Le parole di Christine Lagarde – di Tito Tettamanti

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La signora Lagarde ha annunciato il 12 marzo le decisioni prese dalla Banca centrale europea (BCE) quale reazione alla preoccupante situazione venutasi a creare con il virus, aggiungendo dei commenti che hanno sollevato un coro di critiche e contestazioni. Quali sono i commenti incriminati? Innanzitutto la presidente ha detto, ricordando la famosa frase di Draghi, che lei non sarebbe stata la «whatever it takes» (tutto ciò che sarà necessario) numero 2. Poi ha richiamato la «politica» (UE e Stati) alle proprie responsabilità che non possono essere assunte dalla BCE, il cui compito concerne la politica monetaria e non quella fiscale; ed infine ha detto che il famoso spread (divario) tra i tassi delle obbligazioni statali, indice della solvibilità del debito pubblico, deve preoccupare i singoli Stati più che non la BCE.

Le politiche indispensabili per un’emergenza quale quella che stiamo vivendo hanno la preminenza su ogni altra preoccupazione. Debbono venir messe in atto dai governi nazionali che conoscono realtà, debolezze, peculiarità del Paese. A parte l’impegno sul versante sanitario, sono d’obbligo interventi finanziari per aiutare le imprese, assistere i lavoratori, le famiglie in difficoltà, con moratorie – laddove necessarie – per debiti ipotecari, pagamenti per imposte, tasse, premi assicurativi e affitti. Una delle misure di politica sociale più efficiente è quella dell’indennità di disoccupazione, aiuta la congiuntura mantenendo il potere d’acquisto, ma pure di utilità il sostegno al lavoro a tempo ridotto. Sono richiesti interventi coraggiosi, anche con qualche dispendio eccessivo, che permettano di evitare conseguenze più gravi nel tempo. Ben Bernanke, già presidente della Fed, Henry M. Paulson e Timothy Geithner che si sono succeduti quali ministri del Tesoro, lo spiegano nel loro libro Firefighting – The Financial Crisis and its Lessons (2019).

Ciò premesso, però, le critiche non debbono indurre a dimenticare la realtà. La frase pronunciata a suo tempo da Draghi, al di là dell’autorevolezza dell’allora presidente, ha salvato una situazione estremamente grave, permettendo ai diversi governi in un momento di crisi di riprendere fiato. La speranza era però che si usasse il tempo e le facilitazioni offerte per sistemare le finanze nazionali. Più volte negli anni successivi Draghi ha richiamato i politici alle loro responsabilità invitandoli a far buon uso della moratoria loro concessa, purtroppo senza risultato. La protezione Draghi non può continuare all’infinito. Politiche irresponsabili con conseguenti finanze disastrate non fanno che indebolire una nazione, indebolendone anche il sistema sanitario come pure la reazione alla crisi e rendendo più difficile la ripresa.

I mercati, che hanno vissuto per anni convinti di continuare a fruire di una protezione verso il basso delle banche centrali, sono stati presi dal panico rendendosi conto che l’albero della cuccagna non può durare in eterno. È quella crisi, da tempo attesa o perlomeno temuta, arrivata da dove non ce lo aspettavamo. La valutazione dei mercati dovrà tornare a basarsi su quelli che vengono definititi i fundamentals delle singole società e dell’economia e non sulle dosi di oppiacei distribuite dalle banche centrali. Per il momento la priorità va alla lotta contro le conseguenze economiche del virus, ma non dimentichiamo che prima o poi i nodi vengono al pettine.

Tito Tettamanti

Pubblicato nel Corriere e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata.