L’artista e il suo dottore – “Jean Corty, gli anni di Mendrisio” – La mostra si è aperta oggi alla Züst

Jean Corty (1907-1946): gli anni di Mendrisio
Opere dalla collezione del dottor Olindo Bernasconi

Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate
Date: 12 maggio – 11 ottobre 2020

A cura di Mariangela Agliati Ruggia, Paolo Blendinger, Alessandra Brambilla e Giulio Foletti
Catalogo: Armando Dadò Editore

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Abbiamo partecipato alla conferenza stampa, in una mattinata piovosa. Abbiamo indossato la mascherina e abbiamo osservato le distanze sociali. In questi tempi grami di Pandemia abbiamo sofferto (come tutti) e dunque salutiamo con gioia il ritorno dell’Arte, delle mostre e degli eventi!

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La coppia (1939)

L’esposizione è dedicata a Jean Corty, uno dei più apprezzati pittori svizzeri. La sua parabola artistica, consumatasi nell’arco di soli vent’anni, rivela la fascinazione per l’Espressionismo nordico subita durante gli anni della formazione a Bruxelles.

Il padre Francesco Corti era emigrato, come tanti ticinesi, spostandosi da Agno a Cernier (Canton Neuchâtel) per lavorare nelle cave; qui si era sposato e aveva dato vita a una dozzina di figli, tra cui il nostro Jean-Baptiste (che solo a partire dal 1940 modifica la finale del cognome trasformandolo in Corty). Quando si presentano non meglio precisati disturbi nervosi, l’artista viene trasferito nel Cantone di origine.

In mostra sono presentate unicamente le numerose opere – paesaggi e figure – da lui dipinte durante i ricoveri presso quello che all’epoca era denominato Manicomio di Mendrisio, dal 23 agosto 1933 al 4 maggio 1934 e di nuovo dal 23 agosto 1937 al 2 agosto 1941, e donate dal pittore stesso al suo dottore Olindo Bernasconi (1892-1941), i cui discendenti le conservano ancora. La provenienza certa fa sì che la collezione apporti un contributo importante all’annosa questione attributiva tutt’ora aperta fungendo da sicura pietra di paragone per le opere sul mercato.

A Mendrisio (Casvegno) il nostro dipinge e disegna con continuità, grazie all’interessamento del dottor Bernasconi che, credendo fermamente nei benefici che il lavoro e l’arte potevano apportare ai malati, gli assegna anche uno spazio per stabilire il proprio atelier.

Corty, noto ai contemporanei per la vita bohemiénne, condotta tra povertà ed eccessi, ci lascia una pittura densamente autobiografica. Non sorprende quindi riconoscere in molte delle opere realizzate a Mendrisio scorci dei dintorni, dal momento che gli era consentito non solo di muoversi liberamente all’interno del grande parco della struttura, ma anche di recarsi nei paraggi, spesso accompagnato dall’amico pittore Libero Monetti. Sfilano così vie e monumenti del centro del Magnifico Borgo, ma anche della campagna e di vari paesi limitrofi. Spesso si tratta di istantanee di vita che fissano la quotidianità dell’istituto e dei suoi abitanti ma non solo: le attività, i momenti di svago e riposo, davanti a un bicchiere di vino, giocando alle carte o fumando la pipa. Lecito supporre che i lavoratori nei campi siano proprio i ricoverati che si applicavano alle attività di ergoterapia.

Ritratto maschile

Il dottor Olindo Bernasconi è stato una figura di riferimento non solo per il giovane pittore. Personaggio poliedrico, è stato politico e filantropo; dotato di vasta cultura, scrive racconti, tiene conferenze mediche in tutti i distretti del Cantone e cura una rubrica di medicina a cadenza regolare per la Radio della Svizzera italiana. Precocemente scomparso a soli 48 anni nel 1941, instaura con il suo oggi illustre paziente, ma allora sconosciuto, un rapporto intenso, nella convinzione che attraverso il lavoro artistico Corty avrebbe potuto alleviare e in parte curare le sue turbe mentali. Al pittore commissiona anche le vignette che illustrano il giornale di Carnevale del Magnifico Borgo.

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L’Istituto psichiatrico di Mendrisio

Prima dell’apertura nel 1898 del Manicomio cantonale, nel Ticino non esistevano strutture preposte al trattamento degli infermi di mente, che dovevano quindi subire l’ulteriore disagio di doversi recare lontano da casa per ricevere cure adeguate. Erano stati così stipulati accordi con vari istituti del Nord Italia: Milano, Torino e soprattutto Como, dove centinaia di malati ticinesi vengono ricoverati al San Martino.

Villaggio del Mendrisiotto

Dopo decenni di dibattiti ed incertezze, il lascito da parte di Agostino Maspoli della masseria di Casvegno, con i terreni annessi, all’Ospedale della Beata Vergine di Mendrisio consente, nel 1870, di dare una svolta decisiva al progetto.
Una Commissione è incaricata così di visitare e studiare gli istituti più all’avanguardia presenti in Italia (Reggio Emilia, Imola), giungendo infine alla decisione di adottare la struttura a villaggio per il Manicomio di Mendrisio, espressione delle tendenze in quel momento più moderne. La scelta del sito, in campagna, dà ai ricoverati la possibilità di godere di un ambiente vicino alla natura, rilassante e rigenerante; i vari padiglioni consentono una suddivisione dei malati a seconda delle diverse patologie; i metodi no-restraint, abbracciati a Mendrisio da Paolo Amaldi (1865-1956), direttore dal 1898 al 1906, si basano sulla rinuncia alla coercizione.

La scoperta degli psicofarmaci, negli anni Cinquanta, rappresenta una rivoluzione: essi forniscono un nuovo efficace mezzo per affrontare la malattia, ponendo tuttavia anche una serie inedita di problematiche non essendo privi di effetti collaterali e controindicazioni. Prima di questo momento era diffuso l’utilizzo di terapie a base di bagni prolungati, ma anche di trattamenti al limite della tortura. Negli anni Trenta vengono introdotti l’insulinoterapia e l’elettroshock. A Mendrisio, come in tutti gli istituti più all’avanguardia dell’epoca, accanto a queste cure ha grande spazio la terapia occupazionale. L’ergoterapia tiene vive le attitudini sociali, il contatto con la realtà, dà ai pazienti la possibilità di sentirsi parte attiva di una comunità e, non da ultimo, permette di migliorare le possibilità di un reinserimento nella vita quotidiana dopo le dimissioni.

L’attesa (1934)

Gran parte delle attività sono di tipo agricolo, ma presto vengono anche istituiti laboratori di altro genere (falegnameria, fabbricazione di tappeti di cuoio, produzione di gazzose, solo per fare degli esempi). Un’altissima percentuale di ricoverati lavora a Mendrisio e il Manicomio diventa così praticamente autosufficiente, producendo eccedenze che vengono vendute, con ricadute positive anche sui dintorni dal momento che offre posti di lavoro agli abitanti del circondario. Si batte addirittura moneta: i “marchitt”, soldi in alluminio validi solo all’interno dell’Istituto.

A coloro che presentavano attitudini artistiche era consentito di coltivarle, decorando anche i padiglioni. A questo proposito occorre tuttavia distinguere nettamente tra l’attività creativa praticata da degenti, con funzioni di arteterapia – e che portano al concetto di Art Brut, prodotta spontaneamente da autodidatti privi di qualunque formazione –, e quella condotta da ricoverati che sono invece prima di tutto artisti, come nel caso di Jean Corty, che svolge la propria formazione in Accademia ed esprime riferimenti colti nei propri lavori.

12 maggio – 11 ottobre 2020 Chiuso il lunedì. Festivi aperto
Maggio, giugno, settembre, ottobre: 9-12 / 14-17 Luglio – agosto: 14-18