In Italia 2 milioni di “Hikikomori” giovani reclusi che non studiano né lavorano

Il fenomeno degli Hikikomori nasce in Giappone, da cui proviene anche la terminologia, che significa “stare in disparte”. Nel paese del Sol Levante il serio e triste problema sociale riguarda oltre un milione di casi.

In Giappone si parla di Hikikomori addirittura dagli anni Ottanta, dove il fenomeno ha raggiunto cifre paurose. Si tratta di giovani, che sia nella prima generazione (anni Ottanta, appunto) e nella seconda (anni Novanta – duemila), si trovano reclusi in casa, incapaci di avere relazioni sociali, i quali, senza che probabilmente nemmeno i genitori se ne accorgano, hanno lasciato studio e lavoro e vivono reclusi in casa.

Poi, il fenomeno si è spostato in Occidente, trascinandosi anche in Europa. Così, oggi, secondo una ricerca dell’Università Cattolica di Milano, gli hikikomori sarebbero circa due milioni.

In Italia, come in Giappone, le cause di questo fenomeno sono da riscontrare anche nei turni estenuanti cui sono sottoposti i genitori, come racconta una testimonianza di un ragazzo “guarito” dalla sua “reclusione volontaria”, nella quale era caduto perché la madre- suo unico genitore – lavorava dalle 8 alle 17, senza accorgersi che egli aveva lasciato la scuola, semplicemente non aveva più voglia di andarci, di socializzare, e si era recluso in casa ove l’unico contatto col mondo esterno erano stati i videogames. Niente sonno durante la notte, ritmi di sonno – veglia invertiti: dormire tutto il giorno, mangiare quando se ne ha voglia, relazionarsi solo sotto forma di avatar virtuali. Poi, dopo due anni, il risveglio dall’incubo. La rivelazione, la presa di coscienza.

Il problema però non è solo nella presa o meno di coscienza da parte dei genitori, poiché si tratta di ragazzi tra i 14 e i 25 anni, quindi con un’età molto variegata e, soprattutto, (quasi) matura, non si tratta di bambini, ma di giovani adulti. Adulti che, in quanto tale, devono essere loro stessi a prendere coscienza del problema in cui sono.

Inoltre, l’errata credenza che proibire la tecnologia ai figli sospettati di “essere hikikomori” sia la soluzione, spesso rischia di portarli a situazioni più gravi, se non estreme come il suicidio. I social e i videogames, infatti, sono spesso l’unica porta d’accesso alla realtà – se pur virtuale, certo – che gli hikikomori hanno. Sono i giovani, infatti, in primis, a dover prendere coscienza di dover uscire da quella realtà virtuale, a dover scappare da quel computer.

Il problema potrebbe essere ravvisato anche nelle istituzioni, nella mancanza di contatti che esse propongono ai giovani, soprattutto nello Stato, quando ministri coniarono termini come “choosy”, “schizzinosi”, o “bamboccioni” imputando ai giovani stessi la “colpevolezza” della disoccupazione.

L’isolamento, sostene un altro ragazzo uscito dall’incubo hikokomori, rappresenta una “battaglia che alla fine diventa una cura”.

Ad oggi esiste un’associazione, in Italia,  Hikikomori Italia , che si propone di aiutare i ragazzi con questo problema, che si può assolutamente risolvere.