Ritorno a Locarno : 500+1 Giorni Felici – Intervista a Franco Laera

A cura di MAURIZIO TAIANA

Ai nostri precedenti ospiti, ovvero Brunschwig, Vinceti, Mascetti, Rudolf, che tramite la loro esperienza hanno testimoniato la volontà di produrre e promuovere cultura, arte, tessere relazioni a 360° in questo strano e variegato ecosistema dei dintorni della fortezza viscontea, aggiungiamo per la serie del 501esimo di Leonardo un’altra eccellenza : Franco Laera.

Nato nel 1948 in Puglia, Laera si trasferisce a Milano a metà anni ‘60, dove grazie alla sua visione avveniristica riuscirà ad imporsi quale eminenza europea nell’arte delle rappresentazioni teatrali, arrivando ad essere nominato membro del Consiglio Superiore dello Spettacolo, da parte del Senato.

Sulla mitica terrazza del Rivellino a colloquio con Peter Greeaway

Maurizio Taiana  Il Centro di Ricerche per il Teatro è probabilmente, la sua «opera» più conosciuta : far scivolar via dal declivio i fasti rococò per arrivar ad infettare le balconate d’inedite avanguardie non ha distrutto la visione canonica del teatro ? Se sì, era davvero necessario?

Franco Laera  Quella che lei chiama la visione canonica è in realtà una idea del teatro, non l’unica, che non ha più di un paio di secoli di vita ! Direi che ora è invecchiata abbastanza e possiamo chiamarla con il nome proprio : « letteratura in scena ». Tutto il teatro contemporaneo mi sembra fortunatamente orientato verso una idea di teatro che utilizza tutti i linguaggi della contemporaneità e non solo il linguaggio verbale.

Videoinstallazione di Robert Wilson (Winona Ryder nel ruolo di Winnie in Happy Days di Samuel Beckett) prodotta da Franco Laera per il Rivellino

Spesso, tra le nuove generazioni, il teatro quale rappresentazione nel luogo fisico non è tra i primi intrattenimenti citati. L’approccio avanguardistico dell’esperienza CRT è riuscito a far breccia nei cuori della generazione Y ? E che dire della generazione Z ? Si potrà far qualcosa per entrare nei loro schermi?

Il teatro delle nuove generazioni è da ricercare fuori dal teatro, nelle tante esperienze di contaminazione tra arte, cinema, video, musica, danza e teatro! Il teatro fuori dal teatro non è un paradosso, ma la realtà del nostro tempo. Il cinema ha già fatto questo « salto di specie » da un po’ di anni e viviamo circondati da schermi di ogni tipo. Sono convinto che questa crisi pandemica potrà accelerare ancora di più il « salto di specie » del teatro. Potremo così trovare il teatro nei musei, nelle gallerie, nei cortili delle case, nelle piazze, nei luoghi più anonimi o nei luoghi carichi di storia, dovunque potrà realizzarsi un incontro in persona, a prescindere dal numero di persone che vi prenderanno parte. Questo è quello che cercano i giovani perché vivono fortunatamente nel loro tempo e non nella trappola nostalgica del teatro\letteratura ottocentesco!

Franco Laera accanto alla celebre artista Oksana Mas

Certamente, tra le eminenze che è riuscito a far apprezzare al grande pubblico nel continente c’è Robert Wilson, – ai nostri lettori meno afferrati in materia, è un visionario al pari del Lynch dei primordi, od ancora del Von Trier di Dogville – Come è nato questo sodalizio?

Parliamo dell’altro secolo ! L’ho incontrato la prima volta nel 1976 quando ha fatto una serie di performance in Italia per raccogliere i soldi per finanziare la creazione della sua opera « Einstein on the beach » con la musica di Philip Glass. Non a caso trovava più spazio nelle gallerie d’arte che nei teatri. E quel primo incontro si realizzò nella sala storica del CRT che altro non era se non un salone vuoto e anonimo della periferia milanese, coraggiosamente trasformato in luogo di sperimentazione teatrale. L’opera fu presentata alla Biennale di Venezia dello stesso anno e fu uno shock straordinario. Cinque ore di immagini, musica e danza con la partecipazione di una straordinaria Lucinda Childs.

Sempre restando in tema, il 13 aprile scorso Wilson ha omaggiato Samuel Beckett (premio Nobel per la letteratura) con immagini scattate in varie location, tra cui Locarno. Possiamo già anticipare qualcosa sui rumors relativi al nuovo progetto che potrebbe toccare le nostre località?

L’incontro tra Robert Wilson con l’opera di Samuel Beckett è stata una naturale convergenza tra due artisti votati alla poliedricità : Beckett romaziere, drammaturgo, poeta, autore anche di un « film » ! Wilson artista visivo, designer, regista, poeta della luce ! L’incontro di Wilson con Beckett ha prodotto tre spettacoli memorabili : « Giorni felici » con Adriana Asti al Festival di Spoleto, « Finale di partita » con Jurgen Holtz al Berliner Ensemble e « L’ultimo nastro d Krapp » in cui Wilson è interprete oltre che regista. Quest’ultimo spettacolo è una sorta di installazione multimediale che apre la strada all’altro incontro multimediale Wilson|Beckett ipirato a « Giorni felici » con l’interpretazione di Winona Ryder : uno dei famosi videoritratti che il pubblico svizzero ha avuto occasione di vedere in una straordinaria installazione alla Galleria Il Rivellino dei fratelli Sciolli ! Il Rivellino è uno di quei luoghi che – per dirla con le parole di Walter Benjamin – hanno un’aura senza eguali. Il desiderio è di tornare in quel luogo per fa rivivere un altro incontro tra questi due giganti.

Con i fratelli Sciolli e Peter Greenaway

Saranno coinvolti attrici ed attori sia locali che internazionali?

In uno spazio come il Rivellino e nei tempi del coronavirus non si può immaginare di avere decine di attori e centinaia di spettatori ! In realtà aspiriamo ad avere centinaia di migliaia di spettatori! L’idea è quella di dare vita a un evento che possa vivere in loop – quindi ripetuto più volte al giorno per molti giorni – e contemporaneamente live su molte piattaforme multimediali accessibili da tutta la Svizzera e magari da tutto il mondo. Certamente vogliamo coinvolgere anche attori svizzeri. Ci stiamo lavorando.

Crede che Locarno, con il suo Rivellino, il PalaCinema, la Ticino Film Commission e tutte le iniziative orbitanti attorno al Festival di Locarno potranno assumere un ruolo sempre più importante per il teatro od il cinema, oltre che per le varie esposizioni puntualmente tenute in spazi come la già citata galleria, il Visconteo, per citarne alcuni tra i vari?

Mi sembra la giusta direzione di lavoro. Nell’ambito culturale – come in ogni ambito – la sinergia di sistema è l’unica risposta possibile. Non è più immaginabile una attività culturale con una netta separazione tra i diversi linguaggi così come ci siamo abituati a vivere nel XX secolo. In realtà già il Bauhaus e le avanguardie del novecento hanno iniziato ad abbattere questi steccati. Oggi viviamo già in un mondo in cui teatro, cinema, musica e arti visive non hanno più confini separati. Sto pensando – ad esempio – anche al lavoro teatrale di Milo Rau, il regista svizzero della nuova generazione che adotta il « cinema in diretta » come componente costante del suo fare teatro.

In primo piano Bob Wilson e Patrizia Pesenti

Vede un futuro comune tra il teatro d’avanguardia ed i nuovi media ? Sarà possibile portare stabilmente la magia del teatro nelle smartbox collegate ai nostri televisori, oppure il teatro necessita qualcosa di più?

Questa è una questione che riguarda lo sbandamento degli artisti in questi giorni difficili di lockdown. C’è una ubriacatura collettiva, direi una intossicazione quasi, di teatro in internet. In realtà nessuno spettacolo in video potrà mai sostituire lo spettacolo dal vivo, che sia teatro, musica, danza. Questo è il virus di internet che si diffonde come il coronavirus, ma sarà neutralizzato molto presto quando gli artisti si accorgeranno che nessuno vede gli spettacoli in internet e che la loro diffusione sul web è solo una operazione narcisistica. Siamo esseri umani che respirano ossigeno finché sono in vita, e lo smartbox di cui lei parla mi appare come la macchina per respirare in terapia intensiva di cui tanto si parla in questi giorni. Ma chi è cosi folle da immaginare che questo è il progetto creativo per il nostro futuro?