Sorprende la mostra “Leonardo e la Madonna Litta al Museo Poldi Pezzoli

di Cristina T. Chiochia

Ci sono capolavori italiani all’estero che, quando tornano nel vicino Bel Paese, non lo fanno in modo inosservato. Ne è un bell’esempio, l’enorme successo della mostra con la presenza del capolavoro leonardesco de “La Madonna Litta” ora all’Ermitage a San Pietroburgo; ma che sino al 10 Febbraio 2020 è invece in mostra durante un’esposizione eccezionale presso il museo Poldi Pezzoli. Una mostra che sorprende.Sostenuta da Fondazione Bracco, che è il main partner, insieme a Regione Lombardia ed al Comune i Milano. La mostra “Leonardo e la Madonna Litta”, inclusa nelle celebrazioni ufficiali nazionali per i 500 anni dalla morte del grande genio, ha visto il coinvolgimento di grandi partner per il progetto tra cui quello di allestimento di Migliore + Servetto Architects.

Giovanni Antonio Boltraffio (vedi)

La mostra, a cura di Pietro Marani e Andrea Di Lorenzo, offre oltre al capolavoro de “La Madonna Litta”, l’incredibile punto di vista dei disegni e delle opere di due grandi pittori lombardi di bottega leonardesca: Giovanni Antonio Boltraffio e Marco d’Oggiono oltre che alcuni esempi di opere di maestri quali Maestro della Pala Sforzesca e Francesco Napoletano.

Un progetto articolato, insomma, quello per l’esposizione della Madonna Litta a Palazzo Poldi Pezzoli, che segue anche il percorso usuale della Casa Museo al secondo piano, al fine di comprendere Leonardo, oltre il visibile, attraverso anche la passione del collezionismo del fondatore del museo , sia per la pittura lombarda in generale sia per quella insegnata da Leonardo Da Vinci. Inoltre, il progetto “Leonardeschi oltre il visibile” che segna , grazie a nuovi esami diagnostici su alcune opere, l’alto valore di questa mostra sospesa tra questo visibile ed invisibile, che sorprende.

Francesco Galli (vedi)

Grazie al contributo di Fondazione Bracco che ha permesso di eseguire le analisi diagnostiche su alcune opere insieme all’Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del CNR e le università milanesi dell’Università degli Studi di Milano e Università di Milano-Bicocca ecco scoperte anche delle impronte digitali non visibili ad occhio nudo, oltre alla descrizione dei componenti utilizzati sia a livello pittorico sia per quanto riguarda gli stati di preparazione dei materiali.

Inoltre, sempre grazie a questo accurato check up di alcune opere, si è potuto offrire un punto di vista inedito nella fruizione finale della mostra, al fine di un approccio davvero interdisciplinare.

Le domande quindi, nell’analisi delle opere, sono state quindi di comprensione del processo che le ha rese possibili, ponendo in evidenza, grazie al supporto della tecnologia e di esperti, lo stato di conservazione e la loro interpretazione nell’esecuzione di come, forse, si lavorasse a bottega in quel periodo.

Delle cinque opere che sono state scelte per questo progetto non tutte sono parte della collezione del Museo Poldi Pezzoli. E sono, come recita il comunicato stampa: “1) Madonna con il Bambino (Madonna del fiore) di Giovanni Antonio Boltraffio (Milano, 1467-1516), olio su tavola, conservata presso il Museo Poldi Pezzoli (Milano); 2) Madonna che allatta il Bambino di un anonimo pittore lombardo, olio su tavola, conservata presso il Museo Poldi Pezzoli (Milano); 3) Busto di Cristo Bambino attribuito a Marco d’Oggiono (Milano, 1475-1530 circa), olio su tavola, conservato presso il Museo Poldi Pezzoli (Milano); 4) Madonna con il Bambino di Francesco Galli, detto Francesco Napoletano (Napoli ? – Venezia, 1501), olio su tavola, conservata presso la Pinacoteca di Brera (Milano); 5) Madonna con il Bambino di un anonimo pittore lombardo seguace di Leonardo da Vinci, olio su tavola, conservata in collezione privata”.

Grazie a studi , solo per citarne alcuni, con elaborazioni attraverso algoritmi, radiazioni ultraviolette, spettrofotometria in riflettanza con fibra ottica, microscopi ottici, studi in fluorescenza e molto altro, questi cinque capolavori hanno reso visibile ciò che ad occhio nudo era invisibile: i piccoli ripensamenti, le pieghe delle dita, lo spostamento di una mano, il disegno di un nuovo paesaggio al posto di una finestra o delle impronte digitali del suo autore.

Una mostra non solo sull’opera considerata “simbolo” dell’Ermitage di San Pietroburgo e Leonardo, ma un ritorno di un dipinto molto amato e copiato nei secoli successivi a quello in cui venne realizzato perché simbolo del tema della “Madonna che allatta il Bambino Gesù”, molto intimamente legato alla città italiana di Milano (ed ai suoi protagonisti), non solo perchè realizzato dalla bottega o forse proprio da Leonardo da Vinci a Milano o perché facente parte integrante della prestigiosa Collezione Litta (da qui il nome), ma esempio puro di amore e devozione privata di quel periodo, per mano di un maestro del colore e di quell’impalpabile pigmento blu, realizzato con la costosissima. per quei tempi, polvere di lapislazzuli.

 

Foto dell’Ufficio stampa