Elezioni a Taiwan: senza sorprese – di Vittorio Volpi

Se il centro dell’economia mondiale è sempre più nell’Area India-Giappone, non vuol dire che sia immune da problemi ed instabilità.

Uno dei problemi più seri è Taiwan, ovvero la Repubblica della Cina. Un paese di 23 milioni di abitanti che nei giorni scorsi hanno detto con il voto che vogliono rimanere indipendenti dalla Cina, che ne reclama dal 1949 l’integrazione e che suggellerebbe l’atto finale dell’unificazione cinese condotta da Mao Tse tung.

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Circa 8,2 milioni di taiwanesi, ovvero il 57% dei votanti, hanno votato a favore del rinnovo del mandato di Tsai Ing-wen, 63 anni, leader del Partito Progressista Democratico (PPD).  Sono andati alle urne il 75% degli abitanti, cioè il 10% in più rispetto alla precedente elezione.

Perdente, paradossalmente, il partito dell’opposizione, il KMT, Partito Nazionale Cinese che è stato in pratica il governo del paese per decenni dal ’49.

Ricordiamo che il KMT è stato fondato nel 1912 e che il “Generalissimo” e Presidente Chiang Kai Shek lo ha condotto fino alla sua morte e ha dominato la politica di Taiwan.

Da notare l’ironia  e la volubilità della politica. Il KMT (e Chiang) sono stati i mortali nemici di Mao e della Repubblica Popolare Cinese per decenni per poi adottare negli ultimi anni un atteggiamento più aperto al dialogo ed a qualche forma di intesa con Pechino. Invece il PPD e la Sig.ra Tsai ritengono che “solo i 23 milioni di taiwanesi potranno decidere su questa delicata materia del rapporto con Pechino”.

Durante la campagna elettorale la Presidente Tsai si è profilata come un campione dei principi “democratici e liberali” della indipendenza ed anche di rifiutare, Hong Kong docet, la proposta di diventare “one country” con la Cina, con la formula “un paese, due sistemi”.  In contrasto con la politica di Pechino che la Tsai vede sempre più decisa ed autoritaria sotto la leadership di Xi Jinping.

L’elezione, non sorprendentemente, è un colpo basso a Pechino ed alle sue offerte di dialogo con lo scopo ultimo dichiarato di portare a compimento gli obiettivi sacri della Repubblica Popolare Cinese. Taiwan è l’ultimo tassello di una storica riconquista dell’indipendenza cinese dopo  il “secolo delle umiliazioni” e della colonizzazione occidentale.

Prima di giungere alle conclusioni in merito all’elezione, penso sia giusto fare un passo indietro. Come si è arrivati alla ROC?  Dobbiamo ritornare agli anni ’40.  In quel periodo la Cina era sotto conquista dei giapponesi. All’interno del  paese si erano create due forze che combattevano contro l’Impero del Sol Levante, ma allo stesso tempo era guerra civile. I contendenti erano il” Generalissimo”  Chiang Kai Shek  (che Truman apostrofava come “Cash my check”…)  con un esercito poderoso di milioni di soldati, sebbene male organizzato, finanziato con i soldi e le armi americane (spesso dalla parte sbagliata).

Dall’altra parte i comunisti guidati da Mao, forti del supporto delle campagne, ma anche sostenuti dai russi. Mao e i suoi al momento della resa dei giapponesi, agosto ’45, intensificarono con successo la lotta contro Chiang, fino a confinarlo nelle frange del Paese. Questi, sentendosi sconfitto, già nel ’48 mosse la sua forza aerea a Taiwan e nel dicembre del ’49  si trasferì armi e bagagli a Taiwan. Il KMT invase l’isola a seguito della “grande ritirata”. È nota la pulizia etnica sui locali prima dell’arrivo di Chiang. Chiang” fuggì con quasi 2 milioni di soldati, più civili e rifugiati. Mao nel frattempo aveva annunciato la fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Tutte e due le parti rimanevano in stato di belligeranza con “la guerra continua”. Chiang addirittura nel 1961 preparò un piano di rivincita per riconquistare la Cina nel continente, ma da Washington, fortunatamente,  gli dissero di no.
Chiang Kai Shek  portò con sé il tesoro del paese (113 tonnellate di oro e, inter alia, una collezione straordinaria di oggetti d’arte di cui solo un dodicesimo si può ammirare a rotazione (forse 300 mila pezzi) nel Museo Nazionale di Taiwan.

Da allora, sotto la protezione americana, Taiwan ha potuto focalizzarsi sul progresso economico nella chimica, tecnologia, elettronica al consumo, ecc. fino a diventare (PPA) la 21ma economia mondiale con un reddito pro-capite di 46.800 dollari (contro i 9.580 della Cina, dati 2018). Straordinario per un simile piccolo paese.

Ritornando al presente ed alle elezioni, i commenti da Pechino appaiono naturalmente negativi ed invitano la Tsai al dialogo per una integrazione. È evidente e comprensibile però che gli sconvolgimenti di Hong Kong hanno pesato sull’opinione pubblica negativamente.  Pechino ha carte in mano per far pesare i fatti: Taiwan  ha come partner commerciale principale la Cina. Migliaia di investimenti taiwanesi nel continente potrebbero essere a rischio e se non fosse per l’ombrello americano (ma rimarrà nel tempo?) Taiwan potrebbe essere integrata in breve tempo…

Il dialogo sarà quindi inevitabile, non sembra esserci altra via di uscita.

Vittorio Volpi