Il coronavirus ha infettato anche la libertà d’informazione? – I verdi del Ticino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

NOTA. Sulla “libertà” d’informazione (sul brainwashing, sul politicamente corretto, sulla RSI, ecc.) anche la Destra avrebbe qualcosina da dire.

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INTERROGAZIONE

L’emergenza Coronavirus ha portato il Governo – che da due mesi lavora senza il parlamento – a mettere sotto pressione interi settori della società civile, tra questi anche la stampa.

Secondo una ricerca condotta dall’associazione professionale di giornalisti Impressum, durante l’emergenza in corso in Svizzera, su 130 giornalisti e fotografi circa ⅓ ha avuto gravi difficoltà per raccogliere la documentazione necessaria e indispensabile per lavorare . Va sottolineato che l’inchiesta di Impressum ha probabilmente fatto astrazione dei giornalisti ticinesi i quali, tutti verosimilmente, hanno subito pesanti restrizioni della loro libertà di operare. Se ne è parlato lo scorso 27 aprile nella trasmissione radiofonica Millevoci durante una puntata intitolata “Infodemia, infocrazia,… informazione pubblica nell’emergenza sanitaria” .

Dopo la visita, lo scorso 19 marzo, di Alain Berset in Ticino, è entrata in vigore una sorta di legge marziale; i giornalisti sono spariti dalla sala del Gran Consiglio e obbligati a mandare le domande prima della conferenza stampa del Governo. “Inviare le domande prima della conferenza stampa significa fare un po’ la figura dell’idiota. Non so di cosa si parla e faccio domande di stampo generale”, ha detto il direttore del dipartimento dell’informazione della RSI Reto Ceschi. Ben altra la politica informativa scelta da Berna, dove i giornalisti erano presenti, potevano fare domande e chiedere precisazioni, se le risposte non erano chiare. E’ così che dovrebbe funzionare una conferenza stampa, servendo all’informazione della popolazione per il mezzo dei rappresentanti dei media (la sala del Gran Consiglio permette tranquillamente di rispettare delle distanze sociali). Con il parlamento in pausa forzata e la sospensione del normale confronto politico, il ruolo della stampa, come interfaccia tra lo Stato e i cittadini, diventa fondamentale.

Le conferenze stampa del Consiglio di Stato – “simulacri di conferenze stampa che erano uno spettacolo pietoso”, le ha definite Fabio Pontiggia, direttore CdT – senza giornalisti, hanno dato una pessima immagine di sé. È stata impedita la possibilità di interloquire o di chiedere spiegazioni sugli aggiornamenti forniti, precludendo ai cittadini di poter beneficiare di un’ informazione trasparente, e questo per settimane. Ci è voluto l’intervento dell’Associazione Ticinese dei Giornalisti (ATG) per far riammettere i rappresentanti dei media alle conferenze stampa del Governo. Malgrado ciò sembra che alcune difficoltà permangano. Durante la citata puntata di Millevoci, al microfono di Nicola Colotti, Matteo Caratti, direttore de La Regione, parlando del medico cantonale e di eventuali errori nelle case per anziani, ha detto di essersi trovato davanti a un muro di gomma.

I tre direttori hanno inoltre sottolineato più volte di essere ricorsi “a mezzi interni” per ottenere le informazioni necessarie ad informare il cittadino. E’ evidente che obbligando i giornalisti a lavorare in questo modo – negando loro le informazioni necessarie ad informare la popolazione e obbligandoli a ricorrere “ai mezzi interni” – la cellula di crisi ha perso la possibilità di fornire informazioni univoche e ufficiali, aprendo così la strada alle speculazioni giornalistiche. Anche il vicedirettore del Caffè, Libero D’Agostino, in un articolo del 5 aprile scorso, denunciava che “Informare ai tempi del coronavirus in Ticino è diventata una corsa ad ostacoli che limita, di fatto, la libertà di stampa” .

Il parlamento non si riunisce da mesi e il CdS non permette ai giornalisti di lavorare correttamente. In uno Stato che si pretende democratico, seppure toccato dalla crisi in maniera particolarmente grave, questo modo di operare non ha posto. Tra i 26 esecutivi cantonali, il Ticino è l’unico che ha adottato una via comunicativa tanto drastica.

Chiediamo pertanto al Consiglio di Stato:

1. Corrisponde al vero che il CdS ha risolto che “tutte le comunicazioni all’opinione pubblica devono essere condivise e coordinate preventivamente con lo Stato maggiore cantonale di condotta” ? In caso affermativo, come mai tale risoluzione non è pubblicata sulla pagina dedicata agli atti normativi e decisioni concernenti l’emergenza epidemiologica COVID-19 del Cantone ?
2. Non ritiene tale decisione rappresenti una prescrizione per la libera informazione?
3. Per quale motivo il CdS ha deciso di limitare, di fatto, non ammettendo i giornalisti nelle proprie conferenze stampa, la libertà stampa attraverso una comunicazione unilaterale che non concede repliche o approfondimenti?
4. Sulla proposta di chi è avvenuta questa decisione?

I granconsiglieri

Nicola Schoenenberger
Samantha Bourgoin
Marco Noi
Claudia Crivelli Barella
Cristina Gardenghi
Andrea Stephani