Alla fine ciò che conta sono i soldi – di Vittorio Volpi

È una cosa ovvia, non la più complessa “banalità del male”. Alla fine sono i soldi che dettano legge.

Le ultime decisioni di Pechino riguardo la provincia autonoma di Hong Kong (l’illusione di un paese, due sistemi) di applicare le leggi sulla sicurezza della Cina ci ha fatto gridare alla scorrettezza di Pechino (quali due sistemi??!!) per l’invasione di campo alle libertà fondamentali di cui ha goduto nella parte finale della colonizzazione britannica ad Hong Kong e che ora vede scomparire.

Tutto bene, ma c’è qualcosa di più che alla fine orienterà il suo destino: l’economia, i soldi, i profitti che la presenza finanziaria e commerciale di grandi colossi internazionali producono in questo speciale centro finanziario globale.

Fa rumore in questi giorni il comportamento di due grandi istituzioni finanziare globali come la Hong Kong and Shanghai Banking Corp. (HSBC) e Standard Chartered Bank. Entrambe le banche hanno fatto sapere che sono favorevoli al giro di vite in merito alla nuova legge sulla sicurezza che Pechino intende applicare.

Il top executive della HSBC ha firmato una petizione in supporto a Pechino, in palese contraddizione con un’attenta neutralità che la banca ha mantenuto nell’ultimo secolo. Purtroppo il business di queste due banche non dà loro scampo. Pechino lo sa e può esercitare tutte le pressioni che vuole perché tiene il toro per le corna.

Vediamo perché, focalizzandoci sulla HSBC: la banca fu fondata da un mercante nel 1865. La sua sede era ad Hong Kong e perciò era fortemente privilegiata avendo il controllo sulla più rilevante “porta della Cina”. Mi ricordo di aver incontrato ad Hong Kong nel 1974 uno dei suoi maggiori dirigenti, Sandberg. Assolutamente un’autorità per la conoscenza dei rapporti con la Cina.

Da allora la banca, seguendo le necessità dei tempi ha portato la sua sede a Londra, sempre mantenendo una posizione maggioritaria del suo business ad HK ed in Cina.

Al momento ha attività per 2.7 trilioni di dollari, 235 mila dipendenti ed opera in 64 paesi. Un colosso, ma purtroppo con i piedi d’argilla perché la metà dei suoi ricavi è ad HK ed il 17% in Cina.

Immaginabile che cosa succederebbe alla banca se le venisse a mancare oltre il 60% dei dollari che incassa (altrettanto dicasi per la Stanchart) grazie a Pechino.

Logico nell’ottica del business, ma per molti aspetti, un argomentò altrettanto delicato. Le pressioni nei confronti del management sono parecchie. In primis deve fare attenzione ad essere “politically correct” con il gigante cinese. Dovrà convivere con la sicurezza cinese ad HK, inclusi i servizi segreti che potranno ivi insediarsi. Poi la pressione di Londra che non è felice di vedere un suo suddito prendere le difese di Pechino in un momento di particolare tensione tra Londra e Pechino e questo per svariati motivi, come il Coronavirus, la disputa 5G, il mancato rispetto degli accordi sul ritorno di HK alla Cina, ovvero i 50 anni di statuto speciale con il rispetto delle regole democratiche.

Last but not least, le due banche hanno migliaia di dipendenti che saranno assolutamente contrari “all’appeasement” nei confronti di Pechino e che avranno paura quando vorranno dimostrare di essere licenziati. Per questo si dice che il morale nelle due banche sia basso e non hanno una via di uscita. Pechino è molto nervosa sulla questione di Hong Kong. Una eventuale perdita di controllo della provincia autonoma avrebbe, oltre a grosse perdite economiche, anche possibili ripercussioni su altre eventuali contenziosi (uiguri, tibetani e la rivendicazione di Taiwan).

No, Hong Kong non è trattabile e per chi ci opera e fa lauti profitti vale la regola “ o con noi o fuori dal paese”. Le banche straniere non hanno quindi scelta.

Ne consegue la storia eterna del nostro mondo, l’economia “comes first” ed è prevalente su tutto.

Sebbene spiacevole e sgradevole è comunque l’inevitabilità del peso dell’economia su quei valori che molti di noi  vorrebbero  invece, forse utopisticamente, veder trionfare.

Vittorio Volpi