva , ma aiuta ad affermare la verità.

Carlo Vivaldi-Forti

Nella foto di copertina: Don Camillo e Peppone (fotogramma Wiki commons)