Affogare nel mare dei debiti – di Tito Tettamanti

L’Avvocato si muove a suo agio tra miliardi, dividendi e tassi, questo è il suo pane. Chi lo legge vede subito che sue idee sulla finanza sono solide e tradizionali; egli concede poco spazio a quella cosa che viene chiamata “finanza creativa”.

Ma i politici, i governanti della terra grandi e piccoli… troppo spesso non la pensano come lui!

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La pandemia sviluppatasi (COVID-19) è stata sicuramente all’origine, con la chiusura di interi comparti della produzione e dei servizi, di difficoltà economiche e comporterà tra l’altro un pesante aumento dei debiti nei diversi Paesi. In Europa si parla di 2.000 miliardi di euro. Non deve però venir usata quale pretesto per dimenticare la situazione precedente, nascondendo una realtà pregressa basata sul debito già estremamente fragile e che prima o poi avrebbe potuto portare ad una crisi. Alla fine del 2019 il totale dei debiti del mondo viene stimato in 253 mila miliardi di dollari. Cifra che lascia esterrefatti ma che assume maggior significato se consideriamo che rappresenta il 320% del Prodotto interno lordo (PIL).

foto Ticinolive

Non sono da criticare in linea di principio gli interventi finanziari statali volti a contenere le conseguenze economiche negative del virus (in particolare derivate dalla sospensione obbligatoria di attività – lockdown). L’immissione di liquidità permette di evitare danni peggiori, addirittura la distruzione di realtà produttive (fallimenti) difficili da ricostruire. Purtroppo politici, governi, banche centrali, molto pronti ad indebitarsi per interventi in reazione ad una crisi, superato il pericolo dimenticano che i debiti andrebbero rimborsati. Gli Stati ne approfittano e il debito pubblico aumenta costantemente. Carmen Reinhart, oggi economista della Banca mondiale, nei suoi studi fissa al 90% del PIL il tasso di indebitamento che non si dovrebbe superare. Giappone (237,69%), USA (106,22%), Italia (133,15%), Francia (99,31%), Belgio (101%) e Spagna (96,41%) ad esempio sono ben al di là di tali limiti.

La politica di eccessiva propensione al debito ha conseguenze estremamente negative per lo sviluppo economico. Già le legislazioni fiscali invitano ad indebitarsi. Gli interessi pagati ai creditori vengono dedotti dall’utile e ciò avvantaggia il ricorso al debito rispetto ai mezzi propri il cui reddito è sottoposto all’imposta.

L’uso smodato del debito pubblico permette agli Stati di continuamente rimandare le misure strutturali atte a riequilibrare la situazione. Peggio ancora, aggrava le future generazioni di oneri insostenibili e mette in pericolo i sistemi previdenziali. Parimenti pericolosa la spinta all’indebitamento impressa dalla politica del tasso zero o negativo delle banche centrali. Penalizza nell’ordine di miliardi i risparmiatori, inclusi enti previdenziali. È un modo perfido di tassare questa categoria, si confiscano direttamente i possibili redditi evitando di ricorrere alle imposte che dovrebbero venir approvate (difficilmente) con l’iter democratico.

Infine è un invito a una scorretta allocazione del capitale. Soldi a tassi artificialmente bassi contribuiscono a mantenere in vita ditte decotte con la scusa talvolta di salvare posti di lavoro. Si mantengono dei posti nei quali i lavoratori non hanno avvenire invece di aiutarli a riciclarsi in ditte ed attività futuribili. Vi è di peggio, si inflazionano i mercati borsistici e immobiliari nei quali si riversano le liquidità, gli investitori si avvantaggiano dell’artificiale differenziale tra i tassi. Se ricevo soldi all’1% e posso acquistare in Borsa azioni di ditte primarie che mi danno un dividendo del 3% chi non vuole partecipare alla riffa? Uguali ragionamenti valgono per ipoteche e immobili.

Negli ultimi anni si sono sviluppate enormemente le società di P. E. (Private Equity) con una disponibilità di mezzi che arriva ai quattromila miliardi di dollari. Negli USA gestiscono ottomila società che realizzano il 5% del PIL. Pur riconoscendone l’abilità, il loro successo molto dipende dalla capacità di straindebitare la società acquistata approfittando dell’arbitraggio tra il reddito anche modesto dell’attività aziendale e il tasso ridicolo dell’indebitamento. Più che di imprenditoria potremmo parlare di allocazioni di capitali determinate da puri calcoli sulla differenza di interessi. Ci si comincia a chiedere quante di queste società straindebitate saranno in grado di resistere alla crisi e se non si assisterà ad una serie di dissesti che potrebbero influire negativamente sull’intero sistema.

Altra anomalia. Leggiamo di società quotate che annunciano perdite per il 2020, sospendono il pagamento dei dividendi, annunciano riduzione del personale. I tassi di disoccupazione sono aumentati vertiginosamente. In una simile situazione gli indici di Borsa dovrebbero tendere al ribasso riflettendo le difficoltà delle aziende. Non è così, da fine marzo a fine maggio l’indice della Borsa di New York (S&P 500) è aumentato del 36%, l’Euro Stoxx 50 del 20%, il nostro SMI del 21%. Com’è possibile? Sì, perché in Borsa non si investe più sulla potenzialità di un’azienda ma si scommette sulla continua immissione di liquidità da parte delle banche centrali che falsa la situazione reale. Si critica spesso e genericamente il sempre maggior indebitamento, pubblico e privato, ma non ci si rende sufficientemente conto dei danni che questa politica di sostegno e facilitazione del debito voluta da governi e banche centrali causa, oltre al deterioramento della morale dei debitori. Attenti inoltre a non far confusione: questa non è economia di mercato.

Tito Tettamanti

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata