Mizu Shobai: commercio di acqua (tradizione giapponese)

 

di Vittorio Volpi

La pandemia in Giappone ha messo pesantemente in crisi il settore, grande dimensione, dell’intrattenimento, ovvero il “mizu shobai”.

Letteralmente si può tradurre con acqua (mizu) e commercio, business (shobai), ma è una metafora di “flottante”, bere e la volatilità della vita. Si riaggancia ad un periodo storico (Tokugawa, 1603-1868) che vide svilupparsi larghe sale da bagno e un largo numero di insediamenti ai margini delle strade che offrivano “bagni caldi e relax sessuali”. Contemporaneamente crescevano in tutte le città e villaggi del paese anche i quartieri per le case da tè con le “famose Geishe” (Gei sta per arte, Sha una persona) e le cortigiane… Una versione da Sol Levante dell’Isaia “mangiamo e beviamo perché domani muoriamo”.

Ginza . Foto Pixabay

Molte cose sono cambiate a seguito dell’influenza con l’Occidente, adattandosi ai canoni occidentali ed al progresso, come la restaurazione Meiji, ma molto è rimasto vicino alla tradizione. Ad esempio nel mondo delle Geishe c’è un ritorno, soprattutto nelle metropoli e nella ex capitale di Kyoto.

Appena arrivato in Giappone mi aveva colpito in particolare il quartiere di Ginza con le migliaia di bar, clubs, cabarets o il popolare Kabuki-chò a Shinjuku dove c’è più “fuzoku”, l’industria del sesso con soapland, pink salons (locali rosa), centri di massaggi, saune. Tutto offerto da ragazze/i che dipendono dall’andamento del business e dalla vicinanza ai loro clienti.

Bisogna dire che i giapponesi non sono monotoni, o abitudinari. Il politico americano Zbigniew Brzezinski in un bellissimo libro “The fragile blossom” descrisse così i giapponesi: “prussiani di giorno e latini di notte” identificando perfettamente il comportamento sociale, particolare del paese.

Mentre per una minoranza dei “samurai” giapponesi (lavoratori) l’intrattenimento serale è un piacere, per la maggioranza è lavoro.

Un giapponese  di successo nel business mi disse “bere insieme alle tue controparti, paga nel tempo”. Bere, mangiare assieme è molto importante perché contribuisce a “sgelare” le relazioni in genere molto formali. Il carattere schivo e riservato con un bicchiere di birra aiuta a comunicare meglio, forse è così anche in Europa.

La controprova è il numero impressionante di locali di tutti i tipi per tutti i gusti e tasche, dove prima di ritornare a casa, mezzi ubriachi o completamente, si gettano le basi per sviluppare piani di lavoro o relazioni sociali.

Il Covid-19 ha arrecato un grave danno non solo economico, ma anche psicologico a molti. Oltre ai locali che si sono ritrovati senza clienti, anche a causa dello smart working, miriadi di ragazze che lavoravano per socializzare ed assistere il “mizu shobai”, il business liquido, sono rimaste a bocca asciutta.

Alla riapertura in giugno i locali hanno dovuto adattarsi alle nuove norme, come per altri business, orari di chiusura, distanze sociali, ma come imporre le regole quando i clienti vanno al bar per stare vicini alle hostess per conversare, bere insieme? Per di più lo Stato giapponese per legge non può imporre, ma solo suggerire provvedimenti.

I locali hanno dovuto inventarsi dei supervisori che quando le distanze fra persone si riducono sotto i due metri, devono richiamare all’ordine con garbo.

Una delle regole più spiacevoli per i locali è quella della lista nominativa dei clienti presenti necessaria per poter ricostruire la rete di contatti degli ipotetici contagiati e ciò è sgradevole perché la rigorosa privacy degli addetti  ai lavori va a farsi benedire.

Campai!