80 anni fa iniziava la “battaglia di Francia” (e in 35 giorni la Wehrmacht arrivò a Parigi)

di Paolo Camillo Minotti

75 anni fa, il 9 maggio 1945, terminava ufficialmente la seconda guerra mondiale in Europa, con la firma della resa delle truppe naziste nelle mani degli Alleati anglo-americani e dei sovietici.

Esattamente 5 anni prima, il 9 maggio 1940, si era invece alla vigilia dell’inizio dell’attacco tedesco contro la Francia, che iniziò l’indomani prima dell’alba; naturalmente i dirigenti politici e militari francesi questo non lo sapevano. Lo si temeva, lo si riteneva probabile prima dell’estate in base alla millenaria storia che aveva visto le campagne di guerra prendere inizio di solito in primavera, ma in fondo non pare che ci se ne preoccupasse più di quel tanto. Cosa fece quel giorno il generalissimo Gamelin, comandante supremo dell’esercito francese? E come passò la giornata il Governo? Ce lo descrive nei dettagli lo storico Henri Amouroux nel suo libro Le peuple du désastre, 1939-1940 (I Vol. dell’opera “La grande histoire des Français sous l’Occupation” – Editions Laffont)  

Una destituzione…. rinviata di una decina di giorni

Il generale Maurice Gamelin – Wiki commons (Agenzia Meurisse)

Gamelin era nervoso, ma non perché avesse ricevuto dispacci allarmanti e temesse un imminente attacco nemico, ma perché era in attesa di quel che il Governo avrebbe deliberato nella riunione convocata in tarda mattinata; attendeva con ansia che i suoi amici a Parigi lo informassero tempestivamente per telefono. All’ordine del giorno di quel Consiglio dei ministri vi era un solo argomento: la destituzione di Gamelin. Il presidente del Consiglio Paul Reynaud lo voleva assolutamente silurare ritenendolo inadeguato. A tal fine aveva fatto preparare dai suoi collaboratori un dossier voluminoso e dettagliato, con tutta una serie di “pièces d’accusation” documentate da prove e testimonianze. Reynaud parlò per due ore difilato, certi testimoni dicono due ore e un quarto, dopodiché aprì la discussione; il primo e l’unico a intervenire fu il ministro della guerra Edouard Daladier (colui che aveva firmato l’Accordo di Monaco di smembramento della Cecoslovacchia) che parlò solo 10 minuti ma si oppose nettamente alla proposta del presidente del Consiglio: “Gamelin ha la mia fiducia e ha sempre dimostrato di meritarla” disse tra l’altro. Allora il presidente del Consiglio replicò: “Se le cose stanno così, considero il Governo dimissionario; stasera mi recherò dal presidente della Repubblica per annunciargli le dimissioni e domani si saprà chi farà ancora parte del consiglio dei ministri e chi lo presiederà”. Era un modo per dire a Daladier: “l’alternativa è tra me e lei”. Reynaud contava sulla fiducia dei presidenti delle due Camere: Herriot et Jeanneney, che sostenevano la sua politica e che appena un mese e mezzo prima erano stati decisivi per issarlo alla presidenza del Consiglio in sostituzione proprio di Daladier.

Poco dopo la metà di marzo del 1940, infatti, Daladier fu in pratica sfiduciato sul modo di condurre (ma sarebbe meglio dire: di non condurre) la guerra: in un voto alla Camera la politica del governo  ottenne 235 voti, ma più di 300 furono gli astenuti. Gli si rimproverava l’inattività sul fronte di guerra, il fatto che non avesse mosso un dito per aiutare la Polonia nel settembre 1939 e per aiutare la Finlandia nell’inverno 1939-’40. A seguito dell’attacco nazista alla Polonia, la Francia e l’Inghilterra avevano sì dichiarato guerra alla Germania, ma la cosa era rimasta senza nessuna conseguenza militare: la Francia si guardò bene dall’attaccare la Germania sul fronte ovest per venire in aiuto agli alleati polacchi (l’esercito restò acquartierato in gran parte dietro la linea fortificata “Maginot”), mentre i tedeschi preferirono rimandare un attacco a ovest a quando avessero terminate le operazioni in Polonia. Verso la fine di novembre del 1939 Stalin, che in agosto aveva firmato con la Germania nazista un patto di non aggressione (di fatto un’alleanza con cui si spartivano i Paesi dell’Europa orientale) attaccò la Finlandia, che resistette coraggiosamente per più di 3 mesi infliggendo perdite notevoli all’Armata Rossa ma che infine fu costretta a chiedere l’armistizio a Mosca perché i bombardamenti aerei sovietici sulle città finlandesi rischiavano di distruggere completamente il Paese. Nei Paesi dell’Europa occidentale ma anche nell’Italia fascista, la stampa fu unanime nel solidarizzare con il fiero popolo finnico; era una solidarietà che si accompagnava a una condanna dell’URSS, il cui patto con Hitler dell’agosto 1939 era stato considerato un abietto voltafaccia. Anche in Francia vi fu un’ondata anticomunista, che fu cavalcata dal governo Daladier. Il PCF e il suo giornale “L’Humanité”, che a seguito del patto tedesco-sovietico avevano assunto una linea disfattista e equidistante tra la Francia e il suo nemico, furono messi fuorilegge. Il governo Daladier aveva deciso su pressione del parlamento l’invio di aiuti militari alla Finlandia (fucili, mitragliatrici, munizioni, qualche aereo, qualche carro armato); ma in marzo le commissioni parlamentari vennero a sapere che questi aiuti – già modesti – erano stati ulteriormente ridotti per decisione del generale Gamelin e soprattutto la loro consegna era stata ritardata, con vari pretesti burocratici, rendendoli in pratica inutili. Questo era solo uno dei rimproveri che venivano mossi a Daladier e che portarono alla sua sostituzione alla presidenza del Consiglio. Daladier era però rimasto nel governo Reynaud come ministro della guerra, perché era tuttora un politico molto influente e punto di riferimento di una corrente del partito radicale (partito che era sulla carta quello di maggioranza relativa alla Camera). Reynaud, che era il punto di riferimento – trasversalmente ai partiti – di coloro che volevano una politica più risoluta nei confronti della Germania e che avevano criticato l’Accordo di Monaco, era quindi riuscito solo a metà nel suo disegno: era diventato presidente del Consiglio ma non aveva potuto liberarsi subito di Gamelin, protetto da Daladier. Con la seduta del governo del 9 maggio egli credette di esserci finalmente riuscito; dopo la seduta del consiglio dei ministri conferì con Il presidente della Repubblica Lebrun, e l’indomani – così sperava – si sarebbe insediato un governo abilitato a licenziare il “generalissimo” (un governo, se del caso, senza Daladier). Già da qualche giorno Reynaud aveva fatto profferte a militari di grande prestigio, in servizio o pensionati (fra cui Pétain che però in un primo tempo rifiutò), affinché accettassero di entrare nel suo ministero.

Il 10 maggio anche in Gran Bretagna vi fu un rimpasto ministeriale: il fautore della “linea della fermezza” Winston Churchill prese in consegna il Nr. 10 di Downing Street dal più compromissorio Chamberlain (che aveva legato il suo nome allo sciagurato “Patto di Monaco”). A Londra l’avvicendamento andò in porto nonostante l’attacco tedesco, perché la cosa era stata decisa nei giorni precedenti (il 7 e 8 maggio vi era stato un lungo dibattito alla Camera dei Comuni in cui Chamberlain era stato sommerso di critiche anche dalla maggioranza dei suoi, e il 9 maggio aveva deciso di dimettersi lasciando via libera a Churchill). A Parigi invece il 10 maggio vi si soprassedette, per evidenti motivi di forza maggiore…..Infatti quel giorno iniziò l’attacco tedesco, e in tali condizioni apparve improponibile un dibattito all’Assemblea nazionale per insediare un nuovo governo.

Lo sconvolgente “blitzkrieg” della Wehrmacht

I tedeschi sferrarono un attacco contemporaneamente contro Olanda, Belgio e Lussemburgo (sul confine diretto franco-tedesco in Alsazia-Lorena, dove vi era la “linea Maginot”, non venne praticamente sparato un colpo). Come da accordi presi e piani preparati da tempo, una componente consistente dell’esercito francese assieme ai contingenti britannici si spostarono in Belgio e in Olanda per sostenere quei Paesi nella comune difesa anti-tedesca. Un’altra parte dell’esercito francese era stazionata sulla linea Maginot. Infine una terza componente, più  debole in effettivi e armamento, teneva il settore centrale del fronte – o potremmo dire: il “perno” tra i due settori citati -, grossomodo a Nord-est di Reims, sull’alta valle dell’ Aisne e  sulla Meuse, di fronte alla foresta delle Ardenne e al Lussemburgo. Fu in questo settore centrale che, nella settimana che seguì, vi fu lo sfondamento tedesco. Zone fatali, perché erano già state teatro di guerra nelle guerre precedenti (fu a Sedan, a una cinquantina di Km a nord-est di Reims, che nel 1870 si svolse la battaglia decisiva che sancì la vittoria prussiana; e sempre in questa zona vi fu nel 1914 lo sfondamento tedesco del fronte che poi fu arrestato sulla Marne).

Fu un’onda d’urto terribile, preceduta da un bombardamento aereo a tappeto delle linee francesi che provocò sin quasi da subito uno scompiglio e uno sbandamento di molte truppe; poi seguirono i “panzer” e la fanteria motorizzata. I francesi avevano per far fronte all’attacco un numero degli effettivi più ridotti (il grosso dell’esercito era impegnato in Belgio o immobilizzato sulla Maginot) e soprattutto peggio armati: disponevano di meno aerei e meno carri armati dei tedeschi (e oltretutto non impiegati in unità a sé stanti come le “Panzer-Divisionen” germaniche, utilizzabili in modo flessibile e autonomo, ma al contrario distribuiti “a spizzico” su tutto il fronte a sostegno delle altre truppe e in tal modo poco efficaci); e infine anche l’equipaggiamento della fanteria e dell’artiglieria era più antiquato ed era rimasto grossomodo al livello dell’ultima guerra. Mentre le truppe tedesche erano efficientemente motorizzate, quelle francesi lo erano solo in parte e con modalità di trasporto antiquate. In qualche caso i pezzi d’artiglieria mobili dovevano ancora  essere trainati dai cavalli e la fanteria andare a piedi, come ai tempi di Napoleone I.

Fortino della linea Maginot in Alsazia – Foto Wiki commons (John C. Watkins V)

I giorni decisivi dello sfondamento furono il 15, 16 e 17 maggio. Il 18 maggio i tedeschi fecero pausa per tirare il fiato e capire dov’erano arrivati e decidere come continuare. Più tardi si rimproverò al comando dell’esercito di non avere fatto nulla di rilevante in questi giorni fatidici, di non aver dato ordini precisi per tentare di riprendere in mano la situazione, di non aver spostato tempestivamente l’esercito che si trovava in Belgio o dietro la Maginot per sostenere il fronte centrale sotto attacco. Insomma di non avere dimostrato quella determinazione che talvolta permise nella storia ai grandi condottieri di raddrizzare le sorti di una battaglia. Ma Gamelin di certo non era un grande condottiero, era un burocrate militare di buona cultura e nulla più, con oltretutto una spiccata tendenza a scaricare sugli altri (sui sottoposti) le responsabilità. Interrogato più tardi (nel 1947) dalla commissione parlamentare di inchiesta, il generalissimo si difese dicendo che lui aveva elaborato il piano di guerra ma che toccava al suo sottoposto, il generale Georges, che aveva il comando effettivo delle operazioni, metterlo in pratica e – se del caso – adattarlo alle mutate circostanze! Ma a che cosa serviva allora un comandante supremo?

Il comando francese “fossilizzato”

C’è pure un secondo elemento che fece sorgere subito dei dubbi sull’adeguatezza del generale Gamelin. La Francia aveva avuto, con il periodo della “drôle de guerre” – come venne chiamata – cioè durante i mesi che scorsero dalla dichiarazione di guerra alla Germania il 2 settembre 1939 e l’inizio delle ostilità effettive il 10 maggio 1940, un certo lasso di tempo per eventualmente prepararsi meglio (diremo più avanti del recupero nella produzione bellica) in punto alla strategia e alla tattica da adottare. Tutti avevano visto come i tedeschi avevano condotto il “blitzkrieg” contro la Polonia, percui si poteva cercare se possibile di trarne qualche lezione. Invece, gli storici ci dicono che, a quanto consta, Gamelin non trasse nessuna lezione dalla guerra in Polonia, quasi che essa non riguardasse per nulla la Francia…Non venne fatto nessun adeguamento della condotta di guerra prevista, a seguito della campagna polacca…..Vi fu un immobilismo totale. Gamelin sembrava cullarsi da un lato nell’idea della insormontabilità della Maginot e dall’altro nell’impossibilità di essere sconfitti: la Francia era la vincitrice del 1918 e non poteva certo essere sbaragliata in qualche settimana come i polacchi – l’armata di Joffre e di Foch perbacco ! L’omaggio retorico e le citazioni di Joffre, di Pétain e soprattutto di Foch (di cui era stato collaboratore nel 1917-‘18) faceva parte dei pezzi forti di Gamelin. In questo senso egli era emblematico di una classe di alti ufficiali che viveva nel culto del passato e affrontava una guerra nuova e completamente diversa con la mentalità della guerra precedente.

L’accerchiamento degli anglo-francesi a Dunkerque

Dopo aver riuscito lo sfondamento nella zona centrale del fronte i tedeschi – seguendo la Somme – puntarono al mare, per impedire ogni collegamento tra le truppe anglo-francesi nel Belgio e il restante delle truppe francesi stazionate nelle retrovie e dietro la Maginot. Il 25 maggio raggiunsero la Manica, così che le truppe anglo-francesi del nord erano ormai accerchiate a Dunkerque e in una fascia costiera circostante di territorio franco-belga. A partire dal 26 maggio e fino alla notte tra il 3 e 4 giugno, 342’610 soldati (di cui 124’000 francesi) furono reimbarcati verso l’Inghilterra.

Il 25 maggio Pétain fu cooptato nel governo come vicepresidente del Consiglio e il generale Gamelin fu sostituito dal generale Weygand, richiamato dal suo comando in Siria dove era a capo delle truppe francesi nel Medio Oriente. Ma la situazione era grave, la parte migliore degli eserciti alleati era stata battuta e momentaneamente costretta a uscire dalla battaglia. Restava un esercito indebolito, in parte sbandato, per difendere Parigi e la Francia. Si tentò di contenere i’avanzata dei tedeschi sulla Marne, poi sulla Senna, ma la situazione era disperata. Reynaud, Pétain e Daladier invocarono rinforzi da Churchill; lo supplicarono in due incontri concitati a Parigi di mettere in campo tutte le forze aeree britanniche per impedire il crollo della Francia. Ma la drammatica realtà era che la Gran Bretagna non aveva truppe di rinforzo pronte all’impiego, c’erano parecchi reggimenti in addestramento ma mancavano terribilmente di armamento; Londra aspettava dei convogli di soldati dall’Australia e da altri Dominions dell’Impero, ma non erano disponibili subito.  E per quanto riguarda l’aviazione, il governo e lo Stato Maggiore britannici esitavano a buttarla tutta nella battaglia di Francia, perché temevano che poi sarebbe mancata per difendere le Isole britanniche da un attacco della Luftwaffe. Stando così le cose, nel Governo francese cominciò a farsi strada la tesi che si dovesse chiedere l’armistizio; Reynaud e una maggioranza dei ministri però non voleva; e postulavano che il Governo dovesse semmai trasferirsi a Londra o nell’Algeria francese e di là continuare la guerra contro la Germania.

La débâcle finale

La situazione però non cessava di peggiorare, togliendo al Governo il tempo e il modo di prendere eventualmente tale decisione, che avrebbe forse potuto venire implementata se vi fosse già stato un piano di emergenza preparato in precedenza (“un piano B” come si suol dire), ciò che però non era il caso. Il 10 giugno, quando la battaglia di Francia era ormai quasi stata vinta dai tedeschi, vi fu tra l’altro la “pugnalata alla schiena” di Mussolini, che dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Il 14 giugno i tedeschi entrarono a Parigi, che era stata lasciata nei giorni precedenti dal Governo; il 25 giugno arrivarono a Bordeaux e pochi giorni dopo completarono l’occupazione della costa atlantica francese arrivando al confine spagnolo. Il Governo francese si trasferì dapprima a Tours, poi a Bordeaux, infine a Vichy, una cittadina termale del centro della Francia. Il 16 giugno in serata, apparendo ai più che l’armistizio fosse ormai inevitabile, Reynaud lasciò la presidenza del Consiglio a Pétain, ritenendolo la personalità più indicata – come militare e eroe della prima guerra mondiale – per chiedere un armistizio onorevole (questa almeno era la speranza) al Governo tedesco. Il 17 il Governo Pétain chiese ufficialmente l’armistizio ai tedeschi, per l’intermediario dell’ambasciatore di Spagna. Il 25 giugno l’armistizio entrò in vigore.

I responsabili più diretti della sconfitta

Subito dopo la firma dell’armistizio divampò in Francia la discussione sulle responsabilità (sui responsabili) della sconfitta, che poi continuò anche in sede di studi storici nei decenni successivi. (Nel dopoguerra invece il mondo politico e l’opinione pubblica in maggioranza  glissò su questi fatti, in primo luogo perché i molti politici dell’anteguerra ancora attivi non avevano interesse a discutere su un dramma in cui avevano molte responsabilità; in secondo luogo perché i drammi recenti scacciano dalla memoria della gente quelli di qualche anno prima, percui  nel 1945 l’indignazione popolare non era più focalizzata contro i responsabili della sconfitta del 1940, ma piuttosto contro i responsabili della  collaborazione con l’occupante nazista che aveva usato metodi odiosi riducendo viepiù il governo di Vichy a una marionetta della volontà tedesca).

I giudizi negativi  su Gamelin citati sopra non devono indurre a fare di lui (e del Comando militare francese in generale) l’unico responsabile; sarebbe riduttivo e forse anche ingiusto. Supponendo che ci fosse stato al posto di Gamelin un generale  più intrepido e carismatico – uno di quei generali capaci non solo di elaborare dei piani ma anche solleciti a sorvegliarne la messa in pratica e soprattutto capaci di trascinare le loro truppe – ci si può chiedere ugualmente se e per quanto tempo (e con quali perdite umane) la Francia avrebbe potuto resistere. Raymond Aron, il grande sociologo e giornalista che fu tra coloro che aderirono alla “France libre” del generale De Gaulle, affermò in un’intervista alla Tv romanda negli ultimi anni prima della morte (verso l’inizio degli anni 1980) che – citiamo a memoria – “paradossalmente forse fu meglio che sia andata così, cioè con una sconfitta veloce grazie al “blitzkrieg” tedesco, perché se l’esercito francese avesse resistito più tenacemente ciò avrebbe significato il dissanguamento totale della Francia e il suicidio demografico della nazione”.  Insomma: la Francia da sola non poteva tenere testa, già solo in base ai numeri di popolazione  e soldati, a una forza tedesca soverchiante; la guerra avrebbe potuto essere vinta solo con l’intervento americano, come difatti poi avvenne.

Più o meno alla stessa conclusione giunge anche Henri Amouroux, che pure fa una disamina impietosa sia degli errori del generale Gamelin che di quelli della classe politica negli anni precedenti la guerra. Amouroux analizza diffusamente soprattutto le responsabilità della politica nell’impreparazione militare dell’esercito, in specie a partire dal 1936. Nei due anni di governo della coalizione di “Fronte popolare” (radicali, socialisti e comunisti) dal 1936 al 1938 la produzione industriale bellica subì un tracollo. Proprio negli anni in cui Hitler stava spingendo il riarmo tedesco a spron battuto, la produzione francese di carri armati, di aerei da guerra, eccetera arretrò. È sì vero, come affermava Daladier citato da Amouroux, che a partire dal marzo 1938 il governo Daladier fece riprendere la produzione bellica, in qualche caso arrivando anche a raddoppiare la produzione in certi settori. Però si raddoppiava partendo da una posizione di ormai forte (e non più recuperabile) inferiorità.

Le responsabilità della politica degli anni precedenti

Altri storici (come il francese Durozelle o lo svizzero Walther Hofer) si sono occupati invece soprattutto degli errori nella politica estera francese (e britannica) negli anni ’30, in special modo della eccessiva arrendevolezza dei governi di Parigi e Londra nei confronti dei primi segnali di aggressività del regime hitleriano (crisi renana del 1936, annessione dell’Austria al Reich del marzo 1938, crisi dei Sudeti e smembramento della Cecoslovacchia del settembre 1938). In tutti questi tre casi le potenze occidentali, assumendo una posizione di incomprensibile arrendevolezza nei confronti del Führer, persero prestigio e credibilità (e anche alleati) e quindi contribuirono a rafforzare il prestigio e la forza della Germania nazista  e in definitiva posero le basi della sconfitta del 1940.

Oltre a queste responsabilità e a questi errori dei Governi degli anni immediatamente precedenti la II guerra mondiale – che hanno più direttamente influenzato gli eventi – vi sono poi le cause più lontane e che le hanno indirettamente provocate o perlomeno ne hanno posto per così dire le premesse di partenza. E allora se si vuole capire quanto successo nel 1940 (e poi nel 1945 con la decadenza dei paesi europei e con il mondo bipolare USA-URSS) si deve analizzare tutta la storia del periodo tra le due guerre mondiali, gli errori commessi a Versailles e in definitiva l’errore primigenio – il padre di tutti gli errori e di tutti gli orrori del Novecento – che fu nel 1914 il lasciar scoppiare la prima guerra mondiale, il permettere cioè che una piccola bega balcanica si trasformasse in un macello di dimensione continentale che sconvolse le società, l’economia e la politica della maggior parte dei Paesi belligeranti (sia vinti che vincitori).

Ma su tutte queste cause dirette e indirette, vicine e più addietro nel tempo, della II guerra mondiale, della sconfitta della Francia dapprima e poi della progressiva decadenza del ruolo dei Paesi europei nella politica mondiale, vorremmo tornare a parlare, se il professor De Maria avrà l’amabilità di ospitarci in questo suo simpatico portale online.

* * *

Per simili pezzi di alta qualità e grande interesse storico ci sarà sempre posto sul “simpatico” portale! Saremo poi simpatici a tutti?