Dalla Val Badia missionario in Cina, San Giuseppe Freinademetz è insegnamento d’amore e tenacia

In Val Badia, a Oies, sulle Dolomiti un tempo austriache, vi è un luogo che gli abitanti chiamano “la casa del Santo”. Il 5 agosto del 2008 venne a visitarla Papa Benedetto XVI, che rese omaggio a un omo beatificato da Paolo VI e santificato da Giovanni Paolo II. quell’uomo è tutt’oggi chiamato “il santo delle dolomiti”, “il tirolese della Cina”.

Raggiungiamo la Casa del Santo, mentre il Santa Croce lontano irrora le sue valli della rosea e fulgida luce del primo giorno dell’Anno del Signore 2020. Il custode, Padre Franz, è un colto e gentile Sacerdote austriaco, che ci mostra i cimeli della casa lignea del santo, che ancor pare pulsare della religiosa vitalità della Val Badia. E col suo racconto ci porta assai lungi: dalla Val Badia, al Tirolo, sino alla Cina.

La “casa del santo” in Val Badia

Giuseppe Freinademetz nasce il 15 aprile 1852 a Oies, un maso nella Val badia, in Alto Adige, a quel tempo sotto il dominio dell’Impero Austroungarico. È quarto di tredici fratelli, i suoi genitori sono Giovanni Mattia e Anna Maria Sottvalgiarei, contadini religiosissimi.  La sua è una vita semplice, scandita dal lavoro e dalla preghiera, recitata prima e dopo i pasti a base di patate, orzo e fagioli e rarissimamente da carne. Magro, fulvo e gentile, soprannominato nella lingua locale Ujop, Giuseppe può studiare poiché notato da uno dei sacerdoti del paese, che ne loda i meriti intellettuali.  Così frequenta le elementari nella sua lingua natia, il ladino, poi, a Bressanone, provvidenzialmente alloggiato dal tessitore Francesco Thaler, consegue il ginnasio e gli studi di teologia.

È il 25 luglio 1875 quando Giuseppe viene ordinato sacerdote, nella chiesa del seminario di Bressanone, (Brixen), dal principe vescovo Vinzenz Gasser, figura di spicco in Tirolo, che aveva avuto un ruolo principe nel Concilio Vaticano I. Per i tre anni successivi insegna nelle elementari di San Martino in Val Badia, dopo essere però entrato – passo importantissimo che gli designerà la via della sua vita – nell’Istituto dei Missionari Verbiti, fondato in quegli stessi anni a Steyl, in Olanda, da Arnoldo Janssen. “Se Dio non l’avesse chiamato” dirà sua madre “Giuseppe non avrebbe lasciato la sua Badia”. È proprio quest’ultimo, Janssen, a designare Giuseppe, assieme al collega Giovanni Battista Anzer, come missionario. Destinazione: Cina.

L’interno della casa natia del santo

Raggiunta dai missionari gesuiti solo nel XV secolo, dopo l’approdo del gesuita Francesco Saverio a Goa, nel 1542,  la Cina rappresenta all’epoca ancora un miraggio per la carenza di vocazione e l’assenza di cristiani.

È il 12 marzo 1879, Giuseppe ha ventisette anni e accetta la volontà affidatagli. Dopo i primi anni passati ad Hong Kong, prende in consegna, nel 1882, assieme a Giovanni Battista, la missione del Sud – Shantung, dove su 20 milioni di abitanti, sono solo 158 i cristiani. È una missione ardua, quella di Giuseppe, perseguitato, come molti altri suoi missionari, dai “boxer”, le bande segrete chiamate anche “dei lunghi coltelli” che fomentano l’odio contro lo straniero, in particolare il razzismo contro i cristiani, massacrati nel silenzio delle autorità locali, all’odio dei quali, tuttavia, Giuseppe riesce a sopravvivere.

Chantal Fantuzzi alla casa natia di Giuseppe Frenademetz

Costretto a camminare nel fango di fiumi e torrenti, ma illuminato a Dio al punto che arriva a condividere la vita degli abitanti da evangelizzare, ad assumere i loro abiti, i loro costumi e ad apprendere la loro lingua: il suo nome diviene così Shen – Fu. “Pensate “scriverà in un carteggio “i cinesi affermano persino di capirmi”. La sua Opera non è esente da delusioni: viene soccorso dopo essere caduto in una buca solo dietro pagamento. “soldi e onore” dirà rattristato “sono le due divinità della Cina”. Ma ci sono anche le soddisfazioni, talmente alte da rifiutare l’invito di padre Janssen a ritornare in Europa e fondare un monastero. Rifacendosi a San Paolo, che si era chiamato “greco tra i greci”, si chiamerà “cinese tra i cinesi”, contento di esserlo, in nome di Dio.

Non tornerà mai più in Europa, ma per trent’anni viaggia, evangelizza, porta la buona Novella, assiste i malati, ammalandosi anch’egli: è il 1898 quando contrae la laringite e trascorre un periodo di cura in Giappone. Il numero di anime salvate, grazie alla sua opera, è impressionante: 40mila cinesi si battezzeranno e altrettanti diventeranno catecumeni. Nel 1907 scoppia in Cina un’epidemia di tifo: padre Freinademetz cura i malati e la contrae anch’egli. Si spegne a Taikita, nella casa centrale dei Verbiti, il 28 gennaio del 1908. Ha solo 56 anni.

Nel 1975 viene beatificato da Papa Paolo VI, insieme al fondatore dei Verbiti, il già menzionato Janssen. Il 5 ottobre del 2003 viene santificato da Papa Giovanni Paolo II. venerato in Tirolo, Germania e Cina, San Freinademetz è stato assurto santo evangelizzando anche laddove il regime, (inaspritosi negli anni successivi, come è noto, tanto che la sua tomba è ad oggi distrutta), pareva non permetterlo. “Poiché l’amore, – come scrisse lo stesso santo -, è l’unica lingua compresa da tutti”.

Missionari Verbiti, Casa Natale San Giuseppe Freinademetz, Oies 6, 39036 Badia (BZ) tel: 0471839635

Tel: info@freinademetz.it

Articolo di Chantal Fantuzzi

Si ringrazia Padre Franz per la preziosa testimonianza e bibliografia fornita:

Bibliografia:

A.Chiades, Freinademetz, il santo delle Dolomiti, ed. A. Weger

San Giuseppe Freinademetz, un missionario della Val Badia in Cina, a cura di Proff. Sindoni e Zambon, ed. riunite

Giuseppe Freinademetz, una vita al servizio della missione in CIna, ed. Missionari Verbiti

Giuseppe Freinademetz, ”l’amore è l’unica lingua compresa da tutti i popoli”, Lettere dalla Cina, a cura di Padre Irsara, ed. emi

Giuseppe Freinademetz, La preghiera salva il mondo ed, Verbiti.