L’Unione europea di Habermas – di Tito Tettamanti

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Jürgen Habermas è uno dei più importanti filosofi viventi. Ha compiuto 90 anni lo scorso giugno e ovviamente i media in tale occasione ne hanno ripercorso la carriera e ridiscusso le opere. Molti lo considerano il continuatore della Scuola di Francoforte di Horkheimer, Fromm, Marcuse, Adorno fortemente critica da sinistra della nostra società e per taluni all’origine delle vicende del Sessantotto con il suo pensiero. Interessante l’aneddoto riferito in base al quale Adorno, il professore, già profilatissimo a sinistra, considerava con un certo fastidio eccessivo l’estremismo marxista dell’allievo Habermas.

Habermas è di quegli intellettuali che a fianco agli studi e all’accademia considerano loro dovere partecipare a dibattiti e contestazioni nella società diffondendo e difendendo le proprie opinioni. È noto anche per il suo convinto europeismo, forse meno noto il fatto che egli è stato l’ispiratore della Carta dei diritti fondamentali dell’UE approvati a Nizza l’8 dicembre del 2000. Un passo concettuale finale relativo alla concezione e struttura dell’Europa politica.

Ma veniamo all’evoluzione nel corso degli anni. I firmatari più importanti del Trattato di Roma con il quale è stata fondata la Comunità europea furono Schuman, De Gasperi, Adenauer. Tre rappresentanti di partiti democristiani, loro stessi cattolici praticanti e uomini di cultura. Non si esagera certo pensando che al di là della loro concezione carolingia vi era quella di una costruzione basata sulla cultura greco-romana-giudeo-cristiana con tutte le sue evoluzioni. L’arte del governo ereditata dalla Grecia, quella del diritto (e dei diritti) da Roma, la dignità umana insegnata dal cristianesimo e le successive decantazioni nel Medio Evo e nell’Europa moderna che ci hanno portato all’illuminismo scozzese, poi a quello francese. La Comunità europea aveva tra i suoi compiti di «contribuire alla crescita delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali».

Già sin dall’inizio la costruzione non piacque al mondo comunista che considerava la Comunità un progetto liberal-capitalistico. Il riconoscimento dell’importanza dei singoli Stati venne confermato nel 1966 nel Lussemburgo, con l’accordo che prevede per ogni Stato un diritto di voto. Con il Trattato di Maastricht del 1992 vennero compiuti due passi importanti che hanno indebolito la sovranità degli Stati membri: da un lato si è introdotto il concetto di cittadinanza europea e dall’altro quello di una moneta unica. Li potremmo considerare dei passi coerenti e conseguenti se sfortunatamente indebolendo la sovranità dei singoli Stati non avessero creato le premesse necessarie per l’Europa di Habermas.

È con Nizza (anno 2000), presidente francese Chirac, che ebbe luogo la rottura con il passato. Alla base della costruzione europea non vi è più, come ai tempi del Trattato di Roma, la cultura intra-europea, la nostra identità occidentale, ma viene compiuta una svolta drammatica – anche se forse non da tutti sensibilizzata – verso forme internazionalistiche e di multiculturalismo mondializzato, con la precedenza assoluta ai diritti dell’uomo.

Sul tema si può essere culturalmente di diverso avviso, avere concezioni legittimamente discordi. Considero il mondialismo di Habermas coerente con le sue opinioni marxiste e sarebbe da sciocchi tentare di banalizzare le riflessioni di uno dei pensatori moderni più importanti. Semmai considero privi di senso del ridicolo quei 23 ministri degli Affari esteri che il 15 giugno 2004 hanno deciso di annullare ogni riferimento al padre della storia Tucidide (vissuto nel 400 a. C.) perché avendo lodato Pericle e la democrazia di allora si sarebbe (alcuni secoli prima di Cristo!) dimostrato intollerante nei confronti delle donne e degli stranieri. Seguendo il pensiero di altri intellettuali sono di avviso diverso da Habermas ma non è di questo che voglio parlare.

Ciò che mi preoccupa è che in Svizzera ci battiamo con fiumi di parole sull’Accordo istituzionale proposto, sul fatto che il termine di preavviso per i lavoratori in arrivo dall’estero debba essere di otto o quattro giorni, sul fatto che il previsto tribunale arbitrale sia una poco dignitosa mascherata o meno, ma non ho letto una riga (forse mi è sfuggita) sull’evoluzione della natura del nostro contraente istituzionale UE. Non stiamo negoziando un trattato commerciale concernente particolari riguardanti importazioni, esportazioni, osservanza di reciproche regole. Stiamo dibattendo su un accordo (anche se l’esame è stato rinviato a dopo le recenti elezioni federali e alla votazione del 17 maggio, testimonianza del vacillante coraggio e linearità di Governo e partiti) che, lo ripetiamo, concerne la convivenza (addirittura l’assunzione delle leggi dell’UE) tra due istituzioni inconciliabili.

Pur dimenticando tutto questo non sarebbe istruttivo per noi svizzeri renderci conto con esattezza dell’evoluzione «istituzionale» e concettuale che ha mutato profondamente le fondamenta della controparte? I concetti filosofici del Trattato di Roma non penso fossero motivo d’allarme per noi svizzeri, la base concettuale marxiana dell’UE di oggi con le svolte dell’Accordo di Nizza del 2000 per contro può lasciarci indifferenti, non ha nessun possibile impatto sul nostro giudizio a proposito dei rapporti istituzionali che si vorrebbero disciplinare?

Tito Tettamanti

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