La scuola ticinese durante e dopo la Pandemia – Intervista a Sergio Morisoli

Sergio Morisoli sulla scuola è un fiume in piena. Le sue visioni sono molto lontane da quelle della sinistra, ma anche da quel vasto fronte che in parlamento votò la Scuola che verrà, che il Sovrano imperturbabile s’incaricò di bocciare.

Noi, lo confessiamo senza patemi, siamo un po’ infastiditi da questa situazione dove tutto sembra dipendere dai bisticci e dalle antipatie tra Bertoli e Sergi. Proviamo a imbastire un discorso diverso.

Un’intervista di Francesco De Maria.

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immagine pixabay

Qual è la sua valutazione complessiva della scuola ticinese nei mesi della pandemia?

È difficile esprimere un giudizio complessivo siccome ci sono ordini scolastici a più livelli. Mi risulta che per le scuole elementari, moltissimi docenti e molti istituti Comunali si siano dati molto da fare anche con iniziative creative e innovative per mantenere un contatto stretto con gli allievi e proseguire con il programma. La libertà di intraprendere a questo livello è stata certamente positiva. Per le scuole medie il discorso è diverso; è una scuola enorme con sfaccettature importanti. In quelle sedi dove anche senza a pandemia c’era già fatica la situazione non è certo stata migliore, in altre sedi molti tentativi sono stati lasciati alla buona volontà dei singoli docenti; in generale la reazione e l’organizzazione mi pare sia stata tardiva. Qui probabilmente il ruolo del Dipartimento era essenziale nel dover dirigere le operazioni di emergenza. Per le scuole non dell’obbligo e superiori, ho visto e sentito un po’ di tutto, ma a questo livello entra in scena anche la responsabilità del singolo allievo nell’essere proattivo e non solo passivo nel pretendere istruzione online. Nel complesso posso dire che la situazione è stata un po’ pasticciata, non da ultimo per l’insicurezza creata dalle decisioni o dalle non decisioni Dipartimentali.

Per gli allievi ha avuto un valore o è stata semplicemente una perdita, sia pure per causa di forza maggiore?

Non lo so. Per gli allievi mi pare si sia trattato all’inizio di un’occasione unica per fare ulteriori settimane di vacanza. Poi man mano che il tempo passava forse qualcuno si è anche reso conto che stava perdendo qualcosa, o che il non andare a scuola implicava rimanere “in dietro” sul programma.

Parliamo del Liceo. Tutti promossi alla maturità? Tutti promossi nelle classi intermedie? Oppure c’è notizia di qualche bocciato?

Penso che formalmente per l’autorità era difficile non promuovere tutti. Bocciare qualcuno togliendogli metà anno scolastico senza dargli delle vere alternative per ricuperare avrebbe certamente scatenato una valanga di ricorsi. Penso che le bocciature siano davvero state minime, laddove davvero i motivi erano chiari con o senza pandemia. Certamente avremo un tasso di bocciatura più elevato il prossimo anno. Chi pensa di fare il furbo e crede che tutto sia ottenibile senza far niente avrà brutte sorprese. Penso anche a quelli che vanno all’UNI con una maturità “così così” nel senso che i mesi mancanti, e le prove scritte non fatte si faranno sentire. Infine, non organizzare nemmeno una prova scritta per i maturandi per motivi di sicurezza, lo ritengo una vergogna e un offesa per tutti. Si potevano benissimo trovare delle sedi adatte: Conza a Lugano, Mercato coperto a Mendrisio, Fevi a Locarno, Expocentro a Bellinzona. Questi ragazzi meritavano una degna conclusione al loro ciclo di studi liceali; gli abbiamo tolto qualcosa di importante.

Lei ha un’idea di come 1) i ragazzi e 2) le famiglie abbiano vissuto la situazione di emergenza scolastica?

I ragazzi all’inizio erano certamente felici, chi non lo sarebbe alla loro età non dovendo andare a scuola. Poi i più maturi hanno iniziato a chiedersi che non era una situazione che poteva protrarsi senza perdere qualcosa. I ragazzi sentivano certamente più la mancanza dei compagni che delle lezioni. Per i genitori, all’inizio un certo panico, non per la perdita della scuola ma per trovare il sistema di piazzarli visto che moltissimi lavorano in due. Poi penso che la convivenza obbligata a casa per molte settimane, abbia permesso anche di sviluppare situazioni positive e inaspettate in famiglia. Situazioni a cui ragazzi e genitori non erano più abituati da almeno una generazione.

Ha seguito l’aspro battibecco tra MPS e Movimento della scuola da un lato e DECS e Regione dall’altro? Quali erano i termini della diatriba? Che cosa ne pensa?

Cosa vuole che le dica, il DNA della sinistra è questo. Il localismo non lo smentisce. Giunti al potere iniziano a sgambettarsi e a sbranarsi tra di loro, sempre e ovunque, la storia lo insegna. Non può cambiare, è più forte di loro; sono massimalisti, moralisti, sospettosi di loro stessi, vedono nemici ovunque e diventano sudditi dei loro stessi “modelli ideologici”. Del resto, i vertici della Rivoluzione francese per queste ragioni di “purismo” ideologico si ghigliottinarono reciprocamente. Entrare nei loro dibattiti si perde solo tempo e si brancola nel buio in un vicolo cieco.

Peccato, perché conosco docenti e dirigenti scolastici di sinistra, veramente in gamba e convinti della loro vocazione che meriterebbero molta più considerazione impostando dal basso il cambiamento e non imponendolo attraverso perizie e esperti in modo burocratico dall’alto. Persone che sono al fronte, che sanno “fare scuola” e che soprattutto “sentono” il clima. La sinistra ha perso anche questo tratto di metodo “popolare” e partecipativo, barricandosi invece nelle torri d’avorio di un’élite scientista e relativista.

La scuola ticinese sembra diventata una bega all’interno della sinistra, con gli altri intorno a guardare. Le confesserò che la cosa mi preoccupa…

La scuola, con la socialità, la giustizia e il lavoro deve preoccupare sempre tutti a prescindere. Non sono temi che competono a uno o l’altro partito, a uno o l’altro dipartimento; sono temi che incidono sulla vita di tutti.

Detto questo è evidente la malaise della sinistra a gestire la scuola. Non è il loro campo primario di esperienza e nemmeno di battaglie politiche. Loro pensano in termini sempre di “rivoluzioni”: abbattere per ricostruire a loro piacimento. Hanno passato decenni nel sociale a tentare di imporre modelli egualitaristi, zeppi di diritti più che di doveri. Questa forma mentis da otto anni tentano di applicarla alla scuola. Ci hanno provato con la scuola che verrà, chiamandola riforma scolastica, quando invero era una riforma sociale. E sono stati “sgamati” dal popolo alle urne. Sono in difficoltà evidente, provare a costruire una società futura come ce l’ha in mente la sinistra, partendo dall’allevamento dei bambini quando non sono riusciti a farlo con gli adulti è un’opera ciclopica. E’ riuscita solo nei regimi totalitari e sappiamo i danni che ha creato. Essendoci molte sinistre è chiaro che su un terreno ostico ci siano scontri di impostazioni. I conflitti però mi sembrano più sull’esercizio del potere statale che sugli obiettivi. Quelli erano, sono e saranno sempre chiari per loro: creare l’uomo nuovo attraverso lo Stato, in questo caso tramite la scuola. In questo caso i vari movimenti anche all’interno della scuola non si distinguono molto uno dall’altro. Penso che stia venendo a galla una sorta di frustrazione a sinistra. Del tipo: abbiamo avuto un’occasione d’oro regalataci dal PLR nel 2011 e la stiamo sprecando. In 10 anni infatti stanno perpetuando un modello di scuola, di organizzazione e di contenuti già ereditato piuttosto logoro dalla gestione precedente, e non riescono a staccarsi. Il “tutto” o “niente” (perdendo) della scuola che verrà è lì a dimostrare il grave errore strategico e tattico commesso; ma soprattutto l’assenza di un piano “B” a quella sconfitta. Un piano “B” fatto di vere riforme e non di fintarelle sparse come le proposte che ormai da due anni a questa parte, dopo la sconfitta della SCV, arrivano dal DECS; devono preoccupare tutti e molto.

Del resto dopo la schiacciante vittoria del 2001 contro noi “privatisti”, gli stessi in 20 anni non sono riusciti cambiare nulla della Scuola media (spina dorsale del sistema scolastico), anzi forse nel frattempo sta soffrendo ancora di più. Non sono riusciti a trasformare una grande vittoria in niente; avevano popolo, partiti, docenti, genitori, allievi e soldi tutti per loro, ma non hanno ricavato nulla dal buco. Oggi possiamo dire che fu una vittoria di “Pirro” e che solo gli ideologi di quello schieramento si ostinano a celebrare ogni anno l’anniversario. Non è solo colpa di Bertoli, lui arrivò 10 anni dopo. Da allora il mondo è cambiato tre o quattro volte; quel treno non solo è passato; ma fermi alla stazione non si intravvede nemmeno più la sua coda che sparisce all’orizzonte.

Per questo tutti dobbiamo essere preoccupati della mancanza di una visione, di un progetto concreto dopo 20 anni di sonni sugli allori. Il romanticismo radico-socialista della scuola di Stato e unica si avvia al tramonto, i principali protagonisti di questo pensiero non sono riusciti a tramandare nessuna eredità ai potenziali successori. Non è un bene, ma un male anche perché il fronte liberale non ha prodotto nulla in alternativa, e ci troviamo nel vuoto.

Quel che è stato è stato. Ma a settembre incomincia un nuovo anno scolastico. Si metta al posto di Bertoli e gli suggerisca idee vincenti.

Non lo so, ma alla terza legislatura diventa tutto più difficile (parlo per esperienza…). Io penso che dovrebbe abbandonare l’idea di riformare il metodo e i contenuti della scuola perché ci vogliono anni e il tempo che lui aveva a disposizione dal 2011 a oggi l’ha sprecato puntando solo su un tema. Dovrebbe invece occuparsi, nel tempo che gli rimane, di modernizzare e riformare l’Istituzione scuola, il funzionamento organizzativo gestionale della scuola; i rapporti tra DECS e mondo scolastico; le deleghe, le autonomie. Quello che Pamini ed io con una iniziativa parlamentare elaborata del 2016 proponevamo modificando 34 articoli della legge scolastica, e ancora lì sui tavoli della Commissione dopo che Il Governo le diede un “mena via” senza nemmeno leggerne i contenuti (puntavano in 5, più tutti i partiti, alla scuola che verrà!).

L’UDC come partito ha un piano preciso per il rilancio (a livello di esigenze/proposte)?

Sì. La riforma scolastica, la riforma sociale, la riforma fiscale con la protezione e la promozione del mercato del lavoro ticinese sono i quattro punti cardine del nostro nuovo profilo politico che abbiamo definito “liberalconservatore” anche nel logo del partito ticinese.

Detto questo riteniamo che la scuola non sia un fine ma un mezzo, forse il principale, che con altri crea un “sistema educativo”. Il mondo “post moderno” esige più entità educative in luoghi, tempi e forme diverse. Il monopolio educativo della scuola è in crisi. I media, i social, i clubs, gli usi e i costumi, il nomadismo hanno un ruolo sempre più imponente sui giovani. Per questa ragione occorre fissare pochi punti precisi ma indispensabili per orientare l’azione scolastica e non perdere la rotta.

Noi riteniamo che la scuola debba muoversi entro un perimetro preciso. Entro un quadrilatero i cui lati si chiamano: libertà, responsabilità, diritti e doveri. Ovviamente la forma geometrica perfetta e equilibrata sarebbe il quadrato, noi sappiamo però che sarà invece un trapezoide. La lunghezza dei suoi lati e l’area della sua superficie muteranno a seconda di cosa ci vogliamo fare dentro e noi li ci vediamo come forze principali: l’allenamento e l’educazione a competere, la parità di partenza ma non di arrivo, il merito e l’eccellenza, la valorizzazione delle differenze e non l’egualitarismo. A partire da questo “impianto” poi si potranno definire meglio il cosa (il piano di studi), il come (la didattica) e il chi (l’organizzazione). Questi ultimi 3 aspetti vanno tenuti uniti e sincronizzati e sono essenziali per impostare la riforma. La SCV è fallita anche perché si è concentrata dall’alto solo sul “come”.

Per finire noi privilegiamo una giusta miscela tra la teoria e la pratica, e per questo la grande maggioranza di allievi, quelli che scelgono la via della formazione professionale, merita una nuova e non ancora sperimentata attenzione particolare.

Il parlamento avrà un suo spazio di manovra o tutto sarà lasciato al DECS ?

Dalla bocciatura della SCV a settembre saranno già passati due anni. In questo tempo non è successo praticamente nulla di rilevante o degno dell’appellativo “controriforma”. L’On. Bertoli ha anzitempo annunciato che lascerà a fine legislatura, mancano di fatto due anni, considerato che l’ultimo è campagna elettorale…Quindi difficilmente il DECS e il Governo, se non l’hanno fatto finora, si metteranno in modo deciso a riformare la scuola. IL Parlamento attraverso la Commissione scolastica a questo punto ha il dovere di non “lasciar spegnere il fuoco”; cioè da una parte vigilare che la SCV non rientri dalla finestra, ma soprattutto occuparsi di una montagna di atti parlamentari in modo che il prossimo inquilino del DECS si trovi già sul tavolo delle proposte valutate e con alcune indicazioni precise sulla rotta da seguire. Di più, salvo qualche “lifting”, tipo allievi per classe, laboratori, docenti di appoggio non penso si raggiungerà.

Parliamo di insegnamento a distanza, che molti vedono come l’uovo di Colombo. Ma c’è chi lo considera desocializzante… Quale parte assumerà nella nuova scuola?

Premetto che sotto il titolo “insegnamento o lavoro a distanza” si può ormai cacciarci di tutto e nasconderci di tutto, perfino il lazzaronismo sul divano. Che i documentari di National geografic o della BBC siano meglio che seguire certe lezioni noiosissime o leggere testi fuori dal tempo non è una novità. Novità caso mai è che non si sia mai considerato di insegnare usando mezzi e metodi nuovi. Come già detto prima, il monopolio educativo da parte della scuola di stato è saltato da diverso tempo. I ragazzi sono raggiunti e si rendono raggiungibili con altri mezzi, fosse solo per l’apprendimento tecnico delle materie penso che ormai sia quasi tutto fattibile da casa, almeno da una certa età in su. Ma l’aspetto importante insostituibile è quello dell’incontro fisico; quello che ti dà un’identità, uno scambio, un’appartenenza; quello del confronto su ciò che si può avere appreso in forma remota ma che viene rielaborato solo con la presenza e la prossimità.

Noi diciamo “scuola” ma la scuola è fatta a strati: materna, elementare, media, liceo, università. Come la Pandemia condizionerà l’insegnamento ai vari livelli? Dove più e dove meno?

In una lettura verticale gli strati sono questi; ma è una lettura di “scuola” limitativa. Sempre di più la scuola è anche orizzontale, cioè deve entrare in relazione con altri enti educativi scolastici in senso stretto e non scolastici in senso più largo. Solo in un sistema educativo concepito a “rete” anche orizzontale, si potrà compensare e migliorare la scuola in senso restrittivo e tradizionale. La logica di complementarietà e di sussidiarietà, attraverso le nuove tecnologie sarà una via decisiva per portare la nostra scuola a livelli di eccellenza e di attrattività necessarie per concorrenziare sistemi educativi di altri Paesi. Agilità, flessibilità e capacità di mutamento, mantenendo fisse le materie essenziali del sistema occidentale, saranno la formula vincente.

Chi fa la scuola, in pratica, sono i docenti. Quanto essi dovranno cambiare e quali nuove cose dovranno imparare?

È la domanda più complessa, ma è quella a cui rispondo nel modo più lapidario e breve. Ci sono due cose da fare, essenziali, vitali, non più procrastinabili: primo, far tornare il docente al centro dell’insegnamento (e non gli apparati, gli esperti, le burocrazie ecc…); secondo, tornare a definire il docente, l’insegnante, il professore come “maestro”. Questo secondo aspetto è il più importante. Ricuperare questo termine con il suo significato totale traducendolo in operatività concreta, permetterà di riformare la scuola ticinese in modo sorprendente, efficace, efficiente e a costi nettamente inferiori a qualsiasi altro sistema artificioso.

La mia ultima domanda è generale. C’è chi dice (forse con malcelata soddisfazione): dopo il “Corona” il mondo continuerà ma sarà diverso. Diversa la società, i rapporti interpersonali, il lavoro, le regole. Non è un dramma, s’intende: panta rei, tutto scorre come fiume. Ma se fosse una società sempre meno libera?

 

Primo. Il giorno dell’allentamento del lockdown moltissimi si misero in colonna per andare al Mc Donald. Tantissimi sui social e sui giornali si stracciarono le vesti. A me pare normale. Non facciamo del falso moralismo. Perché mai non dovrebbero farlo? Queste colonne di auto sono l’ultima estensione di quel concetto di libertà che da decenni abbiamo promosso. Fanno bene, si prendono ciò che l’educazione e la cultura del tempo gli hanno trasmesso, scuola compresa. Perfettamente felici e coerenti. Perché il lockdown, da solo, dovrebbe trasformare l’umano? Perché questa pretesa? Se si toglie la parola “paura” del contagio non resta nulla, non c’è risposta; ma nemmeno una ragione valida e automatica per “essere più buoni, più ragionevoli”. L’uomo è quello che è da migliaia di anni.

Secondo. L’eccezionalità dello Stato di necessità ha fatto emergere una “querelle” mai risolta una volta per sempre. Il rapporto tra democrazia e liberalismo. La prima è il sistema con il quale scegliamo a chi dare il potere, il secondo è il sistema per definire quanto potere lasciargli. In altri termini dobbiamo definire meglio il confine tra “governo degli uomini” e “governo delle leggi”. Su questo siamo tutti in uno stato confusionale, e la formazione civica difetta.

Per finire posso solo citare quanto scriveva Tocqueville 180 anni fa: “Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?”

  1. Tocqueville, Democrazia in America 1835-1840

Esclusiva di Ticinolive