Il posto dell’Università della Svizzera italiana – di Tito Tettamanti

In dicembre sotto questo titolo il rettore Boas Erez ha pubblicato nel «Corriere del Ticino» un accorato appello. Se la mia lettura è corretta, con il suo articolo da un lato esprime la delusione per un certo distacco dei ticinesi nei confronti dell’Università che, con un finale non privo di pathos, vorrebbe nei nostri cuori. Dall’altro, rivendica per l’Università stessa nell’ambito della cultura del Cantone un ruolo che vada al di là dello stretto impegno accademico. Mi sarei aspettato che l’autorevole intervento suscitasse reazioni, ma ciò non mi pare sia stato il caso.

Non dobbiamo stupirci: noi ticinesi, quando i problemi varcano certi limiti ed esigono approfondimenti intellettuali, ci comportiamo – secondo la descrizione ironica di un libro di management – come i consiglieri d’amministrazione di una importante società chiamata a deliberare su un massiccio investimento nell’IA (intelligenza artificiale) e contemporaneamente sull’acquisto di una bicicletta per il fattorino. La decisione relativa all’IA viene presa all’unanimità e senza che alcun consigliere intervenga sull’argomento, vivacissima per contro la discussione sulla bicicletta per il fattorino. Ovvio, le conoscenze sull’IA sono scarse, lacunose e oltretutto impegnative, mentre tutti conoscono il fattorino e sanno cos’è una bicicletta.

La richiesta di dare all’Università un ruolo di attore principale nell’ambito culturale cantonale è interessante e meritevole di approfondimento. A fianco del Consiglio di Stato – Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) – nella sua funzione istituzionale un ruolo più ampio quale centro motore riservato all’Università, senza dimenticare quello che potrebbe essere il ruolo della RSI se, per la conduzione, a personalità di alto profilo culturale purtroppo non si preferisse la mediocrità carrieristica. Attorno tutto un firmamento di iniziative, dal Festival del film, alle biblioteche, al LAC, Conservatorio, Orchestra della Svizzera italiana e tantissime operosità anche dei club di servizio nell’ambito della società civile.

Forse a 24 anni dalla nascita è utile e opportuno riandare l’esperienza vissuta con indubbio successo dall’USI, vedere se e dove apportare modifiche, riesaminare come orientare un ateneo che non potrà mai superare certi limiti fisici, come realizzare l’esigenza dell’eccellenza, l’attualità e l’efficienza nel preparare ad entrare pienamente nella società tecnologica e così via. La presenza di numerosi stranieri tra gli studenti è un notevole costo giustificato tra l’altro se partissero dalla Svizzera con conoscenze sul nostro modo di essere e sulla nostra complicata struttura istituzionale e di diritti per i cittadini. Ciò potrebbe servire – anche se quale goccia nel mare – in un domani a essere meno incompresi dall’UE, dall’OCSE e nelle capitali straniere. Un pensiero, anche se prevalentemente organizzativo, lo merita pure il fatto di un afflusso sempre maggiore di studenti che penso – specie a Lugano e Mendrisio – pone problemi di ricettività e traffico, di socializzazione e convivenza. Tutto ciò oltre a tanti altri temi che a me sfuggono.

La richiesta di un ruolo centrale anche nella vita culturale non accademica deve far riflettere, non può venir ignorata ma neppure ricevere una risposta tecnocratica ed esclusivamente permeata da efficientismo. Non deve sfuggire il fatto che il rettore chiede un importante ampliamento del mandato dell’USI e conseguentemente proprio. I mezzi a disposizione dell’Università, considerando tra l’altro la presenza di 130 professori e 237 docenti, l’autorevolezza discendente dalla funzione, i contatti accademici internazionali, ma anche i fondi pubblici disponibili, le danno una forza d’urto di inusuale dimensione. Ragione per la quale la richiesta non può non venir accompagnata dal necessario riesame dell’adeguatezza della struttura organizzativa e delle forme di controllo.

Lo stesso consigliere di Stato a capo del DECS (cultura) è tenuto a mediare con i suoi colleghi di governo, a seguire le trafile istituzionali della democrazia. Sono le guarentigie richieste dalla nostra forma partecipativa, costano tempo e lungaggini ma assicurano riflessioni ed equilibri.

Una presenza più incisiva, che copra maggiormente l’intero spazio culturale del cantone, va accompagnata da garanzie per la pluralità di pensiero e di impegno. Ignoro se l’attuale struttura sia attrezzata a tal fine.

Viviamo in un periodo nel quale risorgono scontri ideologici di una durezza che avevamo dimenticato, con avversioni non lontane dal fanatismo. Anche le Università non sono immuni da derive e assistiamo all’indecente spettacolo – non solo negli USA – di atenei che non permettono ad intellettuali di esprimersi pubblicamente nell’accademia perché portatori di pensiero «non conforme» o contestabile. Non è neppure lontanamente il caso nostro, ma viviamo in periodi di difficile transizione e di ritorno di estremismi e prevenire è meglio che guarire.

Maggior presenza dell’Università nella vita culturale del Paese, idea interessante e che potrebbe sicuramente rivelarsi utile ma nell’ambito di una pluralità di espressioni e visioni assicurate dal controllo democratico. E parlando di biciclette, il rettore va ringraziato per l’impegno, la passione, la volontà di imprimere velocità. A noi ricordargli l’indispensabilità dei freni.

Tito Tettamanti

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