Sebastiano Brocchi, creatore di mondi, intervistato da Liliane Tami

Il fazzoletto nel taschino della giacca abbinato alla cravatta sgargiante è indice dell’attenzione che Sebastiano Brocchi nutre nei confronti delle più sottili forme d’arte, dal disegno alla letteratura sino… alla creazione di un videogame, che di creatività sempre si tratta. Attenzione però: Brocchi non va scambiato per un dandy o un artista tout-court. Ha, infatti, alle spalle anni di studi e ricerche in ambito storico e culturale. I suoi primi libri, tra cui Collina d’Oro – Segreta (2005) e Riflessioni sulla Grande Opera (2006), sono trattati di simbologia sacra e storia dell’alchimia dal rigore accademico.  Essendo uno studioso e un creativo interdisciplinare, a breve pubblicherà un artbook contente decine di tavole illustrate (da lui e da altri otto eccellenti artisti) ispirate al suo ultimo ciclo fantasy, la saga dei Pirin.

Liliane Tami  Gentile Sebastiano, in passato si è occupato di alchimia e simbologia, e in particolare delle chiese presenti sulla Collina d’Oro. Perché reputa importante la conoscenza “esoterica” del territorio del nostro cantone e del mondo in generale?

Sebastiano Brocchi  Perché essa ci permette di “leggere” gli edifici e le opere d’arte che li arricchiscono non soltanto come spazi fisici o elementi puramente estetici, bensì come riflessi esteriori e concreti di idee, concetti, stati d’animo, tappe del nostro cammino interiore immateriale, oppure dell’armonia naturale e delle leggi che governano il cosmo. È importante quindi tornare a “far parlare” quegli antichi monumenti, capire che essi non siano i silenziosi sepolcri di un’umanità ormai superata ma, al contrario, delle biblioteche di pietra in grado di comunicare in una lingua universale, che accomuna gli uomini di ogni tempo, con il loro profondo vissuto psicologico e spirituale.

Da quando ha deciso di dedicarsi al genere cosiddetto High Fantasy? Cosa è? Da dove deriva?

È un’idea che mi portavo dentro già da diversi anni, credo sia iniziata già sui banchi del liceo, quando iniziai a raccogliere le prime idee e schizzi di un mondo dalle atmosfere simili a grandi classici del genere (quali “Il Signore degli Anelli”, “La Storia Infinita” o “Le Cronache di Narnia”) ma in gran parte plasmato sulla mia passione per la storia delle antiche civiltà e la loro mitologia (Egitto, India, Grecia…), così come i cicli cavallereschi medievali o il patrimonio fiabesco europeo e orientale. Infatti il cosiddetto High o Epic Fantasy è – tra le varie ramificazioni di questo genere letterario – quella dalla struttura più direttamente connessa ai grandi poemi epici e al mito in senso lato. In un certo senso non fa che proseguire e riadattare temi e stilemi della tradizione: cammini di formazione, avventure, grandi battaglie tra la luce e l’ombra, interventi divini, creature magiche o mostruose, eroi e principesse, luoghi meravigliosi… potremmo dire che l’High Fantasy abbia saputo conservare e rinverdire il meglio del patrimonio narrativo arcaico, cui il nostro animo continua ad anelare malgrado il passaggio dei secoli.

Vi è una correlazione tra il mondo della ricerca interiore e i suoi romanzi? Sono forse veicolo di insegnamenti spirituali…più abbordabili rispetto ai complessi e pesanti trattati d’alchimia ?

Sicuramente questo rappresenta il loro nucleo più autentico e, dal mio punto di vista, importante. Diciamo che con il fantasy ho seguito un processo inverso a quanto fatto nei miei libri precedenti: mentre prima mi sono sempre posto alla scrittura in qualche modo come ricercatore e “interprete” di simboli, misteri, codici, segreti e messaggi lasciatici dagli Autori del passato; in questo caso invece ho voluto mettermi dall’altra parte ed essere io a raccontare qualcosa, a lasciare un mio messaggio, velandolo di strati di simboli e metafore, che saranno gli altri – i lettori – a cogliere nel modo più congegnale e spontaneo per loro e il loro percorso. Non si tratta di supponenza, al contrario: scrivere in forma simbolica non è un modo per “escludere”, per rendere elitarie certe verità, ma per trasmettere qualcosa in modo non univoco e dogmatico. Io non “insegno” nulla: condivido al massimo qualcosa che ho potuto raccogliere dal mio cammino personale, ma lo faccio per immagini allegoriche o parabole, racconti che possono dunque essere letti su vari “livelli”, affinché ognuno possa recepirli attraverso il prisma della propria esperienza unica e irripetibile, assorbirli con il filtro delle proprie idee ed emozioni. Due lettori diversi non potranno dire di aver letto lo stesso libro, perché ognuno di loro avrà riversato se stesso in quelle pagine. Ed è giusto così se, come narra la leggenda induista, tra tutti i luoghi possibili Brahma decise di nascondere la verità proprio nel cuore degli uomini.

Prima di parlare di Tasar (il più recente spin-off della saga) ci potrebbe raccontare della pubblicazione della trilogia di Pirin?

Questa trilogia rappresenta una scommessa azzardata: non racconta semplicemente una storia, vuole piuttosto costruire le fondamenta di un intero universo narrativo estremamente corposo e strutturato, edificato nell’arco di almeno una quindicina d’anni. Un mondo che cerca di reggersi sulle proprie gambe nel modo più coerente e ricco, definito nella sua geografia, nelle sue civiltà con i loro usi, costumi e tradizioni, nella sua storia e religione, così come nella lingua, arte, araldica, architettura…

Il primo volume intitolato “Le Memorie di Helewen” racconta soprattutto il background che ha portato all’origine e lo sviluppo della civiltà dei Pirin, un popolo semidivino nato dall’unione di una fata e un uomo mortale, e pur in mezzo a diversi filoni narrativi minori che richiamano un po’ la struttura de “Le Mille e una Notte”, svela le basi di quella che sarà la chiave di volta delle vicende successive, ovvero la ricerca del predestinato a indossare la corona del Re del Mondo. Con “Hairam Regina” e “Le Gesta di Nhalbar” si entrerà nel vivo dell’avventura fino alla sua epica conclusione, segnata da un colossale scontro tra civiltà ma anche tra fratelli: la contesa tra i due gemelli Nhalbar e Nothal deciderà infatti le sorti dell’intero mondo conosciuto.

In che modo Tasar si ricollega a Pirin?

Tasar è un personaggio inedito che non troviamo nella trilogia originale, e il suo spin-off può essere letto anche indipendentemente, sebbene sia chiaro che chi conosce le vicende della trilogia potrà apprezzare molti più particolari, scovando nessi tra personaggi e motivazioni di eventi che permetterebbero di inquadrare la storia in una trama molto più vasta e articolata, perché ben pochi dettagli sono inseriti “a caso”. Non si tratta né di un sequel né di un prequel: l’avventura di Tasar va intesa piuttosto come una costola laterale che va a inserirsi nell’intelaiatura più ampia, toccando talvolta gli eventi maggiori o scorrendovi parallela.

Tasar ha una particolarità: è un romanzo interattivo in cui è il lettore stesso che, scegliendo il percorso da seguire, può determinare il destino del protagonista. Ce ne parli, spiegandocene anche la trama.

Il protagonista, Tasar, è un Pirin dall’animo tormentato e diviso, che ha perduto la memoria del proprio passato ed è spesso visitato da incubi e visioni come la morte dei propri genitori, una cruenta guerra o l’apparizione di Nhalbar e Nothal, i quali sembrano esortarlo ognuno su una diversa strada: un sentiero luminoso, seguendo il quale Tasar diventerebbe un sapiente druido della foresta, e un sentiero oscuro, che trasformerebbe Tasar in uno spietato stregone sicario. A ogni snodo cruciale della vicenda al lettore è data la scelta riguardo a quale dei due sentieri imboccare. La direzione scelta dal lettore determinerà l’evolversi delle vicende portando a due finali alternativi, ognuno dei quali si riaggancia tra l’altro a importanti momenti della trilogia Pirin, creando perciò un senso di continuità e mostrando come tutti siano collegati nel grande disegno del destino.

Libero arbitrio: esiste o siamo determinati (dal destino, dalla biologia, dal contesto sociale ecc.)?

Abbiamo parlato poco fa di videogiochi, ebbene, credo che gli stessi si prestino molto bene a descrivere la mia idea in merito a questo annoso diverbio filosofico. In un videogioco il giocatore si trova confrontato con un percorso più o meno libero, nel quale può esercitare delle scelte e dunque un libero arbitrio, tant’è che sempre più giochi a differenza del passato hanno una struttura definita “open world” ovvero mondo aperto in cui la libertà d’azione è sempre maggiore. Tuttavia, ogni singola scelta e direzione imboccata dal giocatore, per poter esistere e accadere, deve pur sempre essere stata “prevista” dal programma e dunque alla base rispondere al disegno di un programmatore, in caso contrario semplicemente non potrebbe verificarsi. Amo quindi definire il destino come il “programma” di tutte le vite possibili, e il libero arbitrio come la scelta del giocatore che rende fattuale ciò che esisteva solo in potenza. Entrambi possono coesistere e agire in armonia, senza contraddizioni.

Di Pirin è stato fatto anche un videogioco, chiamato “Eselmir e i cinque doni magici”. È stato difficile realizzarlo? Come ha fatto e a chi si è rivolto?

È stata davvero un’impresa titanica che ha richiesto più di quattro anni di sviluppo, e il risultato è un’avventura grafica punta&clicca di notevole longevità (più di 15 ore di gameplay) dalla trama che, per ricchezza e complessità narrativa, non ha nulla da invidiare ai romanzi. L’ho realizzato con i miei cari amici di Stelex Software, un’intraprendente software house ticinese indipendente. Io mi sono occupato di trama, dialoghi, e grafica, garantendo quindi la continuità di stile e contenuti tra romanzi e videogioco; mentre Stefano e Tania Maccarinelli hanno curato la programmazione e gli aspetti tecnici. Ci siamo anche avvalsi della collaborazione di bravissimi musicisti e cantanti della Svizzera italiana per la colonna sonora, tra i quali cito in particolare Marco Santilli e Filippo Zanoli; e non va dimenticato il doppiaggio delle cutscenes che può contare l’apporto di alcune voci d’eccezione, come il cantante Angelo Branduardi e l’attrice Gea Lionello.

Libri e derivati multimediali hanno avuto diffusione anche fuori dal Canton Ticino?

Sì, anche se è una saga che sta solo timidamente iniziando a farsi conoscere, posso dire con soddisfazione che si stia lentamente diffondendo su scala internazionale, tanto da essersi già guadagnata diverse ottime recensioni da tutto il mondo. Questo anche grazie al fatto che il videogioco “Eselmir” è stato fin da subito disponibile sia in italiano che in inglese, mentre la trilogia è  attualmente in corso di traduzione ad opera di Giovanni Costabile (il primo volume “Memoirs of Helewen” è uscito alcuni mesi fa). La scrittrice inglese Sue Bridgwater ha usato parole molto lusinghiere nel recensirlo, incoraggiando tutti gli estimatori del fantasy a leggere e apprezzare questa saga chiosando con il commento “Talvolta mi ha commossa fino alle lacrime, talvolta mi ha fatto esultare”.

Per distanziarsi dal mondo più metafisico… parliamo in termini economici: il pubblico è più interessato a comprare saggi di storia e filosofia o romanzi fantasy?

Se vogliamo parlare in termini economici credo che il problema si ponga più in altri termini, non è tanto un problema di argomento trattato nei libri, perché entrambe le tematiche possono trovare le loro specifiche nicchie di mercato. Il fatto è che il pubblico, soprattutto italofono, legge sempre meno, abituato com’è alla comunicazione rapida e poco impegnativa che può trovare nel web e sui social, e inoltre è disposto a spendere molto meno per l’acquisto di un singolo libro rispetto ad alcuni anni fa, un po’ per la crisi e un po’ a causa del proliferare del mercato degli ebook, disponibili a prezzi davvero irrisori rispetto ai corrispettivi cartacei. In questo scenario, vendere di più con la narrativa non significa per forza “guadagnare” di più che con la saggistica, perché magari per eguagliare il ricavato di una singola vendita (di quando i libri si compravano recandosi fisicamente in libreria e spendendo magari più di 50.- chf per un singolo titolo di qualità) con la distribuzione online è diventato necessario vendere molte più copie su un arco temporale più esteso.

Inoltre, per quanto riguarda il mio caso specifico, ho dovuto letteralmente ricostruirmi un pubblico, una nuova cerchia di estimatori, perché un autore che si è fatto conoscere con un certo genere letterario difficilmente manterrà lo stesso target di lettori cambiando “settore”. Il che da un lato è un peccato perché dimostra come molte persone si fermino all’etichetta o, proverbialmente, giudichino i libri dalla copertina. Purtroppo alcuni associano l’idea di “fantasy” a un genere disimpegnato, rivolto all’infanzia o con tematiche da nerd scollegate dalla realtà. Nulla di più errato se si considera fin dall’antichità i più grandi maestri sono sempre ricorsi al linguaggio dell’immaginario per veicolare il nucleo profondo del loro sapere, e che gli autori dei più celebri classici fantasy erano persone di grandissima cultura accademica come lo fu ad esempio il Professor Tolkien.

Le illustrazioni dei suoi romanzi sono molto belle e suggestive. Con che tecnica le realizza?

Grazie, mi fa piacere che anche questo aspetto del mio lavoro venga apprezzato, perché ho sempre avuto un approccio sfaccettato ed eclettico alla creatività. Realizzo gran parte delle mie illustrazioni a penna, mentre preferisco avvalermi delle tecniche digitali (photoshop) per la colorazione, ma di tanto in tanto amo sperimentare provando altre soluzioni.

Ci anticipi qualcosa sull’artbook che uscirà prossimamente…

RSi intitola “Pirin Civilizations artbook” e, oltre a quelle del sottoscritto, conterrà le opere inedite di otto eccellenti artisti italiani specializzati soprattutto nel fantasy o nelle illustrazioni storiche: Paola Andreatta, Michele D’Angelo, Marco Pennacchietti, Andrea Piparo, Giuseppe Rava, Anna Schilirò, Miriam Tritto e Alessandra Valenti, tutti nomi già conosciuti e amati da una larga schiera di estimatori.

Le tavole illustrate descriveranno l’aspetto e i costumi delle diverse civiltà descritte nella saga dei Pirin, spaziando da alcune razze che rappresentano ormai dei “must” nella lettera fantasy come elfi, nani e giganti (anch’essi comunque rivisitati per non ricalcare i soliti stilemi) fino ad arrivare a popoli mai visti altrove. Si troveranno ritratti, mappe, architetture, armature, bandiere, insomma un po’ tutto ciò che vi permetterà di cogliere e apprezzare meglio i diversi abitatori della leggendaria terra di Gaimat (il continente fittizio in cui si svolgono le vicende dalla saga). Insomma un vero gioiellino editoriale.

Anche altre interessanti novità sono in arrivo, tra cui il primo fumetto ambientato nel mondo della saga, intitolato “La Vita di An”.

Che consigli darebbe ad un giovane…desideroso di diventare scrittore?

Non avvicinatevi a questo meraviglioso ma difficile mestiere con leggerezza, mossi magari dal desiderio di scrivere un libro di successo e diventare famosi. Prima di tutto, in un mercato saturo come quello attuale, molti si affacciano alla pubblicazione con contenuti mediocri e linguisticamente poveri, pensando che la grammatica o la padronanza lessicale siano aspetti secondari rispetto alla capacità di scrivere una trama che stia in piedi. Ma soprattutto, mettersi a scrivere con l’idea di “sfondare” e ottenere la fama, è come iniziare a costruire una casa partendo dal tetto. Mettetevi a scrivere, invece, senza preoccuparvi degli esiti, e scriviate perché mossi da una reale vocazione letteraria, perché avete qualcosa dentro che sentite l’esigenza di esprimere, di raccontare, di condividere, perché ritenete importante che venga raccontato. Dedicatevi a questo con la devozione che meritano tutte le varie sfaccettature dello scrivere, da quelle linguistiche a quelle logiche senza dimenticare gli aspetti culturali (documentarsi su ciò di cui si scrive, apprendere dall’esempio di chi ci ha preceduto ecc…). Il talento è una buona cosa ma ancor di più lo sono la dedizione e la pazienza, l’amore per ciò che si intraprende.

Liliane Tami