Censura, consumismo e ipocrisia – di Tito Tettamanti

Centocinquanta personaggi altamente qualificati del mondo dell’intellettualità, prevalentemente di sinistra (alcuni come Noam Chomsky estrema), hanno detto autorevolmente quanto molti pensano: basta! Basta con l’intolleranza come regola, con il fanatismo, con la messa all’indice di chi la pensa in modo diverso, in una parola basta con la censura che oggi si insinua nella nostra società.

In questi anni vi è stato un virulento sviluppo di quel politically correct che ha avuto inizio negli anni Ottanta prevalentemente nelle università americane, inizialmente con l’intenzione di usare toni più rispettosi nel dibattito con le diverse minoranze. In Europa qualche anno dopo il politically correct ha trovato terreno fertile presso un mondo intellettuale della sinistra rimasto orfano dal crollo del comunismo e relativo pensiero unico e si è massicciamente introdotto nel mondo dei media.

Poi, con il successo, sono venuti gli eccessi del fanatismo bigotto e con essi il ridicolo. Vi è stato chi ha proposto di correggere alcuni passaggi della Divina Commedia perché omofoba e poco rispettosa delle donne e chi di vietare la rappresentazione di opere teatrali di Shakespeare.

Ma ciò non ci deve far dimenticare la pericolosità del politically correct. Mentre il pensiero unico delle dittature di vario colore è spesso rozzo, incolto, si basa sul controllo poliziesco e il terrore, il politically correct abilmente si accredita come un modo di comportarsi obbligatorio per persone perbene, si insinua nelle menti. Un conformismo pericolosissimo che quando non convince perlomeno impaurisce, fa temere di non essere allineati con il pensiero della società (e invece si tratta solo di minoranze), mortifica le varietà e diffonde l’ipocrisia.

All’inizio dinanzi a deliri di studenti che affermavano «il sapere essere l’arma di pressione di una società bianca, fallocratica ed eterosessuale» abbiamo scosso la testa e sorriso. È stato un errore. Infatti, oggi non sono più gli studenti ma università americane che controllano il diversity statement dei professori. Chi concorre per una cattedra deve documentare per iscritto che nell’insegnamento illustrerà e commenterà criticamente l’esperienza dei gruppi di diseredati, passati e presenti. Ormai sulla competenza nella materia da insegnare, sulle capacità didattiche prevalgono l’adesione (sincera o ipocrita) al pensiero unico odierno. Sistema in auge nelle università italiane, germaniche, sovietiche ai tempi delle rispettive dittature e durante la rivoluzione culturale di Mao.

Si legge che parecchie sono le università allineate negli Stati Uniti, anche importanti, tipo Stanford, Duke, Rochester. Il professor John McWhouter della Columbia University, un afroamericano, deplora vivamente simili nuove forme di maoismo e cita un’inchiesta nella quale la grande maggioranza di 445 accademici interpellati teme ad esprimersi liberamente per la propria reputazione e per il pericolo di compromettere il proprio posto. Vi sono casi in università di listening circle dove il professore deve ascoltare senza poter intervenire le recriminazioni di studenti che si sono sentiti offesi dalle sue lezioni (!).

Dalla censura, dal disprezzo morale per i non allineati all’attacco fisico il passo è breve. È successo qualche mese fa a Zurigo dove un oratore libertario è stato preso a lancio di uova e di liquidi vari. Pure a Zurigo una pacifica marcia di cristiani contro l’aborto è stata vietata dalle autorità preoccupate dalle minacce di violenza di fanatici e facinorosi contestatori. Si comincia pure a riflettere prima di lasciar pubblicamente parlare chi è fuori dall’ortodossia.

La Swiss ha smesso di distribuire ai suoi passeggeri il buon cioccolato Läderach, punendoli perché il signor Läderach si è dichiarato contro l’aborto e pare abbia poca simpatia per i gay. La censura usata come marketing? A quelli poi che ce l’hanno con il moretto, gradevole dolce, perché richiamerebbe (a degli esprits tordus) il colonialismo, suggerisco di leggere l’intellettuale africano Léopold Sédar Senghor (1906 – 2001) che cantava la «négritude», termine da lui preferito a quello di nero che considerava quale indicazione di un colore senz’anima e qualità.

Vi è poi l’ipocrisia affaristica, quale quella del mondo della finanza che si dedica oggi agli investimenti sostenibili, all’economia verde. Nessuna illusione, non abbiamo a che fare con dei convertiti alla causa ecologica, sono semplicemente abili uomini d’affari che hanno scoperto una nicchia di mercato.

Benvenuto l’allarme dei 150 intellettuali, che avrà effetto solo se anche quelli che Max Weber chiamava gli «intellettuali di secondo livello» lo recepiscono e se ne fanno portatori nella società.

Ci rendiamo sempre più conto delle doti profetiche di Huxley o di Orwell che già nella prima metà dello scorso secolo denunciarono il pericolo della dittatura imposta dal conformismo con i suoi custodi. Se non reagiamo andiamo verso una grigia, plumbea società che mortifica il pensiero, l’iniziativa (in tutti i campi), con una uniformità che tarpa le ali alla competenza e alla concorrenza. La libertà vive di errori ed eccessi ai quali si rimedia con l’esperienza, il dibattito, e non con costumi o leggi che vietano e non educano.

Tito Tettamanti

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