La guerra, il cigno nero di Taleb e il senilicidio – di Tito Tettamanti

Si potrebbe dire che in questo brillante articolo l’Avvocato “relativizza” l’ineguagliabile Pandemia, e qualcuno non mancherà di gridare al delitto di lesa maestà. Come si può relativizzare una cosa così grande e terribile, destinata a cambiare il destino dell’umanità? “Nulla sarà più come prima” è una frase sulla bocca di tutti.

Tettamanti ci parla della guerra (lui aveva 9 anni quando scoppiò) e la presenta in tutta la sua atroce crudeltà. La Pandemia non è una guerra. Ci parla della malattia, causa principale della morte dell’uomo, e ce ne parla usando i grandi numeri, in forma statistica.

Viene poi il cigno nero di Taleb e l’Autore ci assicura: la Pandemia NON è un cigno nero (= evento imprevedibile scatenante). Per finire l’Avvocato dalla sua “quarta” età (che non lo inquieta) leva una protesta (valida anche per la terza) condita di garbata ironia.

Sì, son tempi grami e noi “non giovanissimi” siamo abbastanza maltrattati. L’altro giorno entro deciso per comprare un buon vino in “azione”, la commessa mi squadra e mi fa: “lei signore quanti anni ha?”. Ho detto la bugia, senza fare una piega.

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Parlando di coronavirus si ricorre spesso all’immagine della guerra, all’espressione «siamo in guerra». Ne fa ampio uso il presidente Macron nei suoi appelli ai francesi per sottolineare la gravità del momento. Pur riconoscendo le esigenze della retorica la comparazione è fuorviante, addirittura pericolosa perché dà un giudizio sbiadito della guerra e delle sue conseguenze. Ormai solo noi della quarta età manteniamo il ricordo, anche se di ragazzini o adolescenti fortunatamente svizzeri.

Nell’ultima guerra mondiale (1939-1945) 55 milioni sono stati i morti, cifra non certo comparabile con quella della pandemia anche se dovesse continuare per qualche tempo. Città bombardate – magari senza motivo strategico come Dresda – con quartieri ridotti in macerie, civili morti. Villaggi distrutti con il lanciafiamme dalle truppe germaniche con l’eccidio della popolazione. Ponti, strade, ferrovie e officine demoliti.

Dresda – Immagine Wiki commons (Bundesarchiv) – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en

All’arrivo dei soldati russi a Berlino migliaia di donne suicidatesi buttandosi dalle case per sottrarsi allo stupro collettivo. Nella zona d’occupazione russa si cifrano tra i 150.000 e i 200.000 i «bambini russi». A ciò aggiungiamo, anche nel primo anno del dopoguerra, la miseria materiale e morale, la gente costretta a tutto per sfamarsi. A Vienna si doveva sopravvivere con 800 calorie al giorno, a Budapest con 556. A Londra ancora nell’inverno 1946-1947 si facevano code di ore per ricevere la distribuzione di carbone settimanale.

Tony Judt nel suo libro Postwar. History of Europe since 1945 (Penguin Press, 2005), tradotto anche in italiano, ci dà un quadro impressionante delle conseguenze della conflagrazione. No, la guerra non è uno scontro tra buoni e cattivi, ma solo tra cattivi, con punte inimmaginabili di crudeltà e belluinità. Al massimo si possono distinguere le motivazioni che hanno condotto allo scontro bellico, infami o giustificabili, come la resistenza delle democrazie contro la sanguinosa follia nazionalsocialista. Quindi per rispetto alla passata generazione di giovani d’allora caduti sul campo evitiamo paragoni inaccettabili.

Occupati con il coronavirus abbiamo anche dimenticato le conseguenze delle altre malattie che ci affliggono. Annualmente decedono 60 milioni di persone: 18 milioni per malattie cardiovascolari, 10 milioni di cancro, 6.6 milioni per malattie dell’apparato respiratorio, 1.6 milioni per dissenteria, 1.5 milioni per incidenti della circolazione e 1 milione per SIDA, 800 mila persone inoltre si suicidano. Pur nella gravità del momento non vanno persi di vista numeri e statistiche.

Immagine Wiki commons (Pauk) – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/deed.it

Anche Il cigno nero è continuamente citato a sproposito. Lo stesso Nassim Nicholas Taleb, autore del libro e dell’immagine che ha avuto un enorme successo, ha specificato che il coronavirus non è un cigno nero, vale a dire un fatto scatenante imprevedibile. Ho incontrato anni fa Taleb a Milano durante un dibattito sul suo libro e mi sono permesso di rammentargli la riflessione del grande Edgard Morin, l’intellettuale francese, che decenni prima ci aveva magistralmente parlato de «l’inconcevable et l’imprévisible» (l’inconcepibile e l’imprevedibile).

Conviviamo con virus di varia natura da secoli e pertanto non li possiamo certo definire inconcepibili. Ogni paio d’anni iniziamo la battaglia su una nuova infezione, scienziati e virologi sono costantemente allo studio di nuove forme patologiche e alla ricerca di nuovi vaccini, quindi anche l’espressione di imprevedibilità è totalmente infondata. Vero per contro che dimentichiamo spesso e volentieri il passato e molto romanticamente pensiamo alla natura, ma non ai suoi costanti pericoli. Semmai dobbiamo riconoscere che siamo stati imprevidenti e abbiamo ignorato il richiamo dei virologi.

Franco Ambrosetti con un assolo di tromba della quale è virtuoso maestro ha preso le difese della (sua) terza età e della (mia) quarta età condizionate da decreti che ci considerano ormai rimbambiti e da mettere sotto tutela. Sono generazionalmente solidale con lui ma stiamo attenti: a noi anziani potrebbe capitare di peggio. Forme di civiltà passate hanno conosciuto il senilicidio, vale a dire, in forme diverse, l’uccisione degli anziani. Nelle società nomadi e di cacciatori gli anziani divenivano un peso per la sopravvivenza del gruppo e venivano abbandonati alla morte. Leggo che in India nello stato Tamil Nadu esisterebbe ancora il Thalaikoothal, l’omicidio degli anziani da parte dei familiari. Diversi i rituali in diverse parti del mondo, alcuni durati sino allo scorso secolo (Jared Diamond, Il mondo fino a ieri). Quindi, caro Franco, lamentiamoci con prudenza, c’è stato di peggio e non vorrei che ai governanti in fregola di ordinanze venissero strane idee.

Tito Tettamanti

Articolo pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata